Trump regala il Mediterraneo a Putin e agli emiri

06 Ottobre 2026 - 09:55
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Trump regala il Mediterraneo a Putin e agli emiri

Fiamme e denso fumo nero si levano da un serbatoio di stoccaggio di carburante presso la raffineria di petrolio di Zawiya, in seguito a un attacco con droni avvenuto a Zawiya, in Libia, martedì 11 agosto 2026 (AP/LaPresse)

L’ultima iniziativa che cerca di trovare una via d’uscita dal buco nero che rappresenta oggi la Libia è nata dalla mente di Massad Boulos, plenipotenziario della Casa Bianca per gli affari arabi e africani. Nel vuoto pneumatico lasciato dalle Nazioni Unite, Washington ha deciso di forzare la mano e imprimere una brusca accelerazione diplomatica, disegnando un piano di presunta riconciliazione nazionale che punta, nei fatti, a liquidare anni di paralisi attraverso un accordo diretto e riservato tra le dinastie tribali e familiari dominanti.

L’architettura su cui la diplomazia statunitense sta lavorando poggia su un compromesso binario, negoziato a più riprese anche a Roma, tra gli eredi designati: da un lato il consorzio d’affari di Abdul Hamid Dbeibah a Tripoli, dall’altro il polo militar-familiare di Khalifa Haftar – con il figlio Saddam in prima linea – a Bengasi. La premessa della Casa Bianca risponde alla logica del dealmaking più esasperato: spingere la produzione petrolifera libica verso i tre milioni di barili al giorno a beneficio delle major occidentali, congelare le rotte migratorie verso il Mediterraneo e sancire una tregua tra chi possiede le armi e le chiavi finanziarie per paralizzare il Paese. Ma presentare questo schema come un piano strutturale e di lungo termine significa ignorare, ancora una volta, la natura reale e sistemica della crisi libica.

Questo disegno si scontra frontalmente con il medesimo, esiziale vizio di metodo che ha condannato al fallimento ogni singolo tentativo diplomatico dell’ultimo decennio, a partire dai cicli negoziali promossi dall’UNSMIL e dalle inconcludenti conferenze europee: l’ostinata illusione che per pacificare la Libia sia sufficiente radunare i capi-fazione attorno a un tavolo e spartire quote di potere, poltrone ministeriali e cordoni della borsa.

Applicare il manuale Cencelli alla Libia, e scambiare la lottizzazione oligarchica per architettura istituzionale non crea stabilità, ma si limita a formalizzare lo status quo e l’occupazione criminale delle istituzioni statali libiche. È il riconoscimento diplomatico e la contabilità notarile che rafforza cartelli criminali e corporativi e monetizza la sovranità statale, spartendosi i proventi della rendita petrolifera gestiti dalla National Oil Corporation e redistribuiti dalla Banca centrale libica. È la definitiva istituzionalizzazione del collasso: un patto tra élite che congela il presente, cancella ogni orizzonte elettorale democratico e abdica a qualsiasi disegno di futuro per la società libica, degradando le istituzioni a strumenti di drenaggio clientelare.

Del resto, la fragilità di questa lottizzazione è già sotto gli occhi di tutti: non solo la periferia e le tribù del Fezzan rigettano l’intesa, ma persino all’interno dei due feudi sono esplose faide fratricide per il bottino – tra rami familiari a Tripoli e tra fratelli rivali a Bengasi –, dimostrando che un cartello fondato sulla rapina della rendita genera endemica instabilità persino tra i suoi presunti beneficiari.

C’è poi una dimensione securitaria e strategica che trasforma la proposta trumpiana da miope a suicida. Nel tentativo di comprare una rapida stabilizzazione a est, il piano rischia di consegnare formalmente le chiavi della Libia a figure organiche alla proiezione imperiale del Cremlino e con le mani intrise di sangue per i conflitti che devastano la regione. L’illusione americana di allontanare Bengasi dall’orbita russa attraverso concessioni istituzionali e velleità di cooperazione militare si infrange contro la realtà del terreno.

Mentre a porte chiuse si discute di spartizione, nei porti orientali della Cirenaica – a partire da Tobruk – continuano a sbarcare mezzi corazzati, armamenti pesanti e rifornimenti logistici russi. L’apparato degli Haftar è il pilastro logistico che ha consentito a Mosca di radicare l’ex Wagner, oggi riorganizzata nell’Africa Corps, nel continente africano, trasformando la Libia orientale in un bastione inespugnabile nel cuore del Mediterraneo centrale e in una piattaforma di proiezione verso il Sahel.

A ciò si aggiunge una corresponsabilità morale e geopolitica che l’Occidente finge di non vedere: la dinastia militare di Bengasi è stata il canale vitale per l’invio di carburante, munizioni e mercenari a sostegno delle Rapid Support Forces (Rsf) del generale Mohamed Hamdan Dagalo in Sudan. I massacri, le pulizie etniche e la catastrofe umanitaria che stanno cancellando interi centri urbani sudanesi sono stati armati e riforniti attraverso le piste e le rotte controllate dal clan Haftar. Pensare di cooptare questi signori della guerra assegnando loro la guida del Consiglio presidenziale a Tripoli, mentre nell’ovest si moltiplicano attacchi mirati condotti da contractor stranieri e squadroni di droni contro le milizie rivali a Zawiya e nella capitale, non significa pacificare il Paese. Significa offrire legittimazione politica e impunità internazionale a un’infrastruttura di violenza e mercenariato.

Il paradosso si consuma sulle sponde settentrionali del Mediterraneo. Mentre la Casa Bianca tenta scorciatoie transazionali incurante dei danni collaterali sistemici, l’Unione europea e l’Italia rimangono immobili. Prigioniere di una postura puramente difensiva – ostaggio della retorica dell’emergenza securitaria, del contenimento forzato dei flussi e della salvaguardia a breve termine delle forniture di idrocarburi – Roma e Bruxelles assistono inerti alla spartizione del cortile di casa propria.

Abdicare a una visione politica, a una deterrenza credibile e al coraggio di concepire il Mediterraneo come un mare dei diritti, piuttosto che come una frontiera militarizzata che separa il nord ricco da povertà, miseria e tirannia, finisce solo per delegare a potenze terze, a contractor senza scrupoli e a milizie dinastiche la definizione della nostra sicurezza marittima ed energetica.

Possiamo continuare a definire il Mediterraneo unicamente per sottrazione e attraverso le sue emergenze: il mare degli sbarchi, delle guerre, dei traffici, dei fallimenti statali e delle crisi umanitarie. Oppure possiamo assumere una visione diversa e pretendere che diventi davvero il mare dei diritti.

Questo non implica vagheggiare un Mediterraneo senza conflitti o contraddizioni. Significa fare in modo che sicurezza, sviluppo e cooperazione non vengano perseguiti a scapito delle libertà individuali fondamentali, impedendo che la presunta stabilità diventi l’argomento con cui giustificare ogni forma di repressione.

L’ultimo sforzo diplomatico americano non porterà la stabilità, ma un condominio mafioso a tempo determinato, perennemente esposto alla ribellione degli esclusi e agli appetiti dei signori della guerra. E quando anche questo fragile castello di carte crollerà sotto il peso dei propri crimini e delle rivalità armate, l’Europa si scoprirà ancora una volta più debole, marginale e colpevole.

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