Zelensky nel mirino dopo essere stato scaricato da Varsavia: possibili ripercussioni in ambito Nato?

Volodymyr Zelensky sta manifestando in tutta evidenza la sua difficoltà politica e militare e che lo conduce ad alzare il livello dello scontro-confronto con la Russia estendendolo, in un moto d’animo che appare lontanissimo dalla razionalità, quasi a voler tentare di attivare uno scontro più ampio col coinvolgimento dell’Alleanza atlantica.
Assai probabilmente, possiamo ritenere che la prospettiva del presidente ucraino rientrerebbe nella ricerca dello scontro con la Bielorussia e che, come prima immediata conseguenza, ha prodotto la dura reazione della Federazione Russa, dichiarando di essere «pronta a difendere l’alleato bielorusso in caso di prosecuzione dell’escalation».
Negli ultimi giorni abbiamo, inoltre, assistito al pressing esercitato da Zelensky sulla Bielorussia ‘colpevole’, che ha accusato Lukashenko di aver installato quattro ripetitori vicino al confine ucraino in modo da consentire le comunicazioni tra i droni che bombardano il territorio ucraino e le stazioni avente base in Russia. Il tono di minaccia è da ultimatum: «Hanno una settimana di tempo. Devono smantellare i ripetitori. Se non lo farà Lukashenko lo faremo noi». Zelensky non poteva essere più perentorio (e provocatorio) di così.
Come da copione, la risposta di Mosca è stata chiara e definitiva: «Siamo pronti a difendere la Bielorussia», estendendo così lo scudo protettivo del Cremlino sulla Bielorussia, preparandosi a proteggere militarmente l’alleato da ogni eventuale iniziativa militare di Kiev.
Lo stesso capo della diplomazia del Cremlino, Serghei Lavrov è intervenuto, affermando che «se necessario, siamo pronti ad adottare tutte le misure previste dal trattato per garantire la sicurezza del nostro alleato e, naturalmente, la sicurezza dello “Stato dell’Unione”», vale a dire il territorio che si estende dalla Russia alla Bielorussia.
Le parole usate subito dopo dal ministro degli Esteri russo, pur annunciando la disponibilità a tornare al tavolo dei negoziati con l’Ucraina, hanno contribuito ad alzare i toni sia contro Zelensky definendolo «novello Fuhrer» sia contro l’Unione europea che accusa esplicitamente di «aderire ai valori del nazismo» per la posizione assunta a difesa Kiev. Toni pesanti e preoccupanti, che un uomo di vasta esperienza politica come Lavrov avrebbe dovuto, forse, usare con maggior prudenza.
Nel frattempo, quasi a voler stemperare i toni dello scontro, è intervenuto Vladimir Putin, ribadendo di essere pronto a negoziati di pace con l’Ucraina, richiamando e sottolineando: «Solo sulla base degli accordi di Istanbul» del 2022 e a condizione che Kiev ceda i territori rivendicati da Mosca; insomma, ripete le stesse identiche posizioni senza che nulla dopo quattro anni di sanguinoso conflitto sia apparentemente cambiato.
Ricordiamo, per dovere di cronaca, che gli accordi di Istanbul vennero bloccati dagli inglesi - che erano e ancora sono - il vero nodo da affrontare per chiudere definitivamente la vicenda ucraina; gli “accordi di Istanbul” prevedevano, infatti, che si avviassero trattative per le garanzie di sicurezza dell’Ucraina, mentre le questioni territoriali venivano rinviate a successivi negoziati, che potevano essere diluiti nel tempo.
Andando indietro nel tempo, non possiamo non osservare che gli “accordi di Istanbul” avrebbero potuto fare cessare la guerra e avrebbero congelato il fronte di guerra in una sorta di soluzione cosiddetta alla “coreana”, con risparmio di miglia di morti da entrambe le parti; purtroppo, le cose sono andate diversamente.
In questi giorni, stiamo seguendo, con crescente preoccupazione, lo scontro esploso dopo la decisione di Kiev di intitolare un’unità militare all’Esercito insurrezionale ucraino (Upa), formazione nazionalista (di fatto nazista) che mentre in Ucraina viene considerata un simbolo della lotta per l’indipendenza, in Polonia viene ritenuta responsabile dei massacri perpetrati verso centinaia di migliaia di civili polacchi in Volinia, tra il 1943 e il 1945.
I polacchi non hanno dimenticato i massacri di Volinia, riportati nei loro libri di storia come «strage ucraina in Volinia» e che si riferiscono alla campagna di pulizia etnica compiuta principalmente dall’Esercito Insurrezionale Ucraino (Upa), braccio armato dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (fazione di Stepan Bandera), contro la popolazione polacca in Volinia, Galizia orientale e aree limitrofe tra il 1943 e il 1945, durante l’occupazione tedesca della Polonia.
In Polonia - e giustamente - le azioni di Bandera sono a tutt’oggi considerate genocidio e crimini contro l’umanità.
La risposta del presidente polacco Karol Nawrocki non si è fatta attendere; infatti, il capo dello Stato, trumpiano di ferro, la settimana scorsa ha revocato a Zelensky l’onorificenza dello “Ordine dell’Aquila Bianca”, la più alta onorificenza civile polacca, conferitagli nel 2023 quale riconoscimento per il ruolo svolto nella resistenza all’aggressione russa.
Occorre fare i conti fino in fondo con la propria storia e capire che non possono rievocare impunemente spettri che richiamano gli orrori nazisti senza, poi, pagarne le conseguenze.
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