Quando il pelato diventa status e lo spuntino terapia, il cibo è una questione di etichette

Da Madrid a Londra, da una dichiarazione firmata a quaranta mani fino alle mense universitarie francesi, questa settimana il cibo ha fatto una cosa sola: cambiare nome. Scatolette, lattine, neologismi, firme istituzionali, tariffe ridisegnate. In ogni caso il prodotto è rimasto più o meno lo stesso – ma il modo di chiamarlo ha spostato tutto: il prezzo, il significato, il destinatario.
El País racconta l’ultima micro-tendenza di Instagram e TikTok: le snack tins, minuscole scatole metalliche riempite con mandorle, frutta secca, cioccolato fondente. Il gesto è apparentemente innocuo – uno spuntino portatile, curato, sottratto alla fretta e al senso di colpa. Ma i nutrizionisti e gli psicologi avvertono che il problema non è il contenuto della scatoletta, spesso nutrizionalmente sensato, bensì il messaggio implicito: educare fame e sazietà a rientrare sempre in uno spazio minimo. Il rituale rischia di trasformarsi in controllo estetizzato. La domanda non è se sia sano portarsi sei mandorle e un dattero, ma perché sentiamo ancora il bisogno di rendere presentabile anche la fame.
Se lo spuntino si ripresenta in una scatoletta nuova, il sapore fa lo stesso con le parole. The Times individua i nuovi portmanteau del gusto britannico: fricy – fusione di fruity e spicy, swavour – sweet e savory insieme. Non sono sapori inediti: il mango col peperoncino esiste in Messico da sempre, il chutney agrodolce è un classico indiano. Ma l’industria alimentare ha bisogno di parole nuove per vendere sugli scaffali di casa ciò che altrove è tradizione. L’hot honey è ormai ubiquo, il peperoncino si declina dai relish ai gelati. Il tajín messicano e lo yuzu kosho giapponese sono arrivati nei supermercati solo quando qualcuno ha inventato una parola di cinque lettere per contenerli.
Anche un prodotto che non ha mai cambiato ricetta può cambiare categoria. Il Guardian racconta l’ascesa di Mutti nel Regno Unito: arrivato nel 2020, il marchio di Parma ha raggiunto la prima posizione tra i brand non-private label nel segmento pelati e passate, con una quota di quasi l’undici per cento nelle ultime dodici settimane. Una lattina costa circa 1,60 sterline, ben più dei concorrenti diretti. Nel pieno della crisi del costo della vita, è il prodotto più caro a guadagnare terreno – sostenuto da una campagna pubblicitaria da sei milioni di sterline. Dopo fagioli e tonno riscoperti in chiave premium, il pomodoro in scatola è l’ultimo ingrediente ad aver scalato la gerarchia dello scaffale britannico senza cambiare nulla di ciò che sta dentro la lattina.
Se il mercato premia chi sa rinominarsi, l’industria lo ha capito da tempo. Reuters riporta che quaranta gruppi dell’agroalimentare globale – tra cui Carlsberg, Diageo, Nestlé, Mondelez, ADM, McCormick e Unilever – hanno firmato una dichiarazione congiunta per promuovere l’agricoltura rigenerativa, coordinata dalla piattaforma non-profit SAI Platform. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: salute del suolo, biodiversità, resilienza delle filiere di approvvigionamento. Ma il nodo è nel nome. Rigenerativa è una parola che sposta la reputazione di pratiche agricole i cui risultati sono ancora largamente da misurare. Quaranta firme su un documento non spostano un ettaro di terra, ma ridefiniscono il modo in cui chi la coltiva – e chi la finanzia – può presentarsi al pubblico.
Intanto, dall’altra parte della Manica, il cibo cambia etichetta per mano dello Stato. Come riporta il Guardian, dal 4 maggio la Francia ha esteso il pasto a un euro a tutti gli studenti universitari, non più solo ai borsisti. Antipasto, piatto caldo, dolce: tutto per la cifra che prima copriva appena un caffè al distributore. Un’indagine di gennaio ha rilevato che quasi la metà degli studenti francesi aveva saltato pasti per ragioni economiche. Il programma, nato durante la pandemia come misura d’emergenza, è diventato legge di bilancio: quasi tre milioni di studenti potranno accedervi. Adesso è lo Stato a decidere che tre portate valgono una moneta – per tutti.
Un pugno di mandorle in una scatola di latta, una lattina di pelati sullo scaffale di Waitrose, una parola di cinque lettere, quaranta firme su un documento e un vassoio della mensa a un euro. Il contenuto è rimasto lo stesso. L’etichetta no.
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