L’intelligenza artificiale potrebbe replicarsi da sola, anche negli elettrodomestici

L’intelligenza artificiale potrebbe essere in grado, nel giro di pochi mesi, di replicarsi autonomamente attraverso dispositivi connessi a internet, dai televisori alle telecamere di sicurezza, fino ai forni intelligenti e ai robot aspirapolvere. È l’allarme lanciato da Anthropic, secondo cui alcuni modelli potrebbero presto trasformarsi in una sorta di malware autonomo, capace di infiltrarsi nei dispositivi, sfruttarne la potenza di calcolo e propagarsi senza intervento umano. Un’evoluzione che renderebbe molto più difficile contenere un attacco informatico, perché non esisterebbe più un unico punto da disattivare per fermarlo.
Il Guardian ha esaminato il rapporto pubblicato lunedì dai ricercatori della società di intelligenza artificiale. Il documento descrive la possibilità che nascano veri e propri «vermi informatici» basati sull’IA, programmi capaci di copiare se stessi da un dispositivo all’altro. Una volta compromessa una macchina, il modello potrebbe trasferire il proprio codice e i propri pesi, cioè i parametri che ne permettono il funzionamento, sul dispositivo successivo, per poi riprendere l’attività e continuare a diffondersi.
La novità rispetto ai malware tradizionali è che questi sistemi potrebbero adattarsi anche a dispositivi e ambienti informatici che non conoscevano in precedenza. I primi bersagli potrebbero essere le abitazioni e le piccole imprese, dove sono diffusi apparecchi connessi spesso dotati di protezioni informatiche limitate. Tra quelli potenzialmente vulnerabili ci sono televisori, forni e frigoriferi intelligenti, tosaerba automatici, videocamere e sistemi per le videoconferenze. Molti di questi apparecchi integrano già piccoli chip progettati per eseguire modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo, senza dover ricorrere ogni volta a un centro di calcolo remoto.
Secondo i ricercatori, in uno scenario estremo più sistemi autonomi potrebbero coordinarsi e attaccare insieme infrastrutture informatiche. Non è però ancora chiaro quale forma assumerebbe una simile minaccia. Potrebbe trattarsi di una diffusione lenta e persistente, paragonabile a una muffa digitale che si espande gradualmente, oppure di un modello più sofisticato, capace di colpire rapidamente grandi strutture come i data center. Un’altra possibilità è che i sistemi cerchino di procurarsi le risorse necessarie al proprio funzionamento attraverso truffe e furti di credenziali.
Gli autori dello studio avvertono che un replicatore autonomo sarebbe difficile da fermare proprio perché distribuito su una rete di dispositivi diversi. «Dovremmo rendere i nostri sistemi più resistenti, così da ostacolare la diffusione di questi replicatori, ma prepararci anche a un mondo in cui saranno presenti in modo permanente», scrivono. Il rischio, dunque, non riguarda soltanto la possibilità di un attacco immediato, ma anche la difficoltà di eliminare completamente un sistema una volta diffusosi nella rete.
L’allarme arriva in una fase in cui le principali aziende del settore segnalano capacità sempre maggiori dei propri agenti di IA, sistemi progettati per agire in autonomia e svolgere compiti complessi. Negli ultimi mesi sono emerse segnalazioni sulle loro capacità di individuare vulnerabilità e tentare intrusioni nei sistemi di aziende e istituzioni pubbliche. Questi sviluppi hanno spinto ricercatori, dirigenti e politici a chiedere maggiori garanzie di sicurezza e più controlli, mentre le stesse società continuano a sviluppare e distribuire nuovi modelli.
Il problema, sottolinea il Guardian, è che le difese informatiche dovranno adattarsi a una minaccia potenzialmente diversa da quelle conosciute finora: un sistema capace non solo di sfruttare le vulnerabilità, ma anche di trasferirsi su altre macchine e continuare a operare senza un controllo centralizzato. Per Anthropic, rendere più sicuri i dispositivi connessi e prepararsi a individuare queste reti sarà essenziale prima che simili capacità diventino più diffuse.
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