L’epoca della lettura è finita, a saperlo prima ce la saremmo goduta di più

10 Luglio 2026 - 05:19
0
L’epoca della lettura è finita, a saperlo prima ce la saremmo goduta di più

Un paio di mesi fa ero in uno studio televisivo, a fingermi interessata ai fatti del giorno e in cambio il conduttore avrebbe detto due parole sul romanzo che stavo cercando di vendere, e che nessuno si comprava. Erano settimane di mezzo gaudio: il mal comune era che non vendeva nessuno.

Erano anche le settimane in cui Giuli litigava con Buttafuoco, e quella mattina sui giornali c’era il testo di non so che memo in cui non so chi del ministero della Cultura aveva scritto che loro dovevano costruire un’egemonia pubblicando scrittori di destra.

Nello studio televisivo, oltre a me, c’erano un uomo e una donna di cui non avevo come sempre ascoltato nomi e ruoli durante le presentazioni, ma per fortuna il dibattito pubblico è fatto di curve e quindi alla seconda parola già sapevo che lui era del Pd e lei di Fratelli d’Italia.

Ho detto che non capivo in che secolo vivesse chi pensava di creare un’egemonia non a mezzo video di TikTok ma coi libri, ora che nessuno legge più niente. La signora di Fratelli d’Italia si è agitata moltissimo: non diamo quest’immagine dei giovani italiani.

Ho risposto: ma quali giovani italiani, non legge più niente nessuno da nessuna parte, le vendite dei libri sono drammatiche e sono pure falsate dai fondi che il ministero ha appena dato alle biblioteche, senza i quali saremmo ai numeri negativi.

La signora ha insistito: i miei figli leggono moltissimo, abbiamo letto Manzoni insieme la sera. Non sapevo se mi venisse da ridere o da piangere, al pensiero dei futuri Pietro Maso che la signora si stava allevando.

Erano le settimane della polemica sulle linee-guida ministeriali che spostavano in avanti nei programmi del liceo la lettura dei “Promessi sposi”, decisione su cui ci eravamo tutti agitati moltissimo, consapevoli del fatto che gli anni di scuola, in cui sono obbligati a farlo, sono gli ultimi in cui gli adolescenti di oggi apriranno un libro.

Elenco parziale di momenti degli ultimi anni in cui ho capito che nessuno legge più niente.

Un’intervista televisiva prima della registrazione della quale il conduttore mi ha detto che proprio non aveva avuto modo di leggere il libro su cui mi doveva intervistare, che aveva lì da un mese: «D’altra parte, sai, come si fa a tornare a casa la sera e mettersi a leggere?» (detto col tono: come si fa ad andare in miniera).

La prima visita dal cardiologo, nel corso della quale lui mi chiese che lavoro facessi, io dissi che scrivevo, e lui rispose non in tono miniera ma in tono sport esotico: «Ah: mia moglie legge».

Un amico (che di mestiere fa l’editore) che mi chiede la sera, d’un libro che la mattina gli avevo detto di voler leggere, se l’abbia iniziato, e quando gli dico che l’ho finito trasecola, e quando gli ricordo che non faccio altro tutto il giorno, non ho figli da badare o uffici in cui andare, ci manca pure che in un’intera giornata non finisca un libro, mi dice che capirebbe se avessi visto otto ore di serie televisive, ma un libro no.

Le madri che mi raccontano i tavoli di trattativa coi figli, io gli faccio tenere il cellulare ma lui in cambio legge, e già che leggere sia passato da ciò che nella trattativa chiedevamo noi figli a ciò che impongono i genitori è un bel cambiamento d’epoca, ma il vero scarto è: l’imposizione si concretizza in ben un libro al mese.

Eccetera. L’obiezione più stupida del mondo la state per formulare anche voi, lo so, la sento arrivare, ci sono abituata. L’obiezione più stupida del mondo è: l’aneddotica non è statistica. L’aneddotica vostra, che non brillate per spirito d’osservazione.

L’aneddotica di chi con lo spirito d’osservazione ci campa viene – è un bel guaio: avete presente Cassandra? – prima della statistica, che poi arriva a confermarla con mesi o anni di ritardo. E infatti eccola.

Il numero di agosto dell’Atlantic ha una storia di copertina così intitolata: “L’epoca della lettura è finita”. Il sommario del lungo articolo ricorda una cosa che dico sempre su quel mezzo secolo in cui abbiamo avuto tutto – il pop, i romanzi, lo stato sociale, l’economia florida, le file per vedere “La dolce vita”, Umberto Eco che vendeva milioni di copie, la cultura popolare come lessico condiviso – e ci siamo illusi che quei decenni in mezzo ai quali eravamo cresciuti fossero la normalità, mica un’eccezione irripetibile. Dice il sommario dell’articolo dell’Atlantic: “Una volta gli ottimisti credevano che l’alfabetizzazione universale fosse inevitabile. Adesso sembra che l’epoca della lettura possa essere stata una breve anomalia nella storia umana”.

Rose Horowitch, prevenendo le vostre obiezioni, ha riempito la sua aneddotica di statistica. Nel 2004 gli americani che leggevano «per piacere personale» erano il 28 per cento; nel 2023 poco più della metà, il 16 (sono inclusi coloro che leggono giornali, e persino coloro che i libri li ascoltano, e il fatto che abbiamo iniziato a chiamare «lettura» l’ascolto delle fiabe della buonanotte la dice lunga sulla nostra disperazione). Per i tredicenni, la casistica di quelli che non leggono mai per divertimento sale dall’8 per cento del 1984 al 29 del 2025.

I libri più venduti nella classifica americana hanno, rispetto a quelli che si vendevano un secolo fa, frasi più brevi di un terzo. Aggiungo io: tra tre anni compie un secolo “Di là dal fiume e tra gli alberi”, il cui incipit, quattro virgole per centoventisei parole, farebbe correre il lettore medio di questo secolo a farsi prescrivere dei calmanti per l’ansia. Aggiunge Horowitch: «Le frasi lunghe non sono necessariamente migliori. Ma il fatto che fossero ubique suggerisce che ci sia stata un’epoca in cui gli americani avevano l’inclinazione a leggere opere letterarie serie, e la capacità di farlo».

Aggiunge anche che il libro più venduto negli Stati Uniti nel 1958 era “Il dottor Zivago”, e l’anno scorso è stato uno degli “Hunger Games”, e il punto temo sia questo, già reso evidente dalle reazioni a quell’Harmony d’epoca che è “Cime tempestose”: l’intrattenimento da servette senza formazione letteraria una volta era costituito da romanzi che – ora che l’intrattenimento per le masse sono video di TikTok che, se durano due minuti, cominciano col parlante che si scusa per la lunghezza dell’orazione – siamo passati a considerare sofisticati classici della letteratura.

Quelli di noi che si struggono pensando che una volta Arbasino poteva pubblicare “Fratelli d’Italia” (il romanzo del 1963, non il partito della tizia i cui figli leggono Manzoni dopo cena), e poteva non vendere quasi niente ma non per questo perdere una briciola di prestigio, quelli di noi che pensano ad Arbasino dovrebbero, per deprimersi davvero, considerare la parte alta della classifica del ’63: il libro commerciale di quell’anno, “Lessico famigliare”, oggi sarebbe troppo raffinato per i lettori forti.

Altre statistiche? La soglia di attenzione – davanti a uno schermo, mica di fronte a un’ostica pagina stampata – è crollata dai due minuti e mezzo del 2004 al minuto e 15 del 2012 ai 47 secondi del 2021. Il 30 per cento degli americani adulti non sanno fare una parafrasi.

Questo è il punto in cui voi dite vabbè, ma è perché sono americani, e io sono costretta a ricordarvi che noi non siamo messi meglio (tranne i figli della tizia di Fratelli d’Italia). Non passa un giorno senza che io, che mi ostino a leggere i giornali, legga un «parafrasando Tizio» che mai mai mai è una parafrasi, a volte è una citazione imprecisa, o una citazione letterale, o qualsiasi altra cosa ma mai una parafrasi. La parafrasi, quella cosa che una volta facevano fare alle medie, gli adulti di oggi non sanno cosa sia: pensano sia un modo raffinato di dire «come dice Coso».

Cosa c’entra la lettura? Qualunque studio neurologico dice che chi non legge ha le zone del linguaggio meno attive, e noi non leggiamo più niente, e lo dico mentre mi ostino a scrivere centocinquanta righe delle quali il commentatore social medio leggerà il titolo (che non capirà, perché gli si sono atrofizzati i neuroni).

La gente che lavora con le parole non sa cosa significhi «parafrasare», o che «incinta» sia un aggettivo che va declinato: l’altro giorno ho letto «donne incinta» non nel post di una straniera poco alfabetizzata su Facebook, ma in un articolo nelle pagine culturali d’un quotidiano. Ma non è poi molto importante, perché chi lavora con le parole presto dovrà scrivere solo le didascalie dei video sotto al minuto di durata, che non leggeremo comunque perché di questo passo presto le didascalie ci sembreranno l’“Ulisse” (quello di Joyce, non quello di Nolan).

Non c’è giorno senza che qualcuno che di mestiere scrive non mi dica qualcosa tipo: dai, non ci credo che tu non ti fai scrivere le cose dall’intelligenza artificiale, e io ho capito che presto «non ho mai usato l’intelligenza artificiale» farà l’effetto che finora facevo dicendo «non leggo libri tradotti». Non so come funzionino loro: io se non scrivessi non saprei cosa penso della cosa di cui scrivo. Come faccio a dire all’intelligenza artificiale cosa scrivermi se non so cosa voglio scrivere finché non scrivo? (Nell’articolo dell’Atlantic ci sono studenti che ChatGPT la usano per farsi tradurre dall’inglese originale a quello corrente la letteratura antica, e quella letteratura antica è “Arancia meccanica”. Glielo riscriverà con le faccette sorridenti e quelle piangenti?).

E, se stiamo così ora, quali saranno le statistiche e le aneddotiche dopo qualche anno di intelligenza artificiale usata per scrivere le mail al capufficio e per decodificare la complessa prosa di Liala? Noi quattro che ci siamo ostinati a leggere e scrivere saremo gli unici coi cervelli non atrofizzati? Governeremo il mondo o moriremo di solitudine?

Dice Horowitch che il postalfabetismo diagnosticato da McLuhan era in anticipo ma si è finalmente realizzato, e Trump ne è l’espressione perfetta: il potere che vuole le liste e le foto, mica i lunghi rapporti da leggere. Ma quel potere lì, per sconfiggerlo, basterebbe saper arrivare in fondo a un paio di subordinate – no?

Avevo pensato di parafrasare la conclusione d’un articolo di due anni fa, ma invece ve lo ricopierò. È una cafonata citarsi, ma prendetela per una resa: non cambia mai niente, in questo mondo che precipita vorticosamente restando noiosamente immobile.

«È andata così, pazienza: abbiamo avuto qualche decennio di benessere sociale e culturale, in cui oltre agli elettrodomestici e all’acqua corrente avevamo i romanzi, i saggi, i film, il gusto del bello, la curiosità intellettuale, la voglia di cavarcela, l’intenzione di capire il mondo, i filosofi di cui dovevi sbatterti a rileggere il giro di frase ma alla fine avevi capito qualcosa in più. A sapere che non sarebbe durata, ce la saremmo goduta ancora di più, ma ci è andata comunque meglio che a queste disastrate generazioni arrivate dopo, alle quali restano le bomboniere, la body positivity, i trigger warning, “Bridgerton”, e Byung-Chul Han».

L'articolo L’epoca della lettura è finita, a saperlo prima ce la saremmo goduta di più proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User