Riforma del merito nella PA, arriva la rivoluzione: meno premi “a pioggia”
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La valutazione delle performance nella Pubblica Amministrazione si prepara a cambiare volto. Con il disegno di legge promosso dal ministro per la Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, prende forma una revisione destinata a incidere in profondità sui criteri con cui vengono giudicati dirigenti e personale degli enti pubblici.
Il cuore della riforma è contenuto nell’articolo 10 del provvedimento, che affida a un futuro decreto legislativo il compito di ridefinire l’intero sistema degli organismi di valutazione. Una trasformazione che punta, almeno nelle intenzioni del Governo, a rafforzare meritocrazia, trasparenza e responsabilità nella gestione delle amministrazioni pubbliche.
La novità non riguarda soltanto gli aspetti tecnici della misurazione delle performance. In gioco c’è anche il delicato equilibrio tra politica e macchina amministrativa, con effetti che potrebbero modificare gli assetti interni di Comuni, Province e altri enti territoriali.
Organismi di valutazione: verso un nuovo modello
Uno degli interventi più rilevanti riguarda gli organismi incaricati di valutare risultati e obiettivi della dirigenza pubblica. La riforma prevede infatti una revisione completa della loro composizione e delle modalità di nomina.
Secondo quanto previsto dal disegno di legge, il futuro decreto dovrà essere adottato dopo il confronto con la Conferenza Unificata e introdurrà un modello ispirato a quello già utilizzato per gli organi di revisione contabile. In pratica, la componente politica potrà nominare direttamente soltanto il presidente dell’organismo, mentre gli altri membri verranno individuati attraverso meccanismi di sorteggio.
L’obiettivo dichiarato è quello di aumentare indipendenza e terzietà dei soggetti chiamati a esprimere giudizi sulle performance. Allo stesso tempo, viene introdotta una incompatibilità molto rigida: i dipendenti interni dell’ente non potranno più far parte degli organismi di valutazione.
Si tratta di un cambio di paradigma significativo, soprattutto negli enti locali, dove in molti casi si è fatto ricorso a nuclei di valutazione composti anche da figure interne o comunque strettamente legate alla struttura amministrativa.
Nei Comuni spazio anche alla “voce dei cittadini”
Tra gli aspetti più innovativi emerge la possibilità di coinvolgere la cosiddetta “collettività” nella valutazione delle amministrazioni locali.
La riforma sembra voler dare concretezza a principi già affermati in passato, secondo cui la qualità dei servizi pubblici dovrebbe essere misurata anche attraverso il giudizio dei cittadini. In sostanza, la percezione dell’utenza potrebbe diventare uno degli elementi utili per valutare l’efficacia dell’azione amministrativa.
Per i Comuni e gli enti territoriali si apre quindi una prospettiva nuova, nella quale il gradimento dei servizi, la capacità di risposta e il rapporto con il territorio potrebbero assumere un peso maggiore nei processi di valutazione.
Resta però da capire in che modo verrà tradotto operativamente questo principio. Molto dipenderà dal decreto attuativo, chiamato a stabilire strumenti, criteri e margini di autonomia concessi agli enti locali.
Più autonomia per gli enti di piccole dimensioni
Il testo lascia intravedere anche la possibilità di introdurre sistemi semplificati per i piccoli enti. Una scelta che appare legata alla necessità di evitare procedure troppo complesse per amministrazioni con organici ridotti e risorse limitate.
Finora molti Comuni hanno potuto utilizzare organismi autonomi senza dover necessariamente ricorrere all’albo nazionale previsto per altre amministrazioni. La riforma dovrà quindi chiarire se questa flessibilità verrà mantenuta oppure ridimensionata.
Per gli enti minori potrebbe essere confermato un modello più leggero, con procedure meno articolate e criteri di valutazione adattati alla struttura organizzativa effettiva.
Il ruolo degli organismi si riduce
Se da una parte il nuovo impianto rafforza l’autonomia degli organismi di valutazione, dall’altra ne limita il peso decisionale.
Il disegno di legge prevede infatti che il loro parere sul sistema di valutazione non sia più vincolante. Lo stesso principio vale anche per le proposte relative alla valutazione delle strutture e dei dirigenti.
In altre parole, gli organismi continueranno a esprimere indicazioni e valutazioni tecniche, ma la decisione finale tornerà in maniera più netta nelle mani dell’organo politico-amministrativo.
Un passaggio che potrebbe suscitare dibattito, soprattutto sul fronte dell’equilibrio tra autonomia tecnica e indirizzo politico.
Nei Comuni decide il sindaco
Per quanto riguarda gli enti locali, il soggetto titolare della valutazione viene individuato nell’organo di indirizzo politico-amministrativo, che nei Comuni coincide sostanzialmente con il sindaco.
Una linea già richiamata nelle linee guida relative al PIAO e nei manuali operativi utilizzati dalle amministrazioni pubbliche.
Questo significa che il primo cittadino potrebbe assumere un ruolo ancora più centrale nella valutazione dei dirigenti apicali, con conseguenze dirette anche sulla gestione degli incarichi e sulla distribuzione delle premialità economiche.
Chi saranno i “dirigenti di vertice”?
Uno dei punti più delicati riguarda l’individuazione dei dirigenti apicali nelle amministrazioni locali.
Nelle amministrazioni statali il riferimento appare abbastanza chiaro, perché il ruolo di vertice coincide con i dirigenti generali previsti dal decreto legislativo 165 del 2001. Nei Comuni, invece, la situazione è molto più articolata.
Potrebbero infatti convivere interpretazioni differenti.
Una prima impostazione individua il vertice amministrativo nel Direttore Generale oppure, nei Comuni più piccoli, nel Segretario Generale.
Un secondo approccio, invece, considera dirigenti di vertice i responsabili delle strutture più importanti dell’ente, soprattutto nei grandi Comuni dove esistono livelli gerarchici assimilabili a quelli delle amministrazioni centrali dello Stato.
La questione non è secondaria, perché dalla definizione di “vertice” dipenderanno modalità di valutazione, responsabilità e accesso ai sistemi premianti.
Premi e incentivi: arriva la stretta sulla distribuzione
La riforma interviene in modo incisivo anche sul sistema delle premialità economiche.
Viene introdotto un principio di proporzionalità rigorosa: differenze anche minime nei punteggi ottenuti dovranno tradursi in differenze concrete nella retribuzione accessoria.
In sostanza, il sistema punta a evitare che valutazioni molto diverse producano premi quasi identici, come spesso accaduto in passato.
Accanto a questo criterio compare anche un meccanismo di progressività. I punteggi più elevati non potranno essere assegnati a più del 30% del personale appartenente alla stessa categoria o qualifica all’interno di ciascun ufficio dirigenziale.
Anche i riconoscimenti destinati alle eccellenze subiranno limiti precisi: potranno essere attribuiti a non oltre il 20% dei dipendenti.
L’intenzione appare evidente: superare la distribuzione “a pioggia” degli incentivi economici e introdurre una selezione più marcata tra chi raggiunge risultati ordinari e chi ottiene performance considerate superiori.
Il possibile trasferimento di risorse tra dirigenti e dipendenti
Tra gli aspetti più discussi della riforma c’è però un altro elemento, destinato probabilmente ad aprire un confronto acceso con sindacati e amministrazioni.
Il testo prevede infatti che le eventuali economie derivanti dalla riduzione delle retribuzioni di risultato dei dirigenti possano essere utilizzate per incrementare il fondo destinato alla performance del personale non dirigente.
Di fatto si crea un meccanismo di trasferimento di risorse tra il salario accessorio della dirigenza e quello dei dipendenti.
Una scelta che potrebbe modificare gli equilibri interni della contrattazione integrativa e incidere anche sui rapporti tra dirigenti e personale.
Da una parte, il sistema mira a premiare in misura maggiore chi ottiene risultati concreti. Dall’altra, introduce un elemento redistributivo che potrebbe avere effetti significativi sulla gestione economica degli enti pubblici.
Una riforma destinata a cambiare gli equilibri nella PA
La revisione del sistema di valutazione della performance si inserisce nel più ampio percorso di riforma della Pubblica Amministrazione avviato dal Governo.
L’obiettivo dichiarato è quello di costruire una PA più efficiente, meritocratica e orientata ai risultati. Tuttavia, l’applicazione concreta delle nuove regole sarà determinante per capire se il nuovo modello riuscirà davvero a migliorare qualità dei servizi e responsabilizzazione della dirigenza.
Molto dipenderà dai decreti attuativi, dalla definizione dei criteri operativi e dalla capacità degli enti di adattarsi a un sistema che promette di cambiare profondamente il modo in cui vengono giudicati lavoro, obiettivi e risultati all’interno delle amministrazioni pubbliche.
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