Macklemore, Sheeran, e quelli convinti che la libertà valga solo per Coccolino

Lo so che vi state chiedendo «e chi diavolo è Macklemore», ma pensate a me, che come sempre vi batto in incomprensione del mondo, e che non solo non avevo mai sentito nominare Macklemore, ma neanche ho mai sentito una canzone di Ed Sheeran. Il che rende questa vicenda uno splendido esempio di come ormai non ci freghi più nientissimo delle opere, e moltissimo dei pettegolezzi.
La storia ormai la saprete, è da due giorni sui giornali, io l’ho letta per la prima volta grazie all’algoritmo, mio spacciatore di pettegolezzi, che due giorni fa mi ha proposto il racconto che ne faceva questo Macklemore, chiunque egli sia.
Sheeran, cantautore bruttino di grandissimo successo, sta facendo una tournée negli Stati Uniti. Ci sono degli altri cantanti meno famosi che, come si usa, gli fanno da numero d’apertura, da scaldapubblico, o come direbbero i giovani illusi di conoscere l’inglese da opening act. Tra questi, Macklemore.
Quel che è successo è facile da ricostruire anche perché, vivendo noi in un disgraziato tempo di videosorveglianza, ne esistono parecchi video. Al concerto in New Jersey, Macklemore, con al collo una bandana a fantasia kefiah, dice che ci tiene a dire «Free Palestine». Lo dice due volte.
«Free Palestine», commentava ieri una persona spiritosa con cui ne parlavo, non è «dal fiume al mare» o «Israele criminale» o altre frasi che stanno nel dibattito pubblico con una disinvoltura che le ha svuotate d’ogni impatto: «Free Palestine» è una frase così innocua che potrebbe dirla anche Netanyahu, in una sua futura carriera di rapper.
In Italia per «Free Palestine» saresti finito con la foto della bandana a kefiah sulle homepage dei giornali, nessuno avrebbe parlato delle tue canzoni e tutti avrebbero lodato il tuo coraggio, che è quel che accade quando si fa qualcosa che coraggio ne richiede pochino. In America, è andata un po’ diversamente, non so se per colpa della bandana che gareggiava in bruttezza con la borsa a cocomero con cui la madrina di Venezia si era mostrata coraggiosissima un paio di settimane fa.
Robert Kraft è un ultraottantenne molto ricco che possiede aziende, possiede squadre sportive, e possiede anche lo stadio fuori Boston in cui la settimana prossima Sheeran deve fare due concerti. Pare che Kraft ritenga che «Free Palestine» sia uno slogan che non gli fa fare buoni affari, e quindi abbia detto all’organizzazione del concerto di Sheeran «questo me lo cacciate». Pare abbia anche detto di essere d’accordo con altri proprietari di altri stadi che anche loro, se Sheeran non toglieva di mezzo il tizio di «Free Palestine», il concerto non lo volevano.
Nonostante i giornali siano pieni di informazioni sulla questione, nessuno mi dice se questa cosa si potesse fare. Non se fosse morale farla, se fosse vile farla, e tutte quelle altre belle valutazioni che piacciono ai social: se si potesse tecnicamente dire a gente con cui hai un contratto che tu il loro concerto non lo ospiti più. Non ci sono delle gigantesche penali? O i contratti americani, sempre pieni di clausole morali, ne prevedono anche una sugli slogan?
Macklemore annuncia che «Ed Sheeran e la sua squadra hanno deciso di rimuovermi dalla tournée». Dice una cosa ovvia a chiunque non sia Vongola75, cioè che comunque stiamo parlando di gente ricca, con carriere e visibilità, e insomma non è il caso di pensare a loro come alle vittime. Che Sheeran è suo fratello e che hanno avuto conversazioni complicate. Che Sheeran è apolitico e gli ha detto che molte persone sono rimaste ferite dalle sue parole (qui ovviamente Macklemore si gioca la carta: più ferite dei bambini palestinesi?).
Che lui «Free Palestine» l’ha sempre detto ma adesso che divide il palco con uno dei più grandi artisti al mondo nei più grandi stadi d’America diventa una frase troppo scomoda. Che il palcoscenico diventa resistenza (vabbè). Che non è una frase antisemita. Che spera la sua amicizia con Sheeran sopravviva, e che comunque a lui non serviva fare tutta la tournée, ma dire quella cosa nei due concerti in cui è stato.
Naturalmente, sempre per la videosorveglianza di cui sopra, sono stati rigurgitati subito i filmati di Macklemore col nasone posticcio da ebreo, e il dibattito è presto stato ridotto a quello zero kelvin della dialettica che tanto piace all’algoritmo: da una parte quelli i bambini palestinesiiii, dall’altra quelli l’antisemitismoooo.
Intanto dal tour di Sheeran se ne vanno altri musicisti, in solidarietà a Macklemore, sul quale ho letto persino una buona battuta (un avvenimento raro quanto un dibattito intelligente). Qualcuno ha usato la separazione dell’arte dall’artista, in genere invocata per chi vuole osare continuare a vedere film di registi maniaci sessuali o a ridere di battute di comici dalla fedina morale non immacolata. Nel caso di Macklemore, la separazione veniva invocata al contrario: va bene, fa delle canzoni di merda, però sposo le sue istanze politiche.
La sbagliatezza di tutto è ormai un classico, ma in questo caso ci sono, mi pare, almeno due punti in cui è clamorosa. Il primo è quello di Kraft, che vuole stabilire cosa venga e non venga detto negli spazi che affitta a cifre immagino non modiche. Per noialtri, che abbiamo avuto una tv di Stato che metteva in punizione Tognazzi e Vianello per uno sketch che alludeva vagamente e garbatamente al presidente della Repubblica, è una tensione continua, quella tra chi mette a disposizione i microfoni e chi decide cosa dirci dentro. Ma per gli americani, col loro bravo free speech in Costituzione, dovrebbe essere inaccettabile.
Sheeran ha detto che a voler cacciare Macklemore è stato l’organizzatore della tournée, ma il dibattito non mi pare possa essere se abbia sbagliato il cantante o chi gli organizza il concerto: è evidente che la prepotenza sia di Kraft. Certo, Sheeran avrebbe potuto dire «allora non suono neanch’io», ma immagino che contrattualmente sarebbe passato dalla parte del torto.
L’altro problema è, come sempre, l’inadeguatezza dell’opinione pubblica. Che se la prende con Sheeran perché non puoi non schierarti mentre i bambini muoionoooo. Ma il punto non è cosa si pensi della Palestina o dell’antisemitismo, il punto non è cosa si possa dire se ci s’illude di risolvere conflitti complicatissimi con una bandana, il punto non è chi siano i buoni e chi i cattivi: il punto è che ognuno deve poter dire quel che gli pare.
Se in quel paese per il resto disastrato ma con l’unica fortuna di non avere la legge Mancino iniziate a stabilire quali frasi sono accettabili e quali no, vi restano solo gli hamburger buoni, che sono un po’ poco per dirsi faro della civiltà.
Il problema, come ormai sempre, è che il dibattito pubblico è uno scontro tra imbecillità. Da una parte quelli che tu te ne devi andare dal concerto perché sei antisemitaaaa, dall’altra quelli che Sheeran deve dire che solidarizza con te perché anche lui è per la Palestina liberaaaa. Nessuno che dica: ma se ci ricordassimo che le parole sono solo parole, e lasciassimo dire a ognuno quel che gli pare?
È quel che avrebbe dovuto rispondere Kraft a chiunque gli abbia detto che Macklemore era inaccettabile, immagino minacciando di non fare più affari con lui se non se ne fosse liberato. Dimostrando una volta di più l’antica regola di Michele Serra: puoi parlar male di Andreotti, ma non del Coccolino. Adesso, che il dibattito pubblico si è definitivamente rimbecillito, invece di opporci a questa dinamica, siamo qui che litighiamo perché il mio Coccolino ha più ragione del tuo.
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