L’Europa vuole sanzionare il capo della Chiesa ortodossa russa, e noi dobbiamo svegliarci

22 Maggio 2026 - 04:47
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L’Europa vuole sanzionare il capo della Chiesa ortodossa russa, e noi dobbiamo svegliarci

Per quasi quattro anni il veto di Viktor Orbán aveva tenuto il Patriarca Kirill fuori dalla lista nera dell’Unione europea. Il governo ungherese difendeva quella protezione come una questione di libertà religiosa mentre i servizi di intelligence di mezza Europa la leggevano diversamente. Orbán non è più a Budapest, e il suo successore Péter Magyar ha fatto sapere a Bruxelles che l’Ungheria non ostacolerà le sanzioni contro il capo della Chiesa ortodossa russa. Secondo un’esclusiva di Euronews, un mini-pacchetto di misure restrittive è in preparazione: gli ambasciatori dell’Unione europea ne discuteranno questa settimana, con l’obiettivo di adottarlo al Consiglio Affari esteri del 15 giugno.

La sanzione su Kirill non è solo un atto simbolico nei confronti di una figura religiosa. Secondo quanto rivelato tre anni fa da SonntagsZeitung e Matin Dimanche, negli anni Settanta il Patriarca – allora archimandrita Vladimir Gundjaev, rappresentante del Patriarcato al Consiglio ecumenico delle Chiese a Ginevra – era un funzionario del Primo direttorato principale del KGB, sotto lo pseudonimo operativo Mikhajlov. Nel 2024, il Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha adottato una risoluzione che qualificava la guerra in Ucraina come «guerra santa»: una legittimazione canonica dell’aggressione che colloca strutturalmente il Patriarcato fuori dall’ambito delle organizzazioni religiose ordinarie.

Finlandia e Bulgaria hanno espulso sacerdoti del Patriarcato di Mosca per legami con i servizi di intelligence russi, rispettivamente nel 2022 e nel 2023. L’Estonia nel 2024 ha completato la separazione della Chiesa ortodossa locale dalla giurisdizione di Mosca. Queste misure non hanno atteso un’autorizzazione europea: sono state adottate sulla base di valutazioni nazionali, in applicazione degli strumenti già disponibili negli ordinamenti interni. In Italia quegli stessi strumenti esistono ma non sono stati attivati.

Il Patriarcato di Mosca è presente sul territorio italiano con circa venti parrocchie in oltre 17 città. La sede principale è la Cattedrale di Santa Caterina Martire a Roma, inaugurata nel maggio 2009 all’interno di Villa Abamelek, il recinto della residenza dell’ambasciatore russo sulla via Aurelia Antica: una contiguità strutturale con la missione diplomatica che non è un dettaglio geografico. Le parrocchie di Milano, Torino, Venezia, Bari e Sanremo completano una rete di presenza che un’analisi dell’Institute for National Resilience and Security di Kyjiv, basata su cento interviste in profondità con membri della diaspora ucraina in sei Paesi dell’Unione europea e pubblicata nelle scorse settimane, descrive come parte di un’infrastruttura ibrida: non una struttura religiosa in senso ordinario, ma un sistema che sovrappone funzioni pastorali, reti di contatto e canali di influenza. Il dato più rilevante per l’Italia emerso da quella ricerca è la coerenza della percezione: tutti i rispondenti del campione italiano – a differenza di quelli degli altri cinque Paesi – hanno segnalato la presenza dell’influenza russa in ogni sfera della vita pubblica simultaneamente, inclusa quella religiosa.

Il Patriarcato opera senza intesa con lo Stato italiano, sulla base della legge 1159 del 1929 sui culti ammessi. Questa collocazione ha implicazioni precise: attività riconducibile a operazioni di intelligence possono comportare misure di sorveglianza ma anche l’espulsione di sacerdoti con status diplomatico, la revisione dei benefici fiscali per le fondazioni collegate al Patriarcato.

C’è un elemento che la prospettiva delle sanzioni su Kirill rende più urgente anche sul piano simbolico. Il 16 maggio 2025, nel primo discorso al corpo diplomatico della Santa Sede, Leone XIV ha pronunciato una formula netta: «La guerra non è mai santa». Era una smentita diretta della teologia bellica del Patriarcato. Il 9 luglio il Papa ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Castel Gandolfo. La distanza tra Santa Sede e Patriarcato di Mosca non era mai stata così marcata da quando Kirill e Francesco si erano incontrati all’Avana nel 2016: il nuovo pontificato ha chiuso lo spazio di ambiguità che aveva caratterizzato gli anni precedenti.

Il governo Meloni ha mantenuto una linea filo-ucraina senza cedimenti significativi: undici pacchetti di aiuti militari, la proposta di garanzie di sicurezza collettiva avanzata nel marzo 2025, la presidenza della Ukraine Recovery Conference a Roma nel luglio dello stesso anno. Il problema non è l’orientamento politico dell’esecutivo ma la distanza tra quella postura e la risposta istituzionale sul piano interno, scrive il think tank ucraino.

E con le sanzioni su Kirill che si avvicinano, quella distanza diventa più difficile da ignorare: non perché la sanzione europea produca automaticamente obblighi nazionali sulle strutture ecclesiali, ma perché il perimetro entro cui si colloca la rete parrocchiale del Patriarcato è già definito – dai rapporti dell’intelligence, dalla documentazione sui legami con i servizi, dalla risoluzione sinodale sulla guerra – e gli strumenti per intervenire erano disponibili prima che Budapest cambiasse idea.

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