Mangiare insetti, andata e ritorno. Storia di come l’uomo è diventato (anche) carnivoro

Mi domando perché molti pensano che alcuni animali domestici, per esempio il cavallo o l’asino e una infinità di insetti che popolano il nostro Pianeta, non siano buoni da mangiare e che mai lo siano stati nel corso di tutta la nostra storia, quando in realtà non è vero. I nostri antenati mangiavano di tutto, inclusi gli insetti, soprattutto quelli facili da catturare in grande quantità e con meno dispendio di energia rispetto a quella necessaria per una caccia organizzata per uccidere, per esempio, un pericolosissimo mammut.
Allora perché noi uomini di oggi vorremmo far sparire dalla Terra tutti gli insetti che ci circondano, formiche, termiti, vermi, ragni, scarafaggi, blatte eccetera? Anche le api sono insetti e se dovessero scomparire con loro, non molto tempo dopo, potremmo scomparire anche noi. Da dove nasce questa ostilità culinaria, soprattutto per gli insetti, per questi piccoli animali, che invece potrebbero fornirci molte calorie e senza tanto spreco di energie e denaro per assumerle, cioè a poco prezzo?
Certo, gli uomini di Neanderthal non avevano il denaro, non scambiavano gli animali selvatici che cacciavano con armi rudimentali, con carta moneta; barattavano invece, con lo scopo di ricevere un pezzo di carne di cervo al posto di una grande quantità, per esempio, di formiche, blatte, scarafaggi o altro di questo genere, prodotti che, in verità, hanno sempre avuto un valore proteico non tanto inferiore a quello della carne.
Secondo alcuni studi recenti, la biodiversità insettivora nel nostro Pianeta è più ricca rispetto al passato e più di quanto si possa immaginare. Solo tra il 2015 e il 2020, tra artropodi e insetti, sono state classificate più di 10 mila nuove specie e nel futuro potrebbero aumentare ancora. Allora perché non approfittarne? Certo, soprattutto a noi Europei e Nord Americani, a costo di morire di fame, non passa minimamente in testa l’idea di poterci alimentare degli insetti, qualsiasi essi siano, ma non tutti i popoli del mondo la pensano allo stesso modo, nonostante il cibo (carne, pesce, pollame e tutto il resto), rispetto al passato, sia molto più disponibile di prima, anche se non per tutti. In certi luoghi del mondo, alcuni gruppi umani, soprattutto quelli che vivono lontani dai centri urbani, non disdegnano affatto gli insetti e li considerano buoni da mangiare.
Gli antichi romani dicevano: De gustibus non est disputandum; mangiavano il pesce putrido, cosa che ora noi non faremmo mai. Ed è proprio vero, nei vari contesti antichi e moderni i gusti sono diversi e non si discutono. Sarebbe veramente paradossale pensare che gli Indios dell’Amazzonia debbano mangiare e cuocere il cibo come facciamo noi europei. Tutto ciò ha a che fare con le abitudini alimentari e culturali dei popoli, soprattutto con ciò che essi pensano del cibo di cui si alimentano, non tanto per quanto riguarda il suo valore nutritivo in sé, ma relativamente al fatto che sia buono o non buono da mangiare. Questa distinzione, più psicologica che alimentare, fa la differenza: ciò che è buono per te potrebbe essere cattivo per me, indipendentemente da quello che si mangia.
Ora, è vero che la carne fornisce agli esseri umani un valore qualitativo di proteine più elevato di quello degli insetti (per chi li mangia) e molto maggiore di quello dei vegetali, ma il punto non è il valore proteico del cibo, ma gli sforzi che devono fare gli uomini per approvvigionarsene, soprattutto la fatica che hanno dovuto fare i nostri più lontani antenati e gli animali a noi più prossimi, cioè le scimmie antropomorfe (scimpanzé, gorilla e orango) che, a volte, sono anch’esse carnivore.
Oggi possiamo comprare la carne e in grandi quantità al supermercato, ma un tempo non c’erano i supermercati e gli uomini per avere la carne da mettere sotto i denti dovevano andare a caccia con armi rudimentali e cacciavano animali pericolosi e molto più grandi di loro. Però, quando le prede cominciarono a scarseggiare, si dovettero rivolgere verso un altro cibo, sebbene con valori proteici inferiori, senza però correre più tanti pericoli e il meno pericoloso era rappresentato dagli insetti e dai vegetali, teneri o legnosi che fossero: l’importante era averli tutti a disposizione, in uno stesso luogo e in grande quantità. Poi se questi ultimi avessero richiesto tempi lunghi per digerirli, poco male.
Non è che i nostri antenati dovessero pensare ad altro oltre che a nutrirsi. Questa è la stessa strategia alimentare adottata anche da molti animali che si cibano soprattutto di vegetali, foglie, fiori e radici, che sono quasi sempre a disposizione, animali che posseggono un colon più lungo del nostro che consente, senza problemi, una permanenza più lunga del cibo nell’intestino che peraltro è quasi sempre più lungo di quello umano. Altri mammiferi, per esempio i bovini, le pecore, i cervi, le antilopi eccetera, per facilitare la digestione, prima di fare arrivare il cibo all’intestino, lo ruminano. Noi esseri umani, ovviamente, non ruminiamo e abbiamo un colon molto più corto rispetto a quello degli animali appena elencati e abbiamo quindi dovuto sviluppare un’alimentazione alternativa. Infatti abbiamo un sistema digerente diverso ed è per questo che siamo stati spinti ad alimentarci soprattutto di carne, che si digerisce meglio e più in fretta rispetto a tutti gli altri alimenti.
Questo è vero perché agli albori della nostra evoluzione, quando più che cacciatori eravamo quasi inermi di fronte a pericolosi animali più grandi di noi, ci cibavamo persino delle carogne lasciate nella savana dai leoni, dalle pantere e da altri felini di questo genere. Altro che cacciatori! Eravamo le loro prede preferite. Lungo le rive dei fiumi dove si recavano i nostri antenati per dissetarsi, eravamo le prede predilette dei coccodrilli. Quando le carogne non bastarono e quando non bastarono nemmeno i piccoli mammiferi facili da catturare, che cosa abbiamo dovuto fare? Ci siamo rivolti ad altro, appunto agli insetti. Quindi non ci dobbiamo sorprendere quando in alcune parti del mondo vediamo ancora qualcuno alimentarsi senza problemi degli insetti.
Gli scimpanzé che sono gli animali a noi più prossimi, dai quali ci dividono solo, si fa per dire, 3-4 milioni di anni di evoluzione, e che ora sono soprattutto vegetariani, a un certo punto hanno dovuto ridurre la dieta carnivora perché nel loro ambiente le prede erano diventate sempre più scarse sebbene pur sempre pericolose. Oggi, nel menù degli scimpanzé c’è sempre meno carne, per esempio del Colobo rosso, una scimmia come loro. Infatti, il Colobo rosso non è sempre facile da agguantare e uccidere, non lo è nemmeno il facocero, altra preda potenziale degli scimpanzé, che ha due canini lunghi e sporgenti che fanno paura anche agli uomini. Un maschio adulto di facocero può raggiungere 150 chili di peso e un’altezza al garrese di 85 cm e raggiungere una velocità di circa 50 Km/h.
Non è facile per gli scimpanzé nemmeno catturare un cerbiatto, che corre ancora più veloce del facocero ed è molto più furbo, oltre a essere capace di fiutare il nemico a grandi distanze. Sorprenderlo è difficile. Da questo punto di vista, dei bravi cacciatori, più degli scimpanzé, sono i babbuini, non perché siano più intelligenti ma semplicemente perché loro cacciano nella savana, cioè in aree aperte, senza ostacoli, con pochi alberi e con una vegetazione piuttosto bassa, in sostanza in un ambiente molto diverso da quello in cui principalmente vivono gli scimpanzé, cioè le foreste.
Ma anche i babbuini, quando la carne scarseggia, ricorrono ad altri alimenti sebbene con un contenuto proteico inferiore a quello della carne. Come alternativa vanno alla ricerca di semi, fiori, frutti, tuberi, radici, foglie, erba varia, inclusi gli insetti. Per ora, a noi esseri umani da circa 80 anni a questa parte (durante la Seconda Guerra Mondiale in molte parti del mondo si è sofferta la fame) da un punto di vista alimentare le cose vanno piuttosto bene. Abbiamo cibo a disposizione per tutti (o quasi), ma questo non ci fa riflettere sul fatto che le cose potrebbero cambiare dall’oggi al domani (guerre, bombardamenti, epidemie e catastrofi naturali). A quel punto dovremmo adattarci e passare a forme di alimentazione alternative, aggiungendo al nostro menù, magari, zuppe con gli scarafaggi! Allora sì che il nostro proverbio Non è buono ciò che è buono, ma è buono ciò che piace potrebbe tornarci utile.
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