Al ghiacciaio della Marmolada restano dieci anni di vita

14 Settembre 2026 - 18:35
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Al ghiacciaio della Marmolada restano dieci anni di vita

Appena 83 ettari di ghiaccio, nove in meno rispetto allo scorso anno e diciassette in meno rispetto al 2023. La superficie del ghiacciaio della Marmolada continua a ridursi a una velocità record e, se estati come quella appena trascorsa dovessero ripetersi, potrebbe scomparire nell’arco di una decina d’anni.

A documentare il nuovo arretramento è l’ottava Campagna glaciologica partecipata promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova, con ricercatori dell’Ateneo, Arpav, Fondazione glaciologica italiana, studenti e cittadini volontari. I punti di misura collocati lungo la fronte mostrano un arretramento medio di 23 metri, quasi il triplo degli 8 metri rilevati lo scorso anno. La situazione più grave riguarda la fronte occidentale, dove uno dei segnali documenta una perdita di 120 metri in due anni e il margine del ghiacciaio è ormai salito oltre quota 2.900.

«I dati raccolti quest’anno aggravano la tendenza già evidente negli ultimi decenni, segnando un nuovo record negativo di riduzione di superficie del ghiacciaio, che in un anno ha perso 9 ettari scendendo ad un totale di 83 ettari rispetto ai 92 dello scorso anno, ormai ben lontano dai 100 ettari del 2023 – spiega Mauro Varotto, docente dell’Università di Padova e responsabile scientifico della campagna – Si tratta di una perdita record che avevamo registrato solo nel 2022, con il tragico crollo del ghiacciaio. Se si ripetono estati come quella appena trascorsa, il ghiacciaio potrebbe avere solo una decina d’anni di vita».

A spingere la fusione è stata una stagione eccezionalmente calda anche alle quote più elevate, ennesimo sintomo della crisi climatica alimentata dai combustibili fossili. «L'estate 2026 si è rivelata la più calda in quota sulle Dolomiti almeno dal 1991, superando per persistenza e temperature medie anche quella del 2003», afferma Gianni Marigo di Arpav.

Ad agosto lo scarto termico rispetto alla media ha superato i 3 °C. Presso la stazione Arpav di Punta Rocca, posta a 3.250 metri sulla Marmolada, soltanto tre giorni hanno registrato una temperatura minima sottozero, col valore più basso fermo a -0,6 °C; in nessuna giornata la temperatura media è risultata negativa.

Il caldo persistente e l’assenza di nevicate anche alle quote più alte hanno alimentato senza interruzioni l’ablazione, ovvero la perdita di massa glaciale. Il ghiacciaio è ormai completamente privo di neve residua: l’unica rimasta è quella protetta dai teli geotessili. È proseguito intanto anche il degrado del permafrost e alla stazione del Piz Boè non risulta più terreno gelato a nessuna profondità.

A metà agosto i rilievi hanno inoltre mostrato pieni d’acqua di fusione i crepacci situati sopra la nicchia da cui, nel luglio 2022, si staccò la massa di ghiaccio responsabile del crollo della Marmolada. «È la stessa condizione che i nostri studi avevano individuato all’origine del crollo», osserva Aldino Bondesan, responsabile per il Triveneto della Fondazione glaciologica italiana.

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Il 2026 sta segnando record negativi anche lungo il resto dell’arco alpino. Nel settore osservato le perdite di spessore sono risultate triple rispetto alla media dell’ultimo decennio, mentre la neve accumulata durante l’inverno si era già esaurita alla fine di luglio, con settimane di anticipo rispetto al consueto.

Alla campagna sulla Marmolada hanno partecipato circa trenta persone tra i 16 e i 75 anni, provenienti da quattro regioni: escursionisti esperti, insegnanti, appassionati e semplici curiosi. Il monitoraggio partecipato affianca così la rete di volontari con cui la Fondazione glaciologica italiana tiene sotto osservazione ogni anno oltre 150 ghiacciai, proseguendo una tradizione iniziata nel 1911.

Mentre il ghiacciaio scompare, però, intorno alle sue fronti continuano ad avanzare piste, infrastrutture e tubazioni per produrre neve artificiale. «Gli investitori di capitali, pubblici o privati, non vogliono uscire dalla “trappola dello sci” – denuncia Alberto Lanzavecchia dell’Università di Padova – Questa miopia strategica impatta in maniera pesante sul paesaggio montano: un “altare” alla pratica dello sci mentre tutto intorno al ghiacciaio viene sacrificato al divertimento elitario e al nostro illimitato modello di sviluppo estrattivista e dissipativo».

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