Addio a Emma Bonino, una vita in trincea per i diritti civili
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Emma Bonino ci ha lasciati a 78 anni, dopo oltre mezzo secolo trascorso tra politica, istituzioni e battaglie per i diritti civili. La notizia della scomparsa della storica esponente radicale e fondatrice di +Europa è arrivata venerdì 11 settembre. Nei giorni precedenti era stata ricoverata a Roma a causa di una crisi respiratoria. La sua morte chiude una delle esperienze politiche più lunghe e riconoscibili della storia repubblicana italiana, costruita spesso fuori dagli schieramenti tradizionali e legata soprattutto alla conquista di diritti. Diritti che, quando iniziò a battersi, apparivano ancora lontani.
Nata a Bra, in Piemonte, il 9 marzo 1948, Bonino arrivò alla politica partendo da un’esperienza personale. Nel 1974, quando in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza era ancora illegale, ricorse a un aborto clandestino. Quell’episodio segnò profondamente la sua vita e la spinse a trasformare una vicenda privata in una battaglia pubblica. Nel 1975 partecipò alla nascita del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (Cisa) e si autodenunciò. Portò così apertamente dentro il dibattito politico una pratica che allora avveniva soprattutto nella clandestinità. Nel 1976 entrò alla Camera con il Partito Radicale. Due anni più tardi l’Italia approvò la legge 194 del 22 maggio 1978, che disciplinò l’interruzione volontaria della gravidanza.
Dall’aborto al divorzio, i diritti civili diventano politica
La scomparsa di Emma Bonino riporta inevitabilmente alla stagione nella quale i Radicali contribuirono a spostare il confine dei diritti individuali in un’Italia ancora profondamente condizionata da convenzioni sociali e religiose. Bonino divenne uno dei volti di quel movimento dopo il referendum del 1974 che aveva confermato la legge sul divorzio e soprattutto durante la mobilitazione per l’aborto. Disobbedienza civile, referendum, autodenunce e scioperi della fame erano gli strumenti utilizzati. E funzionarono per costringere le istituzioni a discutere questioni che difficilmente entravano nell’agenda dei grandi partiti. Il suo ruolo fu di primo piano non soltanto nella liberalizzazione dell’aborto, ma anche nelle campagne contro il nucleare e, negli anni successivi, per una diversa politica sulle droghe e per numerose libertà individuali.
Quella impostazione avrebbe accompagnato tutta la sua carriera. Bonino fu più volte deputata e senatrice, parlamentare europea, vicepresidente del Senato, ministra e commissaria europea. Fu anche ministro degli Affari Esteri nel governo Letta dal 28 aprile 2013 al febbraio 2014. Ma il passaggio dalle piazze alle istituzioni non cancellò la dimensione dell’attivismo. La sua idea dei diritti non si limitava alle libertà personali: comprendeva lo Stato di diritto, la giustizia internazionale, la condizione dei detenuti, la lotta alla pena di morte e la tutela delle persone più vulnerabili. Una presenza parlamentare iniziata già nella VII legislatura e proseguita, con diversi incarichi, fino alla XVIII.
Dalle donne afghane alla Corte penale internazionale
Negli anni Novanta le battaglie civili di Emma Bonino assunsero una dimensione sempre più internazionale. Insieme a Marco Pannella fondò Non c’è Pace Senza Giustizia. Una organizzazione impegnata per i diritti umani, lo Stato di diritto e la giustizia internazionale. Nel 1993 consegnò al segretario generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali un appello per l’istituzione di un tribunale internazionale sui crimini commessi nella ex Jugoslavia. L’organizzazione avrebbe poi partecipato alla lunga mobilitazione per la creazione della Corte penale internazionale, istituita con lo Statuto di Roma del 1998.
Da commissaria europea, incarico ricoperto negli anni Novanta con responsabilità anche sugli aiuti umanitari, visitò alcune delle aree più difficili del pianeta dai Balcani al Rwanda fino all’Afghanistan. Nel 1997 venne fermata per alcune ore dai Talebani durante una missione a Kabul. La condizione delle donne afghane divenne una delle sue campagne più note e nel 1998 promosse l’iniziativa internazionale “Un fiore per le donne di Kabul”. A questa si affiancarono negli anni la mobilitazione contro le mutilazioni genitali femminili, la promozione del Protocollo di Maputo per i diritti delle donne africane e le campagne contro la pena di morte.
L’Europa rimase l’altra costante della sua vita politica. Bonino sostenne fino agli ultimi anni una Unione europea più integrata e federale, considerandola non soltanto un progetto economico ma uno spazio comune di diritti e garanzie democratiche. Nel 2017 contribuì alla nascita di +Europa, riportando nel nome stesso del nuovo soggetto politico quella scelta europeista. In precedenza aveva attraversato decenni di Parlamento europeo e Commissione, diventando una delle figure italiane più conosciute a Bruxelles.
Emma Bonino, l’eredità di battaglie che hanno cambiato l’Italia
La sua figura è stata anche controversa, come inevitabilmente accade a chi sceglie battaglie capaci di dividere profondamente l’opinione pubblica. Sull’aborto, sull’eutanasia, sulle droghe, sull’immigrazione o sulla giustizia le sue posizioni hanno incontrato consenso e opposizioni durissime. Ma il dato storico resta: molte questioni che Bonino e il mondo radicale portarono nelle piazze quando apparivano minoritarie sono entrate, negli anni, nella legislazione e nel confronto pubblico italiano ed europeo. È forse questo il tratto che meglio racconta la sua eredità politica: trasformare un diritto rivendicato da pochi in una domanda alla quale lo Stato fosse costretto a rispondere.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pur ricordando la distanza tra le rispettive storie politiche, ne ha riconosciuto oggi il peso nella vita pubblica italiana. La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha ricordato invece la sua capacità di anticipare battaglie che altri avrebbero affrontato soltanto in seguito. Un riconoscimento trasversale che restituisce la dimensione della persona di Emma Bonino. Non soltanto la scomparsa di una leader politica, ma la fine di una stagione nella quale conquistare un diritto significava spesso cominciare da una battaglia che sembrava impossibile.
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