Un bambino su 4 nell’UE è a rischio di insicurezza alimentare, la mobilitazione dei cittadini europei per il diritto al cibo

24 Giugno 2026 - 12:29
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Bruxelles – Il diritto al cibo deve diventare un principio dell’Unione Europea, perché circa il 20 per cento della popolazione europea è a rischio di povertà o di esclusione sociale e un bambino su quattro è esposto al pericolo di insicurezza alimentare. Su questa premessa si fonda l’iniziativa di cittadini europei (ICE) Good food for all. Attraverso sedici richieste specifiche – che toccano l’intera filiera alimentare – i promotori chiedono che questo diritto fondamentale venga garantito a tutti attraverso un accesso dignitoso e sostenibile agli alimenti. Il cibo “non è mai solo cibo, ma porta con sé diverse implicazioni come salute, accesso, disponibilità economica”, ha detto l’eurodeputata Annalisa Corrado (S&D) oggi, 24 giugno, durante la presentazione dell’iniziativa. 

“Almeno un quinto della popolazione europea – si legge sul sito dell’ICE – non ha accesso a un’alimentazione adeguata. I sistemi alimentari industriali aggravano l’insicurezza alimentare, il cambiamento climatico, l’inquinamento, la perdita di biodiversità, lo sfruttamento del lavoro e la sofferenza degli animali”. 

Sul fronte istituzionale, quindi, si chiede la creazione di un Consiglio alimentare dell’UE e l’adozione di regolamenti e direttive che tutelino i piccoli produttori agricoli, garantiscano salari dignitosi ai lavoratori del settore e contrastino il potere di mercato delle grandi corporations. Ampio spazio, poi, è dedicato alla sostenibilità: dall’agricoltura biologica e l’agroecologia contadina alla riduzione dell’uso di pesticidi sintetici e fertilizzanti chimici, fino a una gestione più sostenibile dell’acqua e della pesca. L’iniziativa chiede inoltre misure concrete per il benessere animale e per ridurre la produzione industriale di prodotti di origine animale.

Sul versante sociale, si invoca una direttiva per contrastare la concentrazione della terra agricola e favorire l’accesso delle donne e delle nuove generazioni e si chiede che tutti i bambini nelle scuole pubbliche abbiano accesso a pasti sani, nutrienti e sostenibili.

L’iniziativa tocca anche i mercati finanziari, immaginando di vietare ogni forma di speculazione sulle materie prime agricole, e affronta il tema delle sementi, con misure a tutela della biodiversità e dell’autonomia dei sistemi sementieri contadini. Infine, in una prospettiva internazionale, si chiede che tutti gli accordi commerciali dell’UE siano subordinati alla protezione del diritto al cibo, e che venga vietata l’esportazione verso Paesi terzi di pesticidi e fertilizzanti già proibiti in Europa.

Nel 2019, all’inizio della precedente legislazione, “le aspettative erano alte – ha spiegato Olivier De Schutter, già Relatore Speciale ONU su povertà estrema e diritti umani – e si sperava di mettere insieme agricoltura, ambiente, salute e lavoro sotto lo stesso ombrello”. Ma quello slancio si è progressivamente esaurito e anche se “il Green Deal non è stato formalmente abbandonato”, di fatto “è stato ampiamente messo da parte nell’agenda della Commissione europea”

Di fronte alla crisi alimentare che avanza, De Schutter mette in guardia da soluzioni semplicistiche. “Dobbiamo evitare la tentazione di vedere nell’aumento della produzione e nel conseguente abbassamento dei prezzi la soluzione – ha detto -, e insistere invece su sistemi alimentari molto più resilienti e sostenibili, basati sulla diversità locale piuttosto che sull’uniformità”. I numeri della povertà alimentare sono già drammatici, con “93 milioni di persone in Europa a rischio di povertà o esclusione sociale, circa il 20 per cento della popolazione europea” e “19 milioni di bambini, uno su quattro nell’UE, a rischio di insicurezza alimentare”.

Juan José Echanove, dell’Unità per il diritto all’alimentazione della FAO, ha aggiunto alcuni dati. “Più dell’11 per cento della popolazione nel continente europeo ha vissuto una situazione di insicurezza alimentare moderata o grave nel 2022 – ha raccontato -, il che significa che già quell’anno più di 100 milioni di persone faticavano ad accedere al cibo”. Un problema che riguarda anche i Paesi più ricchi, dato che “più dell’8 per cento della popolazione nell’Unione europea non può permettersi un pasto a base di carne o un equivalente vegetariano a giorni alterni”.

La disponibilità economica del cibo, ha dichiarato De Schutter, può essere affrontata in modo più sostenibile solo “rafforzando la protezione sociale, aumentando i salari, proteggendo il potere d’acquisto delle famiglie a basso reddito”. E ricorda che oggi “in Europa ci sono 16 milioni di lavoratori poveri” e che “la direttiva sul salario minimo del 2022 non va abbastanza lontano”. Il cibo “non è una merce – ha concluso -. La produzione alimentare non dovrebbe rispondere a una logica economica dettata dai mercati, ma a una logica ecologica”. 

Si è espressa così anche Cristina Guarda, eurodeputata dei Verdi, che ha rivendicato un cambio di paradigma netto, ricordando – come De Schutter – che “il cibo non può essere considerato solo un prodotto” e che il concetto di sovranità alimentare deve significare che “le comunità se ne approprino”, non che “continuiamo a chiedere al Sud globale di coltivare cibo per noi”. 

Sul piano giuridico, Echanove ha denunciato un ritardo strutturale dell’Europa, perché “nessun Paese europeo protegge esplicitamente il diritto al cibo come diritto costituzionale“. Ha citato, però, un segnale positivo: “Nell’ottobre 2024 c’è stata una risoluzione dell’Assemblea di Strasburgo, adottata all’unanimità da tutti i gruppi politici, che chiede a tutti gli Stati membri di esplorare il riconoscimento costituzionale del diritto al cibo. È la prima volta in assoluto che un organismo europeo lancia un simile appello”. 

La discussione, secondo Echanove, è “una conversazione sulla dignità”. Ma perché tutto questo rimanga più di un dibattito e si trasformi in un obbligo concreto per la Commissione europea, servono un milione di firme raccolte in almeno sette Stati membri, la soglia che le Iniziative dei cittadini europei devono raggiungere per spingere Bruxelles a prendere posizione ufficiale. 

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