L’Europa scopre che l’autonomia strategica senza materie prime non esiste

Maggio 14, 2026 - 07:32
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L’Europa scopre che l’autonomia strategica senza materie prime non esiste

Mentre la Comunità politica europea (Epc) si riuniva in Armenia il 4 maggio per affrontare temi come la resilienza democratica, le connessioni continentali e la sicurezza energetica ed economica, l’autonomia strategica dell’Unione europea veniva messa a dura prova dalle mosse di Donald Trump e da quelle di Xi Jinping.

Il formato nato nel 2022 su iniziativa francese per raccogliere i Paesi del continente europeo si è trovato questo semestre a Yerevan, cornice significativa considerando il tradizionale favore del padrone di casa per Mosca. L’Armenia è il nodo centrale del Corridoio caucasico, l’alternativa geografica a quello russo a nord e a quello mediorientale a sud per l’afflusso di gas. Il premier armeno Nikol Pashinyan – noto per i suoi video in macchina e in ufficio mentre ascolta i rapper americani da Drake a Future – dopo un duetto con Emmanuel Macron sulle note di Aznavour, il secondo al microfono e il primo alla batteria, ha ammesso che «il Nagorno-Karabakh non è mai stato nostro». Una svolta epocale, che pone fine a una disputa territoriale con l’Azerbaijan durata tre guerre, e che riorienta l’Armenia verso l’Europa a scapito di Mosca.

Con l’accordo bilaterale firmato nelle ore successive, l’Unione porta l’Armenia dentro la sua orbita di sicurezza con impegni su connettività, difesa e investimenti, impegnandola in cambio a bloccare l’elusione delle sanzioni russe sui beni dual use, i prodotti con uso sia civile sia militare, come microchip, semiconduttori e ottiche di precisione, gli stessi che la Russia compra attraverso intermediari in paesi terzi per continuare a produrre droni e missili. L’Armenia era uno dei canali di transito privilegiati. Firmare quell’impegno significa chiudere quel canale, o almeno impegnarsi formalmente a farlo. Un Paese ancora nell’alleanza militare di Mosca che firma contro Mosca può significare solo una cosa: gli alleati di Vladimir Putin stanno capendo che è meglio levarsi di torno prima della caduta dello zar.

Quest’ultimo, sempre più oggetto di critiche da parte dell’opinione pubblica russa, ha aperto a modo suo ai negoziati per la fine della guerra in Ucraina. Proponendo come negoziatore per l’Europa l’amico ed ex-cancelliere tedesco Gerhard Schröder, Putin ha spostato il dibattito tedesco dalle forniture di armi alla mediazione, incrinando la coalizione Cdu-Spd e mandando un segnale a Trump: l’Europa può trattare senza Washington. Ma ci ha pensato Kaja Kallas a sbattergli la porta in faccia: Schröder non va bene poiché sarebbe «seduto su entrambi i lati del tavolo», considerando il suo ruolo di advisor per compagnie legate al settore energetico russo come Rosneft e Nord Stream Ag, quelli del gasdotto.

A Yerevan non c’erano soltanto i Ventisette, ma anche Paesi come il Regno Unito, la Georgia, l’Ucraina e il Canada. Il premier canadese Mark Carney è il primo leader non europeo invitato all’Epc. Non è entrato in punta di piedi. Ha dichiarato l’adesione del Paese degli aceri al programma Safe per gli appalti congiunti sulla difesa, approfondendo il dialogo già fitto col Canada per le materie prime critiche. L’Europa cerca partner industriali fuori dall’ombrello americano, e Ottawa si offre. Gli Stati Uniti hanno cancellato il dispiegamento dei missili Tomahawk in Germania, promessi da Joe Biden al vertice Nato del 2024 come risposta diretta agli Iskander russi posizionati a Kaliningrad. Erano il primo dispiegamento di missili a lungo raggio in suolo tedesco dalla fine della Guerra Fredda, e avrebbero colmato il vuoto di capacità di colpire il territorio russo. Friedrich Merz ha spiegato che «gli americani stessi non ne hanno abbastanza al momento», poiché i Tomahawk sono stati consumati nella guerra in Iran. I sistemi europei esistenti – Scalp, Storm Shadow, Taurus – hanno una gittata di 300-500 chilometri. I Tomahawk di milleseicento. L’alternativa europea, il programma Elsa, non sarà operativa prima del 2030 e non è solo un problema tecnico o finanziario. Chi è in prima linea – Polonia, Paesi baltici – compra già off-the-shelf perché non può permettersi di aspettare. D’altro canto, chi finanzia la ricerca, come la Francia, non vuole pagare per sistemi stranieri. Il risultato è che Elsa rischia di diventare un’etichetta su programmi nazionali che procedono in ordine sparso. Ma c’è un problema ulteriore: per costruire i missili servono le terre rare, che la Cina controlla al cento per cento. Il programma Safe di appalti comuni, a cui il Canada ha appena aderito, è la risposta istituzionale più urgente sul tavolo.

Ormai conosciamo il modus operandi del presidente Trump. Totale caos. Il 14 e il 15 maggio Trump sarà in Cina per la prima volta in otto anni. Xi lo accoglierà consapevole di avere il coltello dalla parte del manico. Nell’aprile 2025 Trump impose tariffe superiori al centoquaranta per cento sulle merci cinesi. Pechino rispose con restrizioni sull’esportazione di terre rare e le catene di approvvigionamento si incepparono in tutto il mondo, Europa inclusa. Gli Stati Uniti furono obbligati a rimuovere le restrizioni con la coda fra le gambe. Il summit avrà l’Iran al centro della sua agenda, ma si parlerà anche dell’estensione della tregua sulle terre rare e sui dazi. L’Europa non è seduta a questo tavolo. Se Trump ottiene da Xi un accordo preferenziale sulle terre rare per le aziende americane l’industria europea, già colpita dagli stessi blocchi cinesi, si ritroverà fanalino di coda. E senza quei materiali, il missile europeo che dovrebbe colmare il vuoto lasciato dai Tomahawk resterà sulla carta.

Per quanto l’Europa organizzi meeting ai propri confini e si sforzi nella sua opera di diversificazione degli alleati e delle fonti di approvvigionamento per energia e materie prime critiche, pare esserci una forza oscura che la trattiene dal suo vero potenziale. Tale limite non è Trump, non è Xi, non è Putin. Quella forza è la distanza che separa il dichiarare dall’essere: ci sono limiti materiali oggettivi che superano qualsiasi volontà di potenza. Se l’Europa non ottiene il suo missile a lungo raggio sarà in balìa di chi può offrirglielo. Se l’Europa non ottiene le materie prime critiche non avrà mai il missile. Non possiamo più permetterci un ruolo da media potenza. Nei prossimi giorni sapremo se Trump torna da Pechino con un accordo sulle terre rare che lascia l’industria europea a guardare. Se lo fa, il cantiere dell’autonomia strategica europea avrà perso tempo prezioso che non ha.

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