L’evoluzione del verde: come progettare un giardino che resiste a cambiamenti climatici e malattie

Il classico modello di prato all’inglese, caratterizzato da manutenzione costante ed elevato consumo di risorse idriche, mostra sempre più i suoi limiti di fronte a un clima che cambia. Nella gestione degli spazi verdi si fa strada un approccio differente, basato sulla progettazione ecologica e naturalistica, orientato a creare comunità vegetali autosufficienti e capaci di resistere a lunghi periodi di siccità e a temperature elevate.
Di questo cambio di prospettiva, se ne è parlato durante l’ultima puntata La Materia del Giorno con Raffaele Orrù, agronomo e paesaggista specializzato nella creazione di giardini che replicano i meccanismi degli ecosistemi naturali per ridurre al minimo la necessità di intervento umano.
I principi della progettazione ecologica
La progettazione naturalistica non si limita a una ricerca estetica, ma si fonda sulle leggi della scienza dell’ecologia e sullo studio delle comunità vegetali in natura. L’obiettivo principale è massimizzare i benefici ambientali – i cosiddetti servizi ecosistemici – diminuendo drasticamente l’apporto di acqua, concimi e manodopera.
«Se vogliamo definire questo approccio progettuale con una frase sintetica, io personalmente parlo di progettazione naturalistica del verde – ha spiegato Orrù –. Naturalistico vuol dire ispirato alle regole e ai principi con cui funzionano gli ecosistemi naturali o seminaturali e ispirato a questi sia in una chiave estetica, cercando di ricreare quelle atmosfere che possiamo incontrare in natura, ma soprattutto per quanto riguarda il loro funzionamento dal punto di vista ecologico».
Il punto di partenza operativo si riassume nella filosofia della «pianta giusta al posto giusto» , che richiede un’analisi accurata delle caratteristiche del suolo, del clima e dei microclimi locali. Le piante non vengono più selezionate come elementi isolati, ma vengono associate in comunità vegetali (“design plant communities”) dove ogni specie collabora alla stabilità del sistema. Ad esempio, le specie coprisuolo (“ground cover”) occupano gli spazi vuoti, contrastando naturalmente lo sviluppo delle erbe infestanti.
Biodiversità e risposta ai cambiamenti climatici
Un giardino ad alta biodiversità si dimostra più resistente rispetto alle aiuole monospecifiche della tradizione classica. La diversificazione agisce come uno scudo contro i parassiti e le fitopatie. Orrù ha evidenziato come l’estrema semplificazione dei paesaggi agricoli o urbani aumenti la fragilità del territorio, citando la diffusione della Xylella negli oliveti pugliesi o i problemi legati ai boschi di abete rosso in Trentino.
La resilienza di questi spazi si misura anche nella risposta al riscaldamento globale. Se nel piano erbaceo e arbustivo le specie più sensibili possono essere gradualmente sostituite nel tempo assecondando l’evoluzione naturale della comunità , la vera sfida riguarda la scelta degli alberi, il cui ciclo vitale si estende per decenni.
«L’attenzione maggiore riguarda in questo caso la scelta degli alberi», ha chiarito l’esperto. «Scegliere specie che vadano ad anticipare i cambiamenti che possiamo prevedere. Nella nostra zona il faggio si sta rivelando ormai non più adatto; oggi difficilmente ci sogneremmo di ripiantare dei faggi perché sappiamo che non si adattano più e verosimilmente dobbiamo guardare a specie che vengono da areali geografici più meridionali».
Una delle frontiere tecniche, sebbene ancora in fase prevalentemente sperimentale sul mercato vivaistico, riguarda l’uso di ecotipi provenienti da zone più calde, come l’impiego di varietà di acero campestre selezionate in Toscana per i progetti da realizzare nel Nord Italia.
Gli esempi nel territorio di Varese
Per osservare come questi concetti siano stati applicati concretamente, esistono in provincia di Varese due spazi visitabili. Il primo si trova nel giardino di Villa della Porta Bozzolo, a Casalzuigno: un progetto sperimentale avviato cinque anni in collaborazione con il Fondo Ambiente Italiano (Fai) e la responsabile dei giardini storici Emanuela Borio. In un’area non storicizzata del parco sono state introdotte cinque differenti comunità di piante per testarne il comportamento sul campo.

Il secondo esempio si trova a Oggiona con Santo Stefano. Si tratta di un parco pubblico inaugurato lo scorso anno vicino al municipio, dove sono state inserite comunità vegetali ispirate a tre diverse aree fitogeografiche (Europa, Asia e America). L’area è gestita senza l’ausilio di impianti di irrigazione supplementare e richiede interventi manutentivi minimi, limitati a scerbature e tagli periodici dell’erba.

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