Caldo, siccità e incendi fanno tornare il clima tra le priorità dei cittadini: 81% degli italiani preoccupato

Gli eventi meteorologici estremi che hanno colpito l’Europa durante quest’estate hanno segnato un punto di svolta nella percezione dell’opinione pubblica, riportando la crisi climatica, se non ancora al centro del dibattito politico, sicuramente tra il novero delle priorità avvertite dei cittadini. Un’indagine condotta da YouGov per conto del Climate Opinion Research Exchange (Core) evidenzia come l’impatto diretto di questi fenomeni abbia guidato un netto incremento dell’attenzione della popolazione in sei Paesi europei: Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Danimarca.
Per quanto riguarda l’Italia, il sondaggio evidenzia che l’85% dei nostri connazionali ritiene che le ondate di caldo di quest’estate siano state causate dal cambiamento climatico. Per quanto riguarda gli incendi boschivi, il 64% è d’accordo. L’ambiente e il clima hanno acquisito maggiore rilevanza, diventando il sesto problema più importante che il Paese deve affrontare: la percentuale di persone che ha indicato il clima come una delle due questioni principali è passata dall’11% al 16%. L’81% degli italiani dichiara inoltre di essere molto preoccupato o abbastanza preoccupato per il cambiamento climatico e i suoi effetti, con un aumento del 5% rispetto a prima dell’estate. Lo stesso sondaggio evidenzia che il 70% degli italiani dichiara di aver sperimentato personalmente temperature insolitamente elevate quest’estate. Il 28% ha subito gli effetti degli incendi boschivi o del fumo da essi provocato.
Tutto ciò ha importanti ripercussioni per quel che riguarda il sostegno alle politiche climatiche: i maggiori aumenti nel sostegno alle politiche riguardano l’aumento delle accise sui carburanti (+12 %, mentre il governo Meloni va avanti proroga dopo proroga nella riduzione delle accise, con un'operazione a pioggia che è già costata allo Stato ben oltre i 2 miliardi di euro) e norme rigorose in materia di efficienza energetica delle abitazioni (+11 %). Il sondaggio ha testato anche la percezione dei cittadini nei confronti dei politici scettici: le parole o le espressioni più comuni che gli italiani associano ai politici che si oppongono alle misure di riduzione delle emissioni per motivi di costo sono state «irresponsabile» (33%), «negazionista» (33%) e «difensore degli interessi delle grandi aziende» (28%).
Allargando lo sguardo dall’Italia al resto dei Paesi esaminati, c’è da dire che in quasi tutti, eccezion fatta per la Danimarca, il cambiamento climatico è rientrato stabilmente tra le prime cinque priorità percepite dai cittadini. L’effetto è stato particolarmente marcato nelle nazioni maggiormente colpite, come la Francia, dove la percentuale di persone che considera il clima una delle prime due preoccupazioni è raddoppiata arrivando al 28%. Aumenti significativi si sono registrati anche in Spagna, Germania e Regno Unito, mentre la stabilità dei dati danesi dimostra quanto le esperienze locali influenzino la sensibilità collettiva.
La stragrande maggioranza degli intervistati, tra il 68% e l’83%, associa direttamente le calde estati al riscaldamento globale, respingendo le tesi minimizzanti. Questa rinnovata consapevolezza si è tradotta in un maggiore sostegno per le politiche pubbliche di transizione, con un incremento medio di quattro punti percentuali a favore delle misure ambientali.
Nonostante la gravità degli eventi, non si nota una resa al fatalismo: il 56% degli europei crede che le conseguenze peggiori si possano evitare agendo subito. Le narrazioni contro la transizione ecologica faticano a far presa sulla maggioranza, e la maggior parte delle persone attribuisce l'aumento dei costi energetici alle fluttuazioni del prezzo del gas anziché alle tasse ambientali. Di conseguenza, assumere posizioni negazioniste è diventato politicamente sconveniente, registrando indici di gradimento fortemente negativi. Al contrario, i leader politici che sostengono un’accelerazione dell’azione climatica godono di un diffuso consenso. Il confronto politico in Europa sembra quindi essersi spostato non più sull’opportunità di agire, ma sui tempi e sulle modalità della transizione.
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