L’immagine più attuale di Pannella è quella con la divisa dell’esercito croato

Maggio 19, 2026 - 05:38
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L’immagine più attuale di Pannella è quella con la divisa dell’esercito croato

Essendo non solo uomo di ingegno e di tenaci passioni, ma anche di consumato mestiere politico, Marco Pannella l’aveva previsto: «Da vivo mi trattano come fossi morto. Da morto mi tratteranno come fossi vivo».

Forse, oltre al gusto per l’irriconoscibilità, che aveva affascinato Pasolini, è stata anche la volontà di prevenire la monumentalizzazione abusiva e sgradita da padre della patria alla memoria a portare Pannella, nell’ultimo tratto della vita, a prediligere un’auto-monumentalizzazione naif da monaco errante o da pazzo di Dio, codino compreso.

Questo non ha impedito, come stiamo vedendo, che dal 2016 in poi si cucisse addosso al caro estinto quel laticlavio di marmo sostitutivo della nomina a senatore a vita, che post mortem molti sostennero avrebbe meritato e l’interessato – se mai l’avesse accettata – avrebbe usato in modo meno convenzionale del dovuto. Quindi, anche per questo, meglio il Pannella morto che il Pannella vivo.

Sei decenni di attività politica – la fondazione del primo Partito Radicale è del 1956 – fanno indubbiamente del leader radicale uno dei più longevi del secondo dopoguerra e certamente il più controverso e indecifrabile secondo un canone bipolare. D’altra parte, questa inclassificabilità è coerente con le caratteristiche di un personaggio che alla fine degli Anni 50 denunciava come, pure in un Paese diviso dalla frontiera di Yalta, vi fosse un’occultata e consociativa continuità politica, giuridica e culturale con l’Italia fascista e dopo il 1994 non volle mai davvero rassegnarsi all’o di qua o di là tra uguali e contrari o, per stare alla sua definizione, «tra i buoni a nulla e i capaci di tutto», pur acconciandosi (a volte, ma non sempre) ad alleanze elettorali apparentemente obbligate.

È stato un assoluto protagonista di quel periodo tra la fine della Prima Repubblica e l’avvio della Seconda, in cui con più potenza e anche successo elettorale si è sprigionata la sua eresia protestante – «Questo è un Paese che ha avuto solo controriforme e mai una riforma» – e ha trovato più spazio e sponde politiche, da Craxi a Berlusconi, la sua indubbia capacità di manovra e inclinazione corsara, che gli ha guadagnato molteplici accuse di contraddizione e di tradimento.

È dunque inevitabile e forse anche giusto che ognuno oggi abbia il proprio Pannella personale e che ci sia un Pannella buono per tutti i gusti e comodi politici.

Vale per i post-fascisti che gli ricambiano il rispetto che serbava per loro, quando erano ancora degli infrequentabili per la logica dell’arco costituzionale, e accoglievano meravigliati, ma riconoscenti le sue denunce sul fascismo dell’antifascismo e sul razzismo antropologico contro la destra missina.

Vale allo stesso modo anche per i post-comunisti che, con discreto ritardo, hanno riconosciuto nella battaglia per il divorzio e i diritti civili il vero punto di rottura del potere democristiano e di laicizzazione politica del Paese, mentre il Pci continuava a giudicare i radicali e il loro libertarismo una sorta di virus costruito nei laboratori della borghesia qualunquista, per minacciare l’unità politica e la salute morale delle masse proletarie.

Però il Pannella oggi più attuale rimane quello transnazionale, con un’intelligenza tragica delle cose del mondo e della mediocrità di classi politiche persuase di vivere perennemente alla fine della storia e quindi destinate a essere travolte dai suoi rovesci.

Il Pannella più profetico rimane la Cassandra che negli Anni 60 e 70 denunciava l’illusione di una pax occidentale costruita sul sacrificio di centinaia di milioni di donne e uomini abbandonati al totalitarismo comunista – così si comprende la sua sintonia, altrimenti inspiegabile, con Giovanni Paolo II – e che dopo la caduta del Muro vedeva lo spirito di Monaco tornare a incombere sulle sorti dell’Europa e il fantasma di una nuova guerra globale materializzarsi nell’appeasement con il dispotismo russo post-sovietico.

Da queste analisi e dalle condotte che ne sono conseguite emerge con chiarezza che la nonviolenza pannelliana è stata unalternativa radicale alla cultura pacifista a cui, per un certo periodo, è stata equivocamente accomunata, malgrado lo stesso Pannella non mancasse mai di demistificare il feticcio della pace come passepartout morale dell’imperio della violenza. Dal pacifismo stalinista degli Anni 50 a quello putiniano di oggi è il disarmo degli aggrediti, non quello dell’aggressore ad essere considerato il pegno obbligato e la garanzia più sicura della pace.

Negli Anni 70-80 i pacifisti chiedevano di uscire dalla Nato, ma patrocinavano qualunque guerra insurrezionalista, dal Medio Oriente, al Sudamerica e all’Indocina, mentre i nonviolenti radicali andavano a manifestare e a farsi arrestare nell’est europeo sovietizzato e predicavano un metodo gandhiano per le mobilitazioni anticoloniali, guardandosi bene dal giustificare le guerre sante anti-occidentali, a partire da quella anti-sionista, che non casualmente galvanizzava la sinistra pacifista e ne svelava (e svela) tutta la cattiva coscienza.

Anche l’antimilitarismo radicale aveva una cifra del tutto diversa da quello pacifista: non di utopia irenica disarmista, ma di denuncia della natura parassitaria e intrinsecamente eversiva di apparati militari sottratti a un effettivo controllo democratico, che non costituendo una difesa dalle minacce esterne alle democrazie europee ne diventavano per ciò stesso una minaccia interna.

Sull’alternativa tra nonviolenza e pacifismo, oltre a Pannella, hanno detto e scritto cose decisive altri due importanti dirigenti della storia radicale, come Roberto Cicciomessere  e Olivier Dupuis, spiegando che il nonviolento fa politica con il proprio corpo, frapponendolo tra l’aggressore e le sue vittime, mentre il pacifista fa politica con i corpi degli altri, esigendone il sacrificio umano per il bene dell’umanità. La nonviolenza è la lotta disarmata contro la «strage di diritto che diventa strage di vite» (altra citazione pannelliana), il pacifismo è invece il corollario di un teorema totalitario, grazie al quale un potere eslege afferma non solo il proprio dominio, ma la propria legittimità.

Su queste basi radicalmente anti-pacifiste nasce anche l’impegno di Pannella per forme di giurisdizione penale internazionale contro i crimini di guerra, di genocidio e contro l’umanità, avviate con il Tribunale ad hoc sull’Ex Jugoslavia del 1993 e culminate nel Trattato internazionale adottato il 17 luglio 1998 Trattato di Roma – che ha istituito la Corte Penale Internazionale (CPI). Intanto, nel 1994, su iniziativa di Pannella, era stata costituita un’organizzazione per la promozione e la tutela dei diritti umani e per la giustizia internazionale, che venne emblematicamente battezzata No Peace Without Justice – NPWJ (“Non c’è Pace senza Giustizia”) e che per un trentennio ha perseguito meritoriamente il proprio scopo sociale, con campagne che hanno spaziato dall’Amazzonia all’Afghanistan, prima di essere azzoppata dall’inchiesta sul cosiddetto Qatargate e dalla pesca a strascico attorno alla figura di Antonio Panzeri, da cui NPWJ e il suo segretario generale Niccolò Figà Talamanca sono ormai sostanzialmente usciti, senza essere formalmente prosciolti, perché per gli inquirenti belgi – che devono avere studiato in Italia – è preferibile far marcire un’indagine sine die e con essa la reputazione degli indagati, piuttosto che ammettere di avere sparato nel mucchio.  

Dunque, ricapitolando il pensiero pannelliano: non c’è pace, se la violenza del potere può impunemente mortificare la dignità e conculcare la libertà delle proprie vittime; non c’è pace, se la forza del diritto non è in grado di fronteggiare e arginare la forza dell’arbitrio e della sopraffazione, ma la riconosce e promulga come principio dell’ordine politico interno e internazionale.

Per questa ragione, se c’è una immagine quanto mai attuale e, per così dire, vivente della nonviolenza pannelliana è quella in cui il leader radicale, con la divisa dell’esercito croato, trascorre la notte di Capodanno tra il 1991 e il 1992 nelle trincee di Osijek bombardata dalle truppe serbe. Anche in quella occasione, fu tutt’altro che fortuita la presenza al suo fianco di Olivier Dupuis e di Roberto Cicciomessere.

Il Partito Radicale denunciava allora la complicità omissiva delle cancellerie europee con i disegni di Milosevic, che sarebbe proseguita ancora per più di tre anni, fino al massacro di Srebrenica. Anche in quel caso il paradigma pacifista imponeva di considerare la macelleria ex jugoslava e il genocidio perpetrato contro i bosgnacchi e programmato contro i kosovari un prezzo giusto per la pace europea. Lo stesso lodo che i pacifisti oggi propongono rispetto all’Ucraina. La stessa ragione per cui oggi, più di allora, l’Europa è in pericolo.

L’appuntamento che Europa radicale organizza domani, per il decennale della morte di Pannella, partirà proprio da questa equivalenza tra il pacifismo pro-miloseviciano e quello pro-putiniano e dalla necessità di tornare, con la forza della nonviolenza, nelle trincee in cui, difendendo la libertà di chi vuole essere europeo, si difende tutta l’Europa.

 

Il convegno “Organizzare la nonviolenza in Europa a 10 anni dalla morte di Pannella”  si terrà a Roma il 20 maggio 2026, dalle 10 alle 15, presso l’Europa Experience – David Sassoli in Piazza Venezia 6. Interverranno, tra gli altri, Igor Boni, Niccolò Figà Talamanca, Oles Horodetskyy, Silvja Manzi, Mirella Parachini, Emilia Rossi, Francesco Rutelli, Chiara Squarcione, Lorenzo Strik Lievers, Marco Taradash, Federica Valcauda e Yana Zinkevic

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