«Musk ci mostra perché l’oligarchia è un pericolo»: Krugman, l’1% dell’1% e i rischi per la democrazia

Nella sua ultima riflessione su Substack, il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman, richiama il fatto che alcuni analisti sostengono che si parli troppo dei mega-miliardari e non abbastanza di chi è semplicemente molto ricco. Per esempio, cita un nuovo libro di Owen Zidar ed Eric Zwick, “The Everywhere Millionaire” in cui si fa notare che ci sono circa 5 milioni di americani il cui patrimonio supera i 5 milioni di dollari. Di questi, 3 milioni sono ciò che definiscono Main Street Millionaires (qualcosa come “i milionari della porta accanto”), ovvero benestanti proprietari di piccole imprese. E, come viene sottolineato da Zidar e Zvick, «collettivamente, i Main Street Millionaires detengono una ricchezza oltre tredici volte superiore a quella dei Forbes 400». Dice Krugman: «Ed è vero che concentrarsi solo sui ricchi estremi (in modo osceno) fa perdere di vista il ruolo svolto dai benestanti proprietari di piccole imprese. Tuttavia, liquidare i mega-miliardari — con il pretesto che, in fondo, possiedono solo il 4% circa dell'America — è profondamente fuorviante, poiché questi ultra-ricchi sono al centro del crescente potere dei grandi capitali nella politica statunitense».
L’economista americano spiega che se si osserva l’evoluzione delle disuguaglianze negli ultimi decenni, emerge chiaramente che l’impennata nella concentrazione del capitale non ha riguardato in modo omogeneo tutto il ceto benestante, bensì una frazione piccolissima e vertiginosa della popolazione. «L’incidenza dell’1% più ricco sulla ricchezza degli Stati Uniti è salita dal 23,2% della ricchezza totale nel 1979 al 38,3%. Se però guardiamo ai cambiamenti all’interno dell’1%, scopriamo che pochissimo ha riguardato il 90% inferiore di quel gruppo, e la maggior parte è arrivata dallo 0,01% più alto: l’1% dell’1%».
Questa sproporzionata accumulazione di risorse economiche si traduce direttamente in una capacità d’influenza politica senza precedenti, spiega il premio Nobel. L’impatto dei miliardari sulla vita pubblica e sui processi elettorali non si misura infatti soltanto tramite le sovvenzioni ufficiali ai partiti, ma anche attraverso il controllo diretto dei mezzi d’informazione e delle piattaforme digitali. «I Forbes 400 possono anche possedere solo il 4% della ricchezza statunitense; ma il New York Times ha scoperto che 300 miliardari hanno rappresentato il 19% di tutti i contributi elettorali federali dichiarati nelle elezioni del 2024. E questi sono solo i contributi in denaro dichiarati».
La conclusione del ragionamento è chiara: la presenza di una ristretta élite dotata di risorse pressoché illimitate rischia di alterare in modo irreversibile le basi dell’assetto democratico. E a questo punto l’unica risposta efficace per preservare le istituzioni democratiche risiede nell’arginare questa enorme concentrazione di ricchezza personale. Scrive Krugman chiudendo la sua riflessione: «L’unico modo sostenibile per impedire ai mega-miliardari di avere così tanto potere, così tanta capacità di degradare la democrazia, è fare in modo che non siano così ricchi. In sostanza, una società che contiene una classe di oligarchi ultra-ricchi è sulla buona strada per diventare un’oligarchia a tutti gli effetti. Siano dunque benvenuti i riconoscimenti del fatto che Musk, Bezos, Zuckerberg e altri non possiedono tutto, ma gli oligarchi, e non i milionari della porta accanto, sono il pericolo chiaro e presente per la democrazia».
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