Israele apre al dopo Unifil targato Italia-Francia, ma a una condizione

10 Luglio 2026 - 05:19
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Israele apre al dopo Unifil targato Italia-Francia, ma a una condizione

Safed (Israele). «Non avremmo problemi» con la coalizione multinazionale per il Libano che Italia e Francia stanno promuovendo al posto della missione Unifil quando essa scadrà a dicembre, se contribuirà alla smilitarizzazione di Hezbollah. A parlare è un alto funzionario delle forze armate israeliane che Linkiesta ha incontrato, assieme ad altre testate e agenzie, al quartier generale del Commando settentrionale, posto a protezione dei confini settentrionali dello Stato ebraico con la Siria e il Libano.

«Mi chiedo quale sia il motivo per essere lì», aggiunge, se non assicurare una fascia di sicurezza nel Libano meridionale che impedisca a Hezbollah di lanciare attacchi e razzi contro Israele. La politica attuale di Gerusalemme prevede: distruggere le infrastrutture militari del gruppo, mantenere l’area sgombra per garantire la sicurezza del confine; conservare la libertà di operare militarmente all’interno della zona anche in caso di cessate il fuoco, ampliandola fino al Monte Hermon e limitando la capacità di Hezbollah di spostare uomini e armi.

Per dirla con le parole di Avraham Levine, esperto dell’Alma Research and Education Center, centro studi che si trova a Migdal Tefen, Israele non pensa di eliminare Hezbollah occupando una fascia di tre chilometri? La ragione per cui Israele è lì è perché vuole fermare «il fuoco diretto». «Fermeremo il fuoco diretto e neutralizzeremo le altre minacce» ha evidenziato il riservista, specificando che le forze armate israeliane non si faranno più cogliere di sorpresa. «In questo modo abbiamo eliminato quella minaccia».

Mercoledì, durante la conferenza stampa al termine del vertice Nato di Ankara, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni era intervenuta nuovamente sull’ipotesi di una coalizione multinazionale che prenda il posto di Unifil, la missione oggi guidata dal generale di divisione dell’Esercito italiano Diodato Abagnara, che cesserà ufficialmente le proprie operazioni il 31 dicembre prossimo, con un progressivo smantellamento delle forze e il ritiro ordinato del personale che si concluderà nel corso dell’anno prossimo. «Andiamo avanti», ha spiegato la presidente del Consiglio, «insieme ai francesi». «Siamo per ora a livello di sherpa e tecnici per capire come lavorarci insieme, ma ne abbiamo parlato per esempio adesso anche col presidente» turco Recep Tayyip Erdogan. «C’è molto interesse su questa iniziativa italo-francese e faremo in modo che possa presentarsi per tempo prima della scadenza del mandato di Unifil», ha spiegato ancora.

L’idea di una nuova missione nasce anche dalla convinzione, condivisa a Gerusalemme, che Unifil non sia riuscita a impedire il riarmo di Hezbollah a sud del Litani dopo la guerra del 2006. Da qui la richiesta israeliana di una forza con un mandato diverso, capace di accompagnare il dispiegamento dell’esercito libanese e, soprattutto, di sostenere concretamente il disarmo della milizia sciita.

La richiesta israeliana di una missione con un mandato diverso ha però aperto un confronto con alcuni dei principali Paesi europei presenti in Libano. Dopo il 7 ottobre, Gerusalemme ha accusato ripetutamente Unifil di non aver impedito il consolidamento militare di Hezbollah nell’area a sud del Litani, mentre diversi governi europei, a partire da Italia, Francia e Spagna – tra i maggiori contributori della missione – hanno difeso il ruolo dei caschi blu e insistito sulla necessità di preservare il carattere multilaterale dell’operazione. Le tensioni sono aumentate durante l’offensiva israeliana contro Hezbollah nell’autunno 2024, quando alcune posizioni Unifil furono coinvolte nei combattimenti e diversi Paesi Ue denunciarono i rischi per il personale internazionale, chiedendo maggiore protezione. Israele, dal canto suo, ha sostenuto che la missione non avesse gli strumenti né la volontà politica per impedire l’attività militare del gruppo sciita.

È proprio questo il nodo. Secondo un recente rapporto del Centre for European Reform, il sostegno europeo al Libano si è concentrato finora soprattutto su due pilastri: gli aiuti umanitari e il rafforzamento delle istituzioni statali, in particolare delle Forze armate libanesi. Bruxelles ha stanziato nuovi fondi sia per l’assistenza alla popolazione sia per l’equipaggiamento e l’addestramento dell’esercito, nella convinzione che uno Stato più forte possa progressivamente sostituirsi a Hezbollah come garante della sicurezza nel sud del Paese.

Gli stessi autori del rapporto, tuttavia, osservano che il rafforzamento delle istituzioni libanesi, pur necessario, non basta senza una cornice politica stabile. Hezbollah continua infatti a respingere qualsiasi ipotesi di disarmo imposta dall’esterno, sostenendo che la propria presenza armata resti necessaria finché Israele manterrà truppe sul territorio libanese e continuerà a riservarsi la libertà di condurre operazioni militari oltre confine.

È su questo equilibrio che si giocherà anche il futuro dell’eventuale missione internazionale. Da una parte Israele insiste sulla necessità di mantenere la libertà d’azione contro eventuali tentativi di ricostruzione dell’apparato militare di Hezbollah; dall’altra Beirut difficilmente potrà accettare una forza percepita come funzionale alle esigenze di sicurezza israeliane senza ottenere un pieno ritiro delle truppe dello Stato ebraico dalle aree occupate.

Anche l’Unione europea arriva all’appuntamento con margini limitati. Come rileva ancora il Centre for European Reform, Bruxelles è rimasta sostanzialmente ai margini dei negoziati che hanno portato agli accordi mediati dagli Stati Uniti tra Israele e Libano, frenata sia dalla scelta di Washington di monopolizzare la mediazione sia dalle profonde divisioni tra gli Stati membri sulla politica verso Israele. È anche per questo che l’iniziativa italo-francese rappresenta, oltre che un tentativo di garantire la stabilità del Libano meridionale, una prova della capacità europea di ritagliarsi un ruolo politico in uno dei dossier più delicati del Medio Oriente.

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