Schlein è diventata la capopopolo dell’anima illiberale del Pd

È colpa di Elly Schlein se oggi nel Pd riemerge la vecchia pelle fatta di settarismo, chiusura, massimalismo, provincialismo?
È probabile che lo spostamento a sinistra imposto dalla segretaria col giaccone e le sneakers (ma attenzione che ora sta scegliendo un abbigliamento meno studentesco) abbia agevolato tic e vizi antichi. Strano, la leader estranea ai vecchi partiti della sinistra avrebbe dovuto portare rinnovamento. E invece. Quei tratti più retrivi ci sono sempre stati ma – almeno a tratti – la lungimiranza dei gruppi dirigenti della sinistra li aveva relegati ai margini; mentre ora sono il cuore dell’orientamento del partito o comunque un pezzo importante della nuova-vecchia linea che serpeggia alla base.
Tutto questo emerge dalla ricerca di Izi per il Domani che Marco Damilano ha commentato il 9 maggio in termini molto positivi per la segretaria, notando che «quasi sei elettori su dieci si dichiarano soddisfatti delle battaglie condotte da partito» sui punti fondamentali dell’agenda di Schlein. Quasi sei su dieci: sufficienza stentata, si direbbe, ma tale da non impensierirla.
Piuttosto dalla ricerca pubblicata da Domani emergono altri dati abbastanza inquietanti. In modo particolare fa impressione che l’elettorato del Pd sia spaccato sull’Ucraina: il quarantuno percento vuole continuare a sostenerla con armi e aiuti economici mentre il quarantasei vuole un negoziato sospendendo gli aiuti e le sanzioni alla Russia. Questo vuol dire che a quattro anni dall’invasione imperialistica di Mosca la maggioranza degli elettori del Pd non ha ancora capito che la sconfitta politica della Russia è condizione per difendere la libertà e la democrazia in Europa. Ed è dunque imperdonabile, da questo punto di vista, la totale inadeguatezza, per usare un termine blando, del gruppo dirigente del Nazareno nel (non) fare il suo mestiere: sorprende che Schlein e gli altri dirigenti del Pd non abbiano avvertito il dovere di contrastare questa deriva culturale con chiarezza, persino con impopolarità se necessario.
Un grande partito non registra soltanto gli umori: li orienta. Non insegue la base, la educa alla responsabilità storica. In quel quarantasei per cento ci devono essere tracce di un antico filosovietismo miste a un provincialismo egoistico che fa dire che più di tanto dell’Ucraina importa relativamente: come se lì non si giocasse una partita decisiva per il futuro dell’Europa (già, ma tanto quelli del quarantasei per cento disprezzano l’Europa).
Viene dunque da domandarsi se ci sia stata e ci sia una battaglia politica nei circoli, tra gli iscritti, nell’elettorato di riferimento. La risposta è: no, anzi. Quegli orientamenti si saldano bene con la linea schleiniana. Ecco il peccato mortale di Elly. Ma più in generale dal sondaggio Izi emergono tratti di una sottocultura latamente illiberale. Per il quarantasette percento chi ha posizioni diverse sulla politica estera e sul riarmo dovrebbe essere cacciato dal partito. Nemmeno ai tempi di Pietro Secchia negli anni Cinquanta.
Indubbiamente, l’aria che tira segnala una specie di stalinismo di ritorno – come si è visto in tantissimi commenti di iscritti al Pd dopo l’uscita di Marianna Madia («Una buona notizia, ora se ne vadano gli altri riformisti») – un atteggiamento che non si vedeva da molti anni. La mutazione genetica del Pd sta trasformando questo partito in una comunità chiusa, pigramente identitaria, dove probabilmente non si approfondiscono le questioni restando subalterni alla chiacchiera dei talk show e delle loro star “de sinistra”. Certamente non tutto il Pd è così. Ma questi retaggi antichi fanno sì che il partito di Schlein, pur essendo sulla cresta dell’onda, non riesca ad andare al di là dello zoccolo duro, espressione coniata da Achille Occhetto nel 1983 per indicare quell’elettorato compatto e fedele che avrebbe resistito a qualunque cosa. Dunque, un partito più del venti che del trenta percento. L’identità è una piacevole coperta di Linus ma non fa volare.
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