Medio Oriente, il Pentagono prepara nuovi attacchi contro l’Iran: cresce la tensione dal Golfo allo Yemen
Secondo Axios, il Comando Centrale americano ha ricevuto l’ordine di completare i preparativi per una possibile ripresa delle operazioni militari su larga scala contro Teheran. Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva. Intanto una petroliera viene colpita al largo del Qatar, gli Houthi attaccano aeroporti sauditi e Israele affronta nuove polemiche sulle responsabilità del 7 ottobre. Il prezzo del petrolio supera i 100 dollari al barile.
A cura della Redazione Allora! Online
Il Medio Oriente torna a vivere ore di altissima tensione, mentre gli Stati Uniti valutano una possibile ripresa delle operazioni militari su larga scala contro l’Iran. Il Pentagono avrebbe ordinato al Comando Centrale americano, il Centcom, di completare i preparativi necessari per nuovi attacchi, in uno scenario regionale già segnato da scontri militari, crisi diplomatiche e crescenti minacce alla sicurezza delle rotte energetiche.
La notizia, riportata dal sito americano Axios sulla base di informazioni provenienti da funzionari statunitensi, rappresenta un nuovo elemento di pressione su Teheran, ma non significa che la Casa Bianca abbia già deciso di procedere con un’offensiva.
Secondo le fonti citate, il presidente Donald Trump non avrebbe ancora autorizzato una nuova campagna militare, né sarebbe stata stabilita una data per eventuali bombardamenti.
Tuttavia, gli apparati militari statunitensi sarebbero stati incaricati di predisporre tutte le opzioni operative, comprese azioni contro infrastrutture strategiche e obiettivi militari iraniani.
Il quadro si inserisce in una fase particolarmente delicata per la sicurezza del Golfo Persico, dove gli attacchi alle petroliere, le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz e il riaccendersi del conflitto nello Yemen rischiano di compromettere ulteriormente la stabilità regionale.
Il Pentagono prepara le opzioni militari contro Teheran
Secondo quanto riferito da Axios, la direttiva del Pentagono al Centcom sarebbe stata impartita nei giorni scorsi, con l’obiettivo di completare la pianificazione di una possibile ripresa delle principali operazioni di combattimento contro l’Iran.
Tra gli obiettivi presi in considerazione figurerebbero installazioni nucleari, infrastrutture energetiche e altri siti ritenuti strategici per le capacità militari iraniane.
La preparazione di queste opzioni non equivale tuttavia a un ordine operativo di attacco.
La decisione finale rimane nelle mani del presidente Trump, che starebbe valutando tempi, conseguenze e rischi di una nuova escalation.
Secondo funzionari americani e israeliani citati dalla stampa statunitense, una ripresa delle operazioni potrebbe essere presa in considerazione anche prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, previste a novembre.
Il presidente americano avrebbe inoltre intensificato i contatti con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre proseguono le consultazioni tra i vertici militari e diplomatici dei due Paesi.
Al centro delle valutazioni rimangono il programma nucleare iraniano, la sicurezza delle basi statunitensi nella regione e la capacità di Teheran di esercitare pressioni sul traffico marittimo internazionale.
Il rischio principale è rappresentato dalla possibilità che nuovi bombardamenti americani provochino una risposta iraniana contro obiettivi statunitensi, israeliani o dei Paesi del Golfo, innescando un ulteriore allargamento del conflitto.
Iran, il bilancio dei velivoli americani e la guerra delle dichiarazioni
In questo clima è arrivata anche una nuova dichiarazione del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, secondo il quale le forze armate di Teheran avrebbero messo fuori uso almeno 81 velivoli militari americani.
Il ministro ha sostenuto che le perdite statunitensi sarebbero superiori a quelle pubblicamente riconosciute da Washington.
Un rapporto aggiornato del Congressional Research Service, organismo di ricerca del Congresso americano, contiene effettivamente un elenco di 81 velivoli militari statunitensi persi o danneggiati durante le operazioni contro l’Iran.
Il dato comprende aerei con equipaggio, elicotteri e droni.
È però necessario distinguere tra velivoli distrutti, danneggiati, successivamente riparati e perdite riconducibili a incidenti o fuoco amico.
Il rapporto non dimostra quindi che tutti gli 81 mezzi siano stati abbattuti direttamente dalle forze iraniane, come potrebbe suggerire una lettura delle dichiarazioni di Teheran.
Resta comunque significativo l’impatto militare ed economico delle operazioni condotte nella regione, con costi elevati per il Pentagono e crescenti preoccupazioni sulla durata del confronto.
Petroliera attaccata al largo del Qatar: allarme sulle rotte energetiche
Uno degli episodi più preoccupanti riguarda l’attacco a una petroliera nelle acque del Golfo, al largo della costa settentrionale del Qatar.
Secondo l’agenzia britannica per la sicurezza marittima UK Maritime Trade Operations, la nave sarebbe stata raggiunta da diversi proiettili mentre navigava a circa 51 miglia nautiche, pari a 94 chilometri, a nord di Madinat ash Shamal.
L’attacco avrebbe provocato vittime, ma le autorità non hanno ancora fornito un bilancio definitivo né chiarito l’identità dei responsabili.
L’episodio arriva dopo una serie di aggressioni a navi commerciali e petroliere nelle acque dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti per l’economia mondiale.
Attraverso questo corridoio, prima dell’attuale conflitto, transitava una quota considerevole del petrolio e del gas naturale liquefatto destinati ai mercati internazionali.
Un’interruzione prolungata dei collegamenti marittimi può quindi avere conseguenze immediate sui prezzi dell’energia, sui trasporti e sulle attività produttive di numerosi Paesi.
La tensione ha già contribuito a riportare il prezzo del petrolio Brent oltre la soglia dei 100 dollari al barile.
Per le economie maggiormente dipendenti dalle importazioni energetiche, tra cui diversi Paesi asiatici ed europei, un’eventuale escalation rappresenterebbe un ulteriore fattore di pressione sui costi e sull’inflazione.
Stretto di Hormuz, Iran e Oman cercano un accordo
Mentre la situazione militare rimane instabile, sul piano diplomatico emerge un possibile tentativo di ridurre i rischi per la navigazione commerciale.
Iran e Oman avrebbero raggiunto un’intesa tecnica sulle coordinate geografiche di alcune rotte di transito considerate sicure attraverso lo Stretto di Hormuz.
L’annuncio è arrivato dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, secondo il quale le autorità dei due Paesi intendono sottoporre la proposta agli organismi internazionali competenti.
L’accordo rappresenterebbe un tentativo di regolamentare il passaggio delle navi commerciali in un’area caratterizzata da rischi militari sempre più elevati.
Tuttavia, non equivale alla riapertura completa e incondizionata dello Stretto.
Teheran continua infatti a rivendicare il controllo delle rotte marittime e ha minacciato di impedire l’utilizzo di corridoi che considera illegali.
La situazione evidenzia una contraddizione: mentre la diplomazia cerca di individuare percorsi più sicuri per il commercio internazionale, gli apparati militari continuano a mantenere un elevato livello di pressione sulle stesse rotte.
Yemen, gli Houthi colpiscono l’Arabia Saudita
Un altro fronte di crescente instabilità è quello yemenita.
I miliziani Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno rivendicato nuovi attacchi missilistici contro infrastrutture saudite, tra cui l’aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh.
Gli attacchi dei giorni precedenti contro gli aeroporti di Riyadh e Abha hanno provocato almeno tre morti e numerosi feriti, secondo le autorità saudite.
La coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita ha risposto annunciando un’operazione su vasta scala contro le infrastrutture militari Houthi nello Yemen.
Secondo il portavoce della coalizione, il generale Turki al-Maliki, sarebbero stati distrutti 82 obiettivi militari nelle province di Saada, Hodeidah, Al-Jawf e Marib.
Tra i bersagli indicati figurano depositi di missili balistici, centri di comando, infrastrutture di comunicazione e magazzini di armamenti.
Le cifre diffuse dalla coalizione non sono state interamente verificate da osservatori indipendenti.
Resta il fatto che il conflitto yemenita sta tornando a coinvolgere direttamente le infrastrutture civili dell’Arabia Saudita, con conseguenze potenzialmente rilevanti anche per la sicurezza dell’aviazione commerciale.
La Siria valuta un possibile coinvolgimento
La crisi potrebbe coinvolgere anche altri Paesi della regione.
Secondo informazioni pubblicate da Axios, la Siria starebbe valutando la possibilità di fornire sostegno militare all’Arabia Saudita nella controffensiva contro gli Houthi.
Tra le ipotesi discusse figurerebbe anche un possibile invio di militari siriani nello Yemen.
Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa avrebbe affrontato la questione con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.
Fonti statunitensi hanno parlato di un eventuale contingente numeroso, ma non esiste una conferma ufficiale dell’imminente dispiegamento di truppe.
Rappresentanti siriani hanno inoltre ridimensionato le indiscrezioni, sottolineando che ogni eventuale cooperazione dovrebbe essere definita attraverso accordi bilaterali.
Un coinvolgimento diretto di Damasco aprirebbe comunque una nuova fase nei rapporti di forza regionali, soprattutto alla luce della complessa ricostruzione politica della Siria dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad.
Libano, Hezbollah e i controversi finanziamenti iraniani
Sul fronte libanese, una nuova inchiesta giornalistica ha sollevato interrogativi sui finanziamenti destinati a Hezbollah.
Secondo Reuters, che cita due persone a conoscenza diretta dell’operazione, il movimento libanese avrebbe ricevuto circa 200 milioni di dollari dall’Iran per sostenere le famiglie sfollate a causa della guerra con Israele.
La somma sarebbe destinata, almeno in parte, ad aiutare decine di migliaia di nuclei familiari le cui abitazioni sono state distrutte o rese inaccessibili.
Le fonti citate dall’agenzia sostengono che il denaro sarebbe stato trasferito attraverso intermediari, nonostante le restrizioni finanziarie e le sanzioni internazionali.
Gli Stati Uniti hanno però contestato apertamente questa ricostruzione.
Il Dipartimento di Stato americano ha negato l’esistenza dei finanziamenti, accusando Hezbollah di diffondere informazioni false per dimostrare una capacità economica che Washington considera fortemente compromessa.
Al momento, dunque, il presunto trasferimento rimane una notizia attribuita a fonti giornalistiche e contestata dall’amministrazione statunitense.
La vicenda conferma quanto il sostegno economico alle comunità colpite dalla guerra sia diventato un elemento centrale anche negli equilibri politici del Libano.
Israele ricorda il 7 ottobre, ma crescono le proteste contro Netanyahu
In Israele, intanto, il terzo anniversario degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 ha riportato al centro del dibattito pubblico le responsabilità politiche e militari di quanto accadde.
Le commemorazioni hanno coinvolto centinaia di località del Paese, ricordando le circa 1.200 persone uccise e le 251 sequestrate durante gli attacchi.
Accanto alle cerimonie commemorative si sono svolte manifestazioni di cittadini e familiari delle vittime che chiedono un’inchiesta indipendente sulle falle del sistema di sicurezza israeliano.
Le polemiche sono state alimentate da un’inchiesta dell’emittente Channel 12, secondo la quale Netanyahu avrebbe ricevuto ripetuti avvertimenti dai vertici della sicurezza nei mesi precedenti l’attacco.
Le comunicazioni riguardavano il possibile indebolimento della deterrenza israeliana e il rischio che le profonde divisioni interne potessero incoraggiare iniziative ostili da parte di Hamas, Hezbollah e Iran.
È importante precisare che tali avvertimenti, secondo la ricostruzione giornalistica, non equivalevano a una previsione specifica dell’attacco del 7 ottobre.
La questione riguarda piuttosto il modo in cui i vertici politici valutarono il deterioramento della situazione strategica.
Il governo israeliano continua a difendere la propria gestione della sicurezza nazionale, mentre una parte dell’opinione pubblica chiede di accertare le responsabilità istituzionali attraverso un’indagine indipendente.
Gaza, l’emergenza umanitaria continua
La situazione rimane drammatica anche nella Striscia di Gaza.
Le Nazioni Unite hanno riferito di essere riuscite a far arrivare nuove forniture di carburante e materiali essenziali attraverso il valico di Kerem Shalom, ma hanno avvertito che le risorse disponibili rimangono insufficienti.
Medicinali, alimenti e attrezzature necessarie al funzionamento dei servizi sanitari continuano a essere una priorità.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha denunciato ripetutamente le difficoltà nell’ingresso di forniture mediche e i lunghi tempi necessari per ottenere le autorizzazioni.
Secondo l’ONU, il sistema sanitario di Gaza continua a operare in condizioni estremamente precarie, con strutture danneggiate, carenza di medicinali e limitazioni nell’accesso alle cure.
La crisi umanitaria resta quindi una delle conseguenze più gravi di un conflitto che continua a colpire direttamente la popolazione civile.
Israele e Regno Unito, crisi diplomatica su Gerusalemme Est
Alle tensioni militari si aggiunge anche un nuovo contrasto diplomatico tra Israele e Regno Unito.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha annunciato la cessazione delle attività del Consolato generale britannico a Gerusalemme Est, in risposta alle misure adottate da Londra contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Secondo l’intesa comunicata dalle autorità israeliane, una parte del personale diplomatico britannico lascerà il Paese, mentre un gruppo ristretto di sette funzionari potrà continuare a operare nell’edificio.
Il governo britannico ha però precisato che la struttura non verrà chiusa e continuerà le proprie attività sotto la denominazione di UK Mission, Jerusalem.
Londra contesta inoltre il diritto di Israele di imporre unilateralmente la chiusura della sede.
La vicenda evidenzia le divergenze tra due Paesi storicamente alleati sulla questione degli insediamenti e sul futuro dei territori palestinesi.
Una regione sospesa tra diplomazia e nuove operazioni militari
Il quadro che emerge è quello di una crisi sempre più complessa, nella quale diversi fronti militari e diplomatici finiscono per influenzarsi reciprocamente.
Gli Stati Uniti valutano nuove operazioni contro l’Iran, Teheran mantiene la pressione sulle rotte marittime, gli Houthi intensificano gli attacchi contro l’Arabia Saudita e Israele affronta contemporaneamente questioni di sicurezza interna, tensioni diplomatiche e le conseguenze della guerra a Gaza.
Sul piano economico, il rischio maggiore riguarda l’eventuale compromissione dei flussi energetici attraverso il Golfo Persico.
Un’ulteriore interruzione delle esportazioni di petrolio e gas potrebbe avere effetti sui prezzi internazionali, sulle catene di approvvigionamento e sull’inflazione, con ripercussioni anche per economie geograficamente lontane dal teatro del conflitto, come quella australiana.
Ma il problema principale rimane politico e militare.
La preparazione di nuove operazioni americane contro l’Iran non significa necessariamente che una nuova offensiva sia inevitabile.
Allo stesso tempo, il moltiplicarsi degli attacchi, delle rappresaglie e delle minacce rende più difficile mantenere aperti gli spazi per una soluzione diplomatica.
Il Medio Oriente si trova ancora una volta davanti a una scelta decisiva: proseguire lungo la strada dell’escalation militare oppure utilizzare i canali diplomatici ancora aperti per contenere una crisi che rischia di coinvolgere un numero crescente di Paesi.
La decisione della Casa Bianca sulle eventuali nuove operazioni contro Teheran sarà uno dei passaggi più importanti dei prossimi giorni.
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