Perché il bacio del sindaco di Catania a Sant'Agata sta facendo tanto discutere?
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È bastata un’immagine per trasformare uno dei momenti più solenni delle celebrazioni agatine in un caso capace di superare i confini di Catania. Il bacio del sindaco Enrico Trantino al Sacro Cranio di Sant’Agata, avvenuto il 17 agosto durante le iniziative per il IX centenario del ritorno delle reliquie della Patrona, è stato interpretato in modi radicalmente differenti.
Per molti catanesi si è trattato di un gesto di devozione perfettamente comprensibile nel contesto della festa; altrove, soprattutto dopo la circolazione delle fotografie sui social e sulla stampa internazionale, quella stessa scena ha suscitato sorpresa e reazioni decisamente più critiche.
La polemica, tuttavia, diventa più interessante se ci si allontana dalle valutazioni religiose e si osserva l’accaduto da una prospettiva amministrativa e costituzionale. Il problema non è stabilire se un cittadino possa baciare una reliquia: la libertà religiosa è tutelata dalla Costituzione. La domanda riguarda piuttosto la particolare posizione di chi compie quel gesto quando si tratta del sindaco di una grande città, chiamato contemporaneamente a rappresentare un’intera comunità composta da credenti, persone appartenenti ad altre confessioni e cittadini che non professano alcuna fede.
Che cosa è successo durante le celebrazioni di Sant’Agata
La scena risale alla mattina del 17 agosto 2026, giornata centrale delle celebrazioni organizzate per ricordare i novecento anni dalla traslazione delle reliquie di Sant’Agata. Secondo la tradizione, i resti della martire tornarono a Catania da Costantinopoli nel 1126 e proprio questo anniversario ha determinato un programma straordinario di iniziative religiose e civili.
Il momento era particolarmente significativo anche per un’altra ragione. Il Sacro Cranio era stato temporaneamente rimosso dal celebre Busto reliquiario nell’ambito del complesso intervento di restauro eseguito con il coinvolgimento degli specialisti dei Musei Vaticani. Nel corso dell’estate la reliquia era stata inoltre esposta eccezionalmente alla venerazione pubblica, evento che non si verificava in questa forma dall’ultima ricognizione del 1963.
Al termine del pellegrinaggio mattutino, prima della ricollocazione del Cranio all’interno del Busto restaurato, l’arcivescovo metropolita Luigi Renna teneva la reliquia quando il sindaco Enrico Trantino si è avvicinato e l’ha baciata. La fotografia ha fissato un istante che, estrapolato dal contesto catanese e rilanciato sulle piattaforme digitali, ha assunto immediatamente un significato differente.
Alcuni commentatori stranieri hanno descritto la scena con termini molto duri, arrivando a evocare immagini macabre o pratiche estranee al significato della venerazione cattolica delle reliquie. È proprio questa distanza culturale ad aver contribuito alla viralità del caso: ciò che nella tradizione locale viene percepito come un segno di vicinanza alla Patrona può risultare sorprendente a chi osserva soltanto la fotografia di un amministratore pubblico intento a baciare un cranio umano.
Il vero problema è capire in quale veste agisce un sindaco
Dal punto di vista del diritto pubblico, la vicenda presenta un profilo molto più sottile. Un sindaco non perde naturalmente le proprie convinzioni religiose nel momento in cui risulta eletto. La libertà di culto e di manifestazione della fede vale anche per chi ricopre incarichi istituzionali. Sarebbe quindi improprio sostenere che la semplice partecipazione di un amministratore a una celebrazione religiosa costituisca, di per sé, una violazione della Costituzione.
Esiste però una differenza tra la persona e la funzione. Il sindaco è il vertice politico-amministrativo del Comune e rappresenta l’ente nelle occasioni ufficiali. Persino la fascia tricolore, quando utilizzata, non è un semplice accessorio cerimoniale: secondo le indicazioni del Ministero dell’Interno identifica precisamente la funzione istituzionale esercitata dal primo cittadino.
Da qui nasce la questione che il caso Sant’Agata porta in primo piano: quando un sindaco prende parte a un rito religioso, fino a che punto sta esprimendo una convinzione individuale e quando, invece, il suo comportamento viene percepito come manifestazione dell’istituzione che rappresenta?
La risposta non può essere automatica. Occorre valutare il contesto, la tradizione della città, la natura dell’evento e soprattutto l’eventuale presenza di conseguenze amministrative concrete. Un gesto simbolico non può essere equiparato, per esempio, all’approvazione di un provvedimento che favorisca una confessione a discapito di altre.
La laicità italiana non significa espellere la religione dalle istituzioni
È proprio su questo punto che il concetto di laicità dello Stato viene spesso interpretato in maniera troppo schematica. L’Italia non adotta un modello nel quale qualunque riferimento religioso debba essere necessariamente escluso dallo spazio pubblico.
La Corte costituzionale, con la storica sentenza n. 203 del 1989, ha qualificato la laicità come uno dei principi supremi dell’ordinamento, chiarendo però che essa non coincide con l’indifferenza dello Stato verso il fenomeno religioso. Significa piuttosto garantire libertà, pluralismo e pari trattamento delle diverse convinzioni, compresa la libertà di non professarne alcuna.
Questo passaggio è decisivo per comprendere la vicenda catanese. La presenza del sindaco alla Festa di Sant’Agata non appare eccezionale sotto il profilo istituzionale. Le celebrazioni dedicate alla Patrona possiedono infatti una dimensione che supera quella strettamente liturgica e interessa la storia della città, l’identità culturale, il turismo, la sicurezza urbana e l’organizzazione di grandi eventi.
Nel caso del novecentenario questa sovrapposizione è ancora più evidente. Comune, Arcidiocesi, Università e Comitato della Festa collaborano anche nel percorso avviato per la candidatura della Festa di Sant’Agata a patrimonio culturale immateriale UNESCO. Lo stesso programma dell’agosto 2026 ha richiesto una complessa macchina organizzativa, con assistenza lungo il percorso, gestione delle presenze, migliaia di posti in piazza Duomo e specifiche misure per consentire la partecipazione delle persone con disabilità.
Per Palazzo degli Elefanti, dunque, Sant’Agata non costituisce soltanto una questione di culto. È anche un fenomeno di rilevanza pubblica che l’amministrazione deve necessariamente gestire.
Il bacio può configurare una violazione della laicità?
È probabilmente questo l’interrogativo più importante. Sul piano strettamente giuridico, non sembra possibile ricavare dal solo gesto una violazione automatica del principio di laicità. Per sostenere una contestazione di carattere amministrativo servirebbero elementi ulteriori: una discriminazione nei confronti di altri cittadini, un utilizzo illegittimo di risorse pubbliche, un’imposizione religiosa oppure un atto amministrativo incompatibile con l’imparzialità richiesta all’ente.
Il bacio rimane invece soprattutto sul terreno della opportunità istituzionale, categoria molto diversa dall’illegittimità. Si può ritenere che il sindaco abbia espresso spontaneamente la propria devozione oppure, al contrario, osservare che un rappresentante pubblico dovrebbe mantenere maggiore distanza durante un rito confessionale. Entrambe sono valutazioni legittime nel dibattito pubblico, ma non devono confondersi con un giudizio sulla conformità alla legge.
Del resto, seguendo una lettura eccessivamente rigida della neutralità religiosa, diventerebbe difficile spiegare la presenza istituzionale dei sindaci nelle processioni patronali, nelle celebrazioni funebri, nelle commemorazioni o in molte altre manifestazioni profondamente radicate nella storia delle comunità locali italiane.
Il limite costituzionale passa altrove: l’istituzione può riconoscere il valore storico e sociale di una tradizione religiosa, ma non può trasformare l’appartenenza a quella fede in un criterio di cittadinanza o di favore amministrativo.
Perché una fotografia ha aperto una discussione molto più ampia
Il caso di Catania mostra anche quanto sia cambiata la comunicazione istituzionale. Un rito comprensibile all’interno della cultura che lo ha prodotto può assumere tutt’altro significato quando si riduce a pochi secondi di video o a una fotografia distribuita globalmente.
Per un osservatore catanese, Sant’Agata significa secoli di storia cittadina, processioni, tradizioni familiari e una relazione quasi inseparabile tra la figura della Patrona e l’identità urbana. Per chi non possiede quelle coordinate, invece, l’immagine mostra semplicemente un sindaco che bacia un cranio. È in questa enorme distanza interpretativa che la vicenda ha trovato il carburante necessario per diventare virale.
Ed è forse questa la chiave di lettura più utile anche per le amministrazioni pubbliche. Oggi chi ricopre una funzione istituzionale deve considerare non soltanto il significato che attribuisce personalmente a un gesto, ma anche quello che quel comportamento può acquistare una volta uscito dal proprio contesto originario.
Il bacio di Trantino a Sant’Agata, dunque, difficilmente può essere ridotto allo scontro tra credenti e non credenti. Tocca questioni molto più concrete: la rappresentanza di una comunità pluralista, il rapporto tra tradizione e amministrazione, la distinzione tra fede personale e funzione pubblica e la capacità delle istituzioni di governare simboli che appartengono contemporaneamente alla religione, alla cultura e alla storia di una città.
Da questo punto di vista, la fotografia diventata virale racconta qualcosa che va ben oltre Catania. Mostra quanto possa essere sottile, nell’Italia contemporanea, il confine tra identità collettiva, libertà religiosa e neutralità delle istituzioni. Un confine sul quale il diritto stabilisce alcuni limiti precisi, ma lascia inevitabilmente alla politica e alla sensibilità dei cittadini il giudizio sull’opportunità dei singoli comportamenti.
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