Se l’americano non volesse più essere obeso?

Negli Stati Uniti il 42% della popolazione è obesa. È un dato impressionante, che sommato a quello relativo alla popolazione gravemente in sovrappeso fa sì che 3 americani su 4 abbiano un grave problema. Per il 20% della popolazione l’obesità è talmente grave da mettere a rischio la vita stessa.
Sono i dati delle autorità sanitarie americane riportati anche in uno studio sulle cause e gli effetti dell’obesità. Tra gli effetti si segnala l’aumento di diabete di tipo 2, l’ipertensione, le malattie cardiovascolari e diverse forme di cancro, tanto che si stima che circa il 20% dei decessi degli adulti sia dovuto a cause riconducibili all’obesità.
La tendenza è in aumento perché a parte qualche pregevole iniziativa legata soprattutto alle precedenti amministrazioni (quella di Obama in particolare), attualmente niente si fa per educare la popolazione e soprattutto i giovani a un più corretto stile di vita. Anzi, l’attuale presidente degli Stati Uniti non perde occasione per farsi riprendere mentre addenta un hamburger. Ma adesso gli americani, e non solo loro, pensano di aver trovato una scorciatoia per dimagrire.
Il farmaco che fa dimagrire fa parte di una nuova generazione di farmaci, noti come antagonisti del recettore GLP-1; sono stati sviluppati originariamente per il trattamento del diabete di tipo 2, per poi scoprire che fanno anche dimagrire. Le molecole in questione agiscono infatti direttamente sul cervello riducendo l’appetito e il senso di sazietà. Ovviamente ci sono diverse controindicazioni e non ultimo l’esorbitante prezzo, ma tutto questo non sta fermando la corsa al farmaco miracoloso. Se poi sarà autorizzata la commercializzazione delle pillole al posto delle iniezioni, il trionfo della dieta farmacologica sembra assicurato.
Ne saranno liete le multinazionali del farmaco che già stanno facendo affari d’oro, ma quali altri effetti potrebbe avere la diffusione di questo farmaco sulle abitudini alimentari e non solo? Prova a immaginarlo uno studio dell’Università dell’Arizona, in cui si legge che questi farmaci “stanno rimodellando il modo in cui le persone pensano a cosa mangiano, quanto mangiano e quanto sono disposte a pagare per il cibo”.
Tradotto in pratica, significa che quelle persone consumano complessivamente meno cibo, compresa meno carne. Eppure, allo stesso tempo, sembrano attribuire maggiore valore ad alcuni alimenti, in particolare a quelli associati al valore nutrizionale e al senso di sazietà, più alimenti ricchi di proteine in meno volume.
Le aziende se ne stanno accorgendo e già compaiono le prime etichette che suggeriscono la compatibilità di quel prodotto con GLP-1, oppure porzioni più piccole o ancora prodotti riformulati per venire incontro alle esigenze di chi sta assumendo quel farmaco.
Continuando a immaginare gli effetti della diffusione del farmaco possiamo immaginare la soddisfazione delle aziende produttrici di cibo proteico, ma anche di frutta e verdura, a scapito di quelle che producono bevande gassate, dolci e snack. E si può arrivare perfino a immaginare la soddisfazione dell’industria dell’abbigliamento (perdere 30 o 40 chili significa rifare il guardaroba da zero) e perché no dell’intero settore dei trasporti, soprattutto aereo, che da decenni deve prevedere l’ospitalità a quasi metà dei viaggiatori in condizione di obesità.
Insomma, potremmo perfino immaginare un mondo migliore con meno obesità e ammesso che si possano scongiurare effetti collaterali sulla salute, ancora non del tutto esclusi, resterebbe il rammarico di esserci arrivati con la chimica invece che con il buon senso.
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