L’Italia stretta tra due peronismi incapaci di governare il futuro

03 Luglio 2026 - 05:13
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L’Italia stretta tra due peronismi incapaci di governare il futuro

Le prossime elezioni non sembrano destinate a decidere chi abbia l’idea migliore per il futuro dell’Italia. Sembrano piuttosto una gara a chi riesce a occupare più spazio emotivo nel proprio campo.

A destra, Giorgia Meloni lavora per trasformare le elezioni del Parlamento in una sorta di plebiscito permanente sulla sua leadership. Più che scegliere una maggioranza, gli italiani dovrebbero scegliere una figura che incarni la nazione, quasi fosse un’elezione del presidente della Repubblica. È anche il modo più efficace, secondo Meloni, per frenare la ruvida ascesa del generale Roberto Vannacci, che punta a contendere alla presidente del Consiglio l’egemonia culturale della destra.

A sinistra, Giuseppe Conte propone di archiviare il Campo largo e di ribattezzare la coalizione “Alleanza per la Costituzione”. Un nome che non è soltanto un’operazione di marketing. È un messaggio politico: saldare l’alleanza con quel mondo della magistratura associata uscito politicamente rafforzato dal referendum sulla giustizia e ricostruire un nuovo “arco costituzionale” dentro il quale decidere chi è pienamente legittimato a governare e chi invece deve restarne fuori. Ad esempio, oltre alla destra tutta, il muovo format di Alessandro Di Battista. Elly Schlein si è affrettata a condividere l’impostazione anche se al Nazareno sono irritati perché Conte li ha preceduti.

In entrambi i casi, la politica parla soprattutto di sé stessa. Nel frattempo, il mondo cambia a una velocità impressionante.

L’Europa affronta la più grave crisi della propria sicurezza dalla fine della Guerra fredda. L’intelligenza artificiale sta ridisegnando economia e lavoro. La competizione fra Stati Uniti e Cina deciderà gli equilibri tecnologici del XXI secolo. Il debito italiano continua a limitare ogni margine di manovra. La produttività ristagna, i giovani emigrano, la natalità crolla. Eppure questi temi rimangono sullo sfondo.

Anche su Vladimir Putin il dibattito politico italiano sembra essersi improvvisamente fatto prudente. Come se fosse preferibile non esporsi troppo. Come se, in fondo, rompere definitivamente con la Russia potesse un giorno rivelarsi un errore. È un silenzio che colpisce, soprattutto in un Paese fondatore dell’Europa, mentre il futuro dell’ordine europeo si gioca anche sul campo di battaglia ucraino. Intanto il confronto economico continua ad assomigliare a un magazzino di vecchi slogan.

La sinistra rispolvera la patrimoniale. La destra rilancerà presto o tardi la flat tax, intesa a suo modo, come un ulteriore bonus o esenzione per futuri nuovi clientes. Sono slogan che si discutono da almeno trent’anni, come se nel frattempo non fossero cambiate l’economia mondiale, la tecnologia, la demografia e la stessa natura della competizione internazionale.

Nessuno sembra voler affrontare il vero nodo: come aumentare la produttività, attrarre investimenti, ridurre il peso della burocrazia, costruire un sistema educativo capace di competere con le grandi economie avanzate, investire nella ricerca, nell’intelligenza artificiale, nelle infrastrutture strategiche e nella difesa europea.

Le riforme che richiedono coraggio, vedi la necessaria riforma della sanità proposta dal ministro Schillaci, vengono continuamente rinviate perché non producono consenso, mentre bonus, sussidi e bandiere identitarie producono voti oggi. Per questo l’impressione è che il conflitto politico italiano sia sempre meno uno scontro fra destra e sinistra e sempre più una competizione fra due forme di conservatorismo. Una è nazionalista. L’altra è giustizialista.

Entrambe diffidano del mercato quando rompe gli equilibri consolidati. Entrambe preferiscono distribuire protezione piuttosto che creare opportunità. Entrambe parlano continuamente di popolo e molto meno, anzi per nulla, di cittadini, di persone, di individui. Entrambe finiscono per alimentare una dipendenza crescente dalla politica anziché liberare energie nella società.

Siamo di fronte a due peronismi all’italiana. L’alternativa, se vuole nascere, non può limitarsi a occupare il centro geometrico dello schieramento politico. I centri che vivono soltanto di moderazione finiscono quasi sempre per essere assorbiti dai poli.

Serve invece un centro politico che abbia un’ambizione culturale prima ancora che elettorale, e che rimetta al centro la crescita invece della distribuzione del declino. Che difenda l’economia di mercato senza trasformarla in un dogma. Che tenga insieme libertà economiche e diritti civili. Che proponga un fisco semplice, una giustizia efficiente, uno Stato più leggero ma più autorevole, una scuola che premi il merito, un’università competitiva, un grande piano europeo per la ricerca, l’energia, la difesa, l’ambiente l’innovazione.

Soprattutto, un centro che smetta di considerare l’Europa un vincolo e torni a considerarla il luogo nel quale l’Italia può recuperare sovranità condividendo potere con gli altri Paesi democratici attraverso la modernizzazione dei meccanismi di decisione, di bilancio federale e di democrazia
È questa, nelle intenzioni, la sfida dello Spazio Pubblico promosso da Pina Picierno: riunire culture liberali, democratiche, riformiste, popolari, radicali e socialiste riformatrici che oggi vivono disperse, spesso più impegnate a distinguersi (e scontrarsi) l’una dall’altra che a costruire un’alternativa credibile.

Naturalmente nessuno sa se questo progetto riuscirà, nonostante le buone premesse. Molto dipenderà dall’assunzione di responsabilità dei cittadini sfiduciati e resi indifferenti dal fallimento dei precedenti tentativi. Me se questa destra e questa sinistra continueranno a contendersi il potere, chi governerà il futuro?

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