“Nova”, il programma del M5s è la cara vecchia spesa in deficit
Ora che l’Istat ha certificato un deficit 2025 al 3,1 per cento, lasciando l’Italia in procedura d’infrazione, ha senso guardare alla possibile politica di bilancio di chi si propone come alternativa al governo Meloni. Il M5s ha presentato Nova, un documento di 20 punti programmatici da portare al tavolo della coalizione progressista. Nelle undici pagine emerge una concezione familiare della politica economica pentastellata, nella quale i benefici sono annunciati subito mentre il conto è assente.
Il piano contiene 26 voci di maggiori spese e minori entrate correnti annue, a cui si aggiungono cinque maggiori uscite in conto capitale. Il risultato è un aggravio per le finanze pubbliche di 120 miliardi di euro all’anno, con l’incertezza di un esercizio costruito su misure spesso prive di importi, platee e tempi di attuazione. E per questo la nostra resta una stima in difetto. Basti un esempio, quello del fondo del Servizio sanitario nazionale che è proposto in aumento “per recuperare il divario rispetto alla media Ocse”. Questa singola riga comporta maggiori spese per circa 20 miliardi annui.
Sul versante delle coperture, invece, Nova è del tutto vaga. Il documento indica undici fonti di copertura ma l’unica stima riguarda le minori spese per il Ponte sullo Stretto (13,5 mld). Le altre voci restano fumose, vaghe (“tassazione comune [europea, ndr] sulle grandissime fortune e sulle multinazionali”) e per questo fare una stima non è semplice. Sotto assunzioni ragionevoli, alla fine, siamo giunti alla cifra di 7 miliardi di coperture annue ricorrenti, alle quali vanno aggiunti 17 miliardi di risorse una tantum. Si noti bene, quindi, che mentre le maggiori uscite sono strutturali, parte delle coperture sono una tantum, mentre la parte ricorrente delle coperture copre solo il 10 per cento delle maggiori spese. Cioè quasi tutti i 120 miliardi di maggiori spese sono a deficit, cosa che non stupisce viste le recenti esperienze di fattura M5s (Superbonus).
Ma il problema non riguarda solo i saldi di finanza pubblica; riguarda tutta la filosofia di fondo. Prendiamo ad esempio la “staffetta generazionale” del punto 3, quello sulle pensioni. Secondo la proposta, si favorisce “la riduzione volontaria dell’orario di lavoro da parte del lavoratore vicino alla pensione in corrispondenza dell’assunzione stabile di un giovane, con compensazione della perdita contributiva da parte dello stato”. In questa idea c’è un po’ tutta la concezione grillina: l’idea del lavoro come quantità fissa da spartire (per occupare un giovane occorre far lavorare meno un anziano) e l’idea che lo stato si faccia carico di compensare ogni cosa scaricando il costo sulle generazioni future.
Ma se si pensa al provvedimento per almeno un minuto si capisce che ha poco senso. Un’impresa che avrebbe comunque assunto non creerebbe occupazione aggiuntiva, mentre una con domanda insufficiente potrebbe rinunciare alla staffetta, perché la riduzione dell’orario di un dipendente difficilmente basterebbe a rendere conveniente un’assunzione. Ma andiamo oltre perché il dettaglio distributivo della norma è ancora più contorto. Lo stato, infatti, coprirebbe i contributi persi mentre il testo lascia scoperta la riduzione dello stipendio (che andrebbe invece al nuovo giovane lavoratore). In altri termini: il lavoratore anziano riceverebbe ovviamente uno stipendio decurtato e quindi dovrebbe per lo meno poterselo permettere, cioè la misura favorirebbe soprattutto i lavoratori ad alto reddito o patrimonio. Chi ha un salario basso probabilmente sarebbe costretto a continuare con lo stesso orario, contribuendo però attraverso le imposte al beneficio dei colleghi più fortunati. Nei fatti la norma che viene presentata come “pro-giovani” sarebbe un trasferimento da lavoratori a basso reddito (e giovani) ai colleghi più anziani (e a reddito elevato): l’esatto opposto di quanto il M5S intende ottenere.
L’impianto di Nova richiama la stagione dei grandi programmi di spesa a deficit, con l’aggravante che molte promesse hanno carattere permanente (cinque anni di Nova costerebbero 600 miliardi, più di quanto speso con i bonus edilizi e PNRR messi assieme). Tra le proposte, ovviamente, esistono obiettivi condivisibili, che meriterebbero priorità e strumenti adatti. Il tratto populista, però, emerge dalla facilità con cui si sommano benefici visibili lasciando indefiniti i sacrifici necessari a finanziarli, coprendo con slogan suggestivi l’inevitabile conto futuro. Il rischio è ritrovarsi dopo le elezioni con i vincoli di bilancio intatti e risultati opposti alle promesse.
Dal canto nostro ci auguriamo che il confronto nella coalizione si fermi prima dell’immancabile batteria di pentole in omaggio, perché anche quella finirebbe sul conto dei contribuenti.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)