Onferno, la grotta che la Terra sta ancora scrivendo

12 Settembre 2026 - 12:55
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Onferno, la grotta che la Terra sta ancora scrivendo

Entrare nelle Grotte di Onferno è come entrare dentro una storia che la terra non ha ancora finito di scrivere. Si scende e, poco alla volta, il mondo di fuori scompare. La luce si assottiglia, l’aria diventa fredda, quasi gelata, e davanti agli occhi comincia ad apparire un altro paesaggio: pareti d’argento, riflessi d’oro, cristalli, crepe, curve, rettilinei, grandi sassi rotondi che sembrano uova di dinosauro, altri che ricordano cocchi neri, tondi e levigati. È una grotta, certo, ma è anche un luogo poetico, quasi magico, dove ogni forma sembra raccontare qualcosa.

La speleologa che ci accompagna lo spiega subito: la Grotta di Onferno è una rarità. Non perché sia l’unica grotta nel gesso, ma perché è una delle poche cavità gessose che si possono visitare in sicurezza con un percorso turistico organizzato. Le grotte di gesso, infatti, sono generalmente territorio degli speleologi, non dei turisti. Sono luoghi nei quali si può dover scendere con una corda, procedere a gomito nel fango, infilarsi in passaggi stretti, attraversare ambienti modellati dall’acqua e spesso completamente diversi da quelli che immaginiamo quando pensiamo alle grandi grotte calcaree.

Il motivo è scritto nella natura stessa della roccia. Il gesso è molto più solubile del calcare e anche molto più tenero. Il calcare, duro e relativamente poco solubile, ha bisogno di tempi lunghissimi per essere scavato dall’acqua; il gesso, invece, reagisce molto più velocemente. L’acqua penetra nelle fratture, le allarga, scioglie la roccia, porta via materiale. Le fessure diventano passaggi, i passaggi diventano gallerie, le gallerie possono ampliarsi, indebolire la roccia circostante e provocare crolli. È un mondo che si trasforma continuamente. Le grotte nei gessi sono fragili proprio per questo. Si allargano, si spaccano, cambiano. Non sono monumenti immobili. Sono sistemi carsici ancora in evoluzione, nei quali l’acqua continua a fare il proprio lavoro. E forse è questa la cosa più sorprendente da capire mentre camminiamo: Onferno non è soltanto una grotta che esiste. È una grotta che sta ancora diventando.

Nel 2023 l’UNESCO ha riconosciuto il valore eccezionale dei fenomeni carsici nelle evaporiti dell’Appennino settentrionale inserendoli nella Lista del Patrimonio Mondiale. Onferno fa parte di questo grande patrimonio geologico, insieme ad altre aree dell’Appennino emiliano-romagnolo. È come se il mondo avesse acceso una luce su queste montagne invisibili e avesse detto: guardatele, studiatele, proteggetele. Non sono rocce qualsiasi. Sono una parte irripetibile della storia della Terra.

E allora sì, viene quasi voglia di dire: “andate a vedere le Grotte di Onferno.” “Andateci finché è possibile farlo secondo le condizioni di sicurezza e di conservazione che la montagna consente”. “Non c’è tempo da perdere, non perché la grotta debba necessariamente sparire domani, ma perché il suo destino è quello di continuare a cambiare”. E il futuro di una cavità tanto fragile non può essere quello di aprire continuamente nuovi passaggi al pubblico. È, piuttosto, un futuro sempre più speleologico, sempre più attento, sempre più protetto. Potrebbe arrivare il momento in cui alcuni settori dovranno essere chiusi. E sarebbe una fortuna, non una sconfitta: significherebbe che abbiamo scelto la grotta invece della nostra comodità.

La cosa affascinante è che Onferno non è mai stata davvero "scoperta" nel senso in cui normalmente intendiamo una scoperta. La grotta era conosciuta dagli abitanti del luogo molto prima che arrivassero gli speleologi. Le fonti storiche ne attestano la conoscenza almeno dall’Ottocento, mentre nel 1916 Lodovico Quarina ne effettuò una delle prime esplorazioni scientifiche e ne descrisse le caratteristiche. Ma prima ancora che la scienza le desse un nome, quelle cavità erano già dentro la vita delle persone.

Erano rifugi, nascondigli, luoghi dove trovare riparo. Durante la Seconda guerra mondiale le grotte furono utilizzate anche dalla popolazione come rifugio, in relazione agli eventi bellici e alla vicinanza della Linea Gotica. Centinaia di persone trovarono riparo negli ambienti sotterranei. La montagna, in quei momenti, non era paesaggio: era protezione.

Ma il gesso non è stato soltanto rifugio, ma è stato anche una risorsa. Il gesso veniva estratto e utilizzato nell’edilizia, come materiale da costruzione e per diversi impieghi artigianali. I cristalli erano ricercati e raccolti. E poi c’era il guano dei pipistrelli, che non è altro che la cacca dei pipistrelli. Detta così sembra quasi una cosa insignificante, persino disgustosa. In realtà il guano è una delle sostanze organiche più preziose che un ambiente di questo tipo possa produrre. È ricco di nutrienti, soprattutto azoto e fosforo, e per secoli è stato utilizzato come fertilizzante. Il guano dei pipistrelli può essere un concime organico molto concentrato, capace di restituire al terreno elementi indispensabili alla crescita delle piante.

E qui dentro non fa neppure quello che ci aspetteremmo dalla parola "cacca". Il guano non puzza come immaginiamo, non appiccica, non unge, è terra marrone. Una terra che racconta la presenza di migliaia di animali e che, contemporaneamente, alimenta una piccola catena di vita sotterranea.

Il guano, infatti, non è la fine della storia ma l’inizio di un'altra. Nel buio vivono piccoli animali specializzati, creature che hanno imparato a sopravvivere dove per noi sarebbe quasi impossibile. Alcuni organismi hanno perso la pigmentazione, altri hanno ridotto o perso la vista, altri ancora hanno sviluppato antenne e zampe capaci di percepire il mondo attraverso il tatto. È l’evoluzione che lavora al contrario rispetto alla nostra intuizione. Infatti, dove gli occhi non servono, gli occhi possono diventare inutili; dove il colore non serve, il colore scompare.

Tra questi abitanti ci sono le cavallette di grotta. Sembrano dei piccoli dinosauri, sono grossettine, pallide, adattate al buio e al mondo sotterraneo. Un tempo i loro antenati erano insetti verdi con le ali. Poi, generazione dopo generazione, entrando sempre più nell’ambiente ipogeo, hanno dovuto adeguarsi. Hanno perso il colore verde, hanno perso la vista e hanno perso le ali. Non volano più. E questa è, paradossalmente, una fortuna, perché i pipistrelli mangiano insetti che volano. Lei, invece, corre e salta. È quasi diventata amica dei pipistrelli proprio perché non appartiene più al loro menù volante.

Nel buio va a tastoni. Le antenne diventano occhi e così il mondo non viene più visto, viene toccato. Anche il sesso di queste cavallette può essere riconosciuto osservando il corpo. Quella che sembra avere un piccolo pungiglione che esce dal sedere non ha un pungiglione: è una femmina e quella struttura è un ovopositore, l’organo attraverso il quale depone le uova. Nel maschio le strutture terminali sono diverse e più piccole. È incredibile pensare che tutto questo possa accadere a pochi metri sotto i nostri piedi.

E poi ci sono i cristalli. Quando si alza lo sguardo verso il soffitto, sembra di guardare un cielo capovolto. Le pareti brillano d’argento. In certi punti compaiono sfumature che sembrano oro. Sono i colori dei minerali, degli ossidi di ferro, delle sostanze trasportate dall’acqua, dei cristalli che riflettono la luce. I filosofi e gli antichi osservatori della natura chiamavano alcuni di questi cristalli "pietre di luna" proprio per quel loro colore argenteo e per la capacità di riflettere la luce.

Il gesso, nella sua forma cristallina, può diventare quasi trasparente. I Romani conoscevano il cosiddetto lapis specularis, la "pietra speculare", e ne ricavavano sottili lastre traslucide utilizzate al posto del vetro nelle finestre. A Pompei e in altri siti romani sono state trovate testimonianze di questo utilizzo. La luce entrava attraverso una pietra. È una delle stranezze di Onferno: il materiale che oggi tocchiamo con gli occhi e che ci sembra fragile, quasi friabile, un tempo era abbastanza prezioso da diventare finestra.

Il gesso ha una durezza di circa 2 nella scala di Mohs, mentre la calcite, principale componente del calcare, arriva a 3. Il confronto aiuta a capire perché una superficie di gesso possa essere così delicata. Alcuni cristalli possono sfaldarsi con estrema facilità. Non sono rocce da toccare, raccogliere, incidere. Sono superfici che devono essere lasciate esattamente dove sono.

La differenza con il calcare è fondamentale. Il calcare è duro e relativamente poco solubile; il gesso è molto più solubile e tenero. Per questo le grotte gessose possono evolvere rapidamente. Sono più sensibili all’azione dell’acqua e ai fenomeni di dissoluzione e di crollo.

Guardando le pareti, tutto questo diventa visibile. Si vedono buchi, fessure, spacchi. Si vedono grandi corridoi che sembrano disegnati con una riga e poi improvvisamente curve morbide. Ci sono superfici lisce e levigate e altre che sembrano esplose. È una grotta artistica. Una poesia fatta di roccia. La natura ha creato immagini tangibili, reali: curve e rettilinei, vuoti e pieni, argento e oro, rosso e arancio.

Il rosso che scorre lungo alcune parti sembra il rosso autunnale delle foglie secche. Sono i colori della materia organica, degli acidi umici provenienti dal suolo e dell’humus, insieme alle colorazioni legate agli ossidi di ferro. La grotta sembra avere una stagione anche quando dentro non esiste primavera, estate, autunno o inverno.

Poi ci sono i sassi. Alcuni sono tondi, levigati, grandi, e sembrano uova di dinosauro. Altri ricordano cocchi o angurie, enormi e perfettamente rotondi. Non sono stati messi lì. Sono stati trasportati dall’acqua, rotolati, levigati, incastrati, spostati ancora. Il fiume li ha lavorati come un artigiano.

In altri punti compaiono le concrezioni "da splash": l’acqua cade, forma un piccolo laghetto sotterraneo, continua a cadere e schizza. Gli spruzzi depositano minerali e costruiscono lentamente forme tondeggianti. Una goccia dopo l’altra e uno schizzo dopo l’altro, così si forma una pallina dopo l’altra. E sotto tutto questo c’è il fiume.

Il sistema di Onferno è legato alle acque della testata del torrente Burano. Fuori dalla grotta il corso d’acqua può sembrare un torrente anonimo, quasi niente. Un torrente fantasma. Si riempie con le piogge, scende lungo la valle e poi scompare, si inabissa. Sotto terra, però, cambia tutto.

Dopo una pioggia importante l’acqua può entrare nella grotta con grande energia. Il livello può salire rapidamente e arrivare persino a bagnare le ginocchia nei tratti più bassi. Il piccolo lago sotterraneo che nei periodi asciutti può essere completamente vuoto torna a riempirsi e la grotta cambia volto. Il fiume corre, scava e porta via i sassi, porta l’argilla, sedimenti. Porta tutto il materiale che incontra lungo il cammino.

Il soffitto, in alcuni punti, è piatto e levigato dalla forza dell’acqua. Le superfici raccontano il passaggio della corrente. La storia della grotta vive nell’argilla fissile, nei sassi, nei sedimenti. È anche la storia del fiume è scritta sotto terra. Quando fuori non piove da settimane, dentro può ancora piovere. Le gocce continuano a colare lungo le pareti perché l’acqua caduta giorni o settimane prima è rimasta intrappolata nelle fratture e nei blocchi di cristallo. La montagna trattiene la memoria dell'acqua. È questo che rende Onferno così difficile da raccontare con una sola parola. Non è soltanto geologia. È idrologia, biologia, storia, archeologia, speleologia. È un paesaggio che ha una parte sopra e una parte sotto, e la parte sotto non è il semplice negativo di quella sopra ma un altro mondo.

Nel buio assoluto vivono i pipistrelli e quando arriva il momento giusto, il silenzio si rompe e cominciano a volare. Sono stupendi. Si inseguono, si sfiorano, sembrano giocare ad acchiapparella: "A che non mi prendi".

Quelli che osserviamo a settembre sono anche i giovani nati durante l’estate, quelli che stanno imparando a muoversi da soli e cominciano ad allontanarsi dalle madri. La colonia è un enorme sistema sociale e biologico, concentrato in un ambiente dove temperatura e umidità sono favorevoli.

Per le femmine la grotta è una nursery. Nella stagione riproduttiva migliaia di madri possono concentrarsi negli ambienti più adatti, soprattutto nei settori prossimi agli ingressi dove le condizioni termiche sono favorevoli. È uno dei motivi per cui alcuni periodi e alcuni ambienti devono essere protetti con particolare attenzione.

I pipistrelli sono animali incredibili. Alcune specie possono vivere oltre venti o trent'anni. E ogni notte compiono un lavoro invisibile: escono dalla grotta, attraversano il territorio e vanno a caccia di insetti. Possono spingersi lontano, verso San Marino, San Leo, Coriano, Montescudo e le campagne circostanti, per poi tornare alla loro casa sotterranea.

Un singolo pipistrello può catturare migliaia di insetti in una notte. Per alcune specie sono state stimate quantità che possono superare i 3.000 piccoli insetti. Non mangiano frutta in questo contesto: le specie presenti nella colonia sono soprattutto insettivore, infatti, mangiano proteine che volano.

E i pipistrelli, in estate, sono extra felici. Sono in perfetta forma fisica. Non hanno bisogno di entrare nel torpore invernale. Hanno cibo a disposizione, temperature adatte, giovani da allevare e un'intera notte davanti. È come l’ultimo giorno di scuola.

Si dorme l’ultimo giorno di scuola?

No, si gioca!

L’adulto, invece, sembra quasi dire: “cosa vuoi che voli alle quattro del pomeriggio? Non sono mica un uccello, non ho le penne. Voi giovani fate solo fatica a volare, perché volate con due mani. E allora perché devo sbattere giù di brutto le mie mani?”

Dietro questa immagine divertente c’è una verità biologica: il volo è energeticamente costosissimo. Durante l’attività intensa il cuore del pipistrello può raggiungere frequenze impressionanti, anche intorno agli 800 battiti al minuto in alcune condizioni. Quando l’animale torna a riposare, il metabolismo e il battito possono diminuire drasticamente. Per questo nel bosco intorno alla grotta sono presenti anche cassette-rifugio, piccole scatole scure collocate sugli alberi, che offrono ai pipistrelli luoghi tranquilli dove riposare.

E poi c'è la sentinella. La speleologa ci racconta di quel pipistrello che, quando arriva il momento di uscire, può affacciarsi e controllare le condizioni. Se piove, rientra, se non piove, parte. Gli altri possono seguire il segnale. È la nostra "sentinella del meteo", una bellissima immagine per raccontare quanto gli animali siano sensibili alle condizioni atmosferiche. Non è un meteorologo, naturalmente. È un animale che reagisce alle condizioni esterne e alla disponibilità di cibo, se piove forte, gli insetti diventano più difficili da cacciare e il volo può diventare rischioso.

I pipistrelli, però, oggi sono in difficoltà.

Le minacce sono molte: la perdita dei rifugi, il disturbo nelle grotte, la trasformazione degli habitat, la diminuzione degli insetti e l’uso dei pesticidi. Quando diminuiscono gli insetti, diminuisce anche il cibo per loro. Quando una grotta viene disturbata durante la riproduzione o il letargo, l’intera colonia può pagarne il prezzo.

A Onferno, quindi, proteggere i pipistrelli significa proteggere il buio.

E proteggere il buio significa proteggere la grotta.

In un punto della visita ci si può fermare e spegnere tutto. La luce scompare. Rimane il buio assoluto.

Ed è allora che si può fare il primo regalo a se stessi: stare qualche secondo senza vedere. Poi arriva il secondo regalo. Il fruscio, un battito d’ali.

Un pipistrello passa sopra di noi e scompare di nuovo nel nero. È difficile spiegare quanto sia bello ascoltare qualcosa che non si vede.La grotta è piena di vita, ma quasi tutta quella vita è invisibile. Anche per questo la temperatura interna non segue il ritmo del giorno e della notte come quella esterna. Dentro non esiste la differenza termica che conosciamo in superficie. La temperatura rimane relativamente stabile, anche se cambia avvicinandosi ai diversi ingressi e in funzione della circolazione dell'aria. È una casa naturale costruita con una precisione che nessun architetto potrebbe replicare. Ma questa casa è fragile, davvero molto fragile.

Nella parte alta della grotta sono presenti strumenti di monitoraggio, compresi fessurimetri, che permettono di controllare l’evoluzione delle fratture. Non sono decorazioni tecnologiche: sono gli occhi con cui gli studiosi osservano una montagna che non può parlare. I sensori controllano ciò che accade. I dati possono essere trasmessi e permettono di ricevere segnalazioni quando vengono registrati movimenti significativi. Fino a pochi anni fa alcuni tratti potevano essere percorsi in modo più ampio, perché il sistema è un vero tunnel naturale: un ingresso legato al percorso dell'acqua e un'uscita più a valle. Ma le alluvioni e gli eventi di piena degli ultimi anni hanno ricordato quanto sia delicato l'equilibrio della cavità. Le parti più alte sono oggi sottoposte a particolare attenzione.

Il futuro, dunque, non è necessariamente quello di aprire. Potrebbe essere quello di chiudere. Chiudere alcuni passaggi e limitare gli accessi, monitorare e aspettare, lasciare che il gesso faccia ciò che il gesso fa da migliaia di anni.

La grotta deve essere controllata prima di essere aperta ai visitatori. Ogni giorno può esserci una sorpresa, una nuova frattura, un movimento, un deposito, un cambiamento dell'acqua. Persino in superficie gli animali possono modificare il terreno: un gruppo di cinghiali che grufola può smuovere il suolo sopra una cavità così superficiale e contribuire a cambiare ciò che accade sotto.

È difficile non provare rispetto davanti a una montagna che richiede di essere controllata quotidianamente, perché qui non siamo dentro la terra, e la terra si muove.

La forma della grotta è bellissima proprio perché è imperfetta. Ci sono corridoi che sembrano labirinti, spacchi che sembrano porte, superfici che sembrano scolpite. Ci sono i mammelloni della Sala Quarina, le concrezioni, i sedimenti, i cristalli. Ci sono quei sassi tondi come uova di dinosauro e quelli che sembrano cocchi neri. Ci sono pareti che brillano come argento e riflessi caldi che sembrano oro, ma nulla di tutto questo è stato progettato. La natura non ha disegnato un’opera d’arte per noi.

L’ha fatta per l’acqua, e l’acqua continua a modificarla. Forse è questa la magia più grande di Onferno: sapere che ciò che stiamo guardando non è definitivo. La curva che vediamo è il risultato di un’acqua passata. Il sasso che tocchiamo con gli occhi è stato trasportato e levigato. Il sedimento è una piena antica. Il cristallo è un processo chimico e geologico. Il guano è una notte di caccia. La cavalletta è evoluzione. Il pipistrello che vola è una stagione di vita. Tutto in natura è collegato. Sopra la grotta c'è il bosco, nel bosco cadono le foglie, le foglie diventano humus, l'acqua attraversa il suolo e gli acidi organici accompagnano l'acqua…così l'acqua penetra nel gesso e si dissolve. È una grande circolazione della vita, solo che qui la vita accade nel buio.

Quando finalmente si risale, la luce esterna sembra quasi troppo forte. Si torna al bosco, al cielo, al vento. Si torna nel mondo che conosciamo.

Ma qualcosa è cambiato. Perché adesso sappiamo che sotto quel paesaggio apparentemente tranquillo c'è un fiume che scompare, una montagna che si scioglie, una colonia di pipistrelli che aspetta la notte, cavallette che hanno dimenticato di essere verdi e di volare, cristalli che sembrano luna, argento e oro, sedimenti che conservano la memoria delle piene e fratture che raccontano il futuro.

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