Alberi, siepi e biodiversità dentro il vigneto non solo come gesto estetico

C’è una parola che ritorna continuamente quando si parla di agroforestazione: equilibrio. Non è una formula poetica, né un vezzo lessicale da convegno. È il tentativo di ridefinire il rapporto tra agricoltura e ambiente dopo decenni in cui il modello dominante è stato la sottrazione. Via gli alberi, via le siepi, via tutto ciò che non produceva direttamente reddito. La vigna come monocultura perfetta, continua, leggibile anche dall’alto.
Il problema è che quel modello, nato per aumentare produttività ed efficienza, oggi mostra le sue fragilità, con i suoli che si impoveriscono, le temperature che aumentano, l’acqua che manca, e i cicli biologici che diventano instabili. E allora la domanda cambia radicalmente: quanto può resistere una vite lasciata sola?
Da questa domanda nasce l’idea dell’agroforestazione applicata alla viticoltura: un tema che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato marginale o folkloristico e che oggi, invece, coinvolge agronomi, neuroscienziati, architetti del paesaggio, forestali e produttori.
L’agroforestazione, del resto, non è una novità assoluta e anzi appare come un ritorno alle origini. Per secoli l’agricoltura europea è stata promiscua: alberi, animali, colture e vigne convivevano nello stesso spazio: è stata l’agricoltura industriale a separare tutto. Armando Castagno ricorda come persino la toponomastica dei grandi vigneti europei conservi traccia di quella biodiversità scomparsa: in Borgogna, per esempio, molti climat portano ancora il nome degli alberi che li abitavano. «Les Charmes», spiega Castagno, non rimanda al fascino, ma al carpino. L’albero rappresenta un residuo linguistico di un paesaggio cancellato.
Il punto interessante è che oggi il ritorno degli alberi nel vigneto non nasce da nostalgia rurale ma da una necessità agronomica. La crisi climatica sta obbligando la viticoltura a ripensare sé stessa, visto che le temperature più alte anticipano le maturazioni, aumentano gli zuccheri, abbassano l’acidità, alterano il profilo aromatico delle uve. Giorgio Vacchiano, docente di gestione forestale all’Università Statale di Milano, ci ricorda un dato impressionante: Milano ha guadagnato circa due gradi e mezzo negli ultimi cinquant’anni e oggi ha il clima che aveva Roma mezzo secolo fa.

Dentro questo scenario gli alberi smettono di essere elementi decorativi e tornano a essere infrastrutture ecologiche, creando ombreggiamento e raffrescando l’aria attraverso l’evapotraspirazione. Ma sono anche in grado di proteggere il suolo dall’erosione e di favorire la biodiversità. Possono persino, secondo alcune ipotesi ancora in fase di studio, trasferire acqua agli strati superficiali del terreno grazie al cosiddetto “sollevamento idraulico”. In pratica gli alberi pescano acqua in profondità e una parte viene resa disponibile alle colture vicine durante la notte: un meccanismo già osservato in altri sistemi agroforestali, ma ancora poco studiato in viticoltura.
La cantina franciacortina Mosnel ha dato avvio dieci anni fa al progetto Vitis Silvae con Marta Donna, agronoma di Sata Studio Agronomico, che spiega come nella viticoltura non esistono ancora linee guida consolidate sull’agroforestazione. Bisogna capire quali specie arboree introdurre, quanta ombra creare, quanto distanziare le piante, come evitare la competizione radicale con la vite e ogni scelta è ancora sperimentale. Nel vigneto Mosnel questa ricerca prende forma concreta con una spirale di carpini e biancospini che attraversa i filari seguendo la sequenza di Fibonacci, con le piante che creano corridoi ecologici che facilitano il movimento di insetti, funghi e artropodi. Attorno ci sono sovesci misti, siepi polifite, compostaggio dei residui organici aziendali e monitoraggi continui della fertilità biologica del suolo attraverso il protocollo BioPASS. Un cambio di paradigma culturale, con l’agroforestazione che introduce una variabile che il vino contemporaneo aveva quasi rimosso: il tempo lungo.
Valperto degli Azzoni Avogadro Carradori, matematico e produttore marchigiano, usa un’immagine molto efficace: nel Medioevo gli architetti costruivano cattedrali sapendo che non ne avrebbero mai visto la fine. Oggi, dice, non servono nuove cattedrali ma «architetti di cattedrali»: persone capaci di avviare processi che altri continueranno. È esattamente ciò che manca spesso all’agricoltura contemporanea, schiacciata sui risultati immediati, sulle rese annuali, sulle performance commerciali. Piantare alberi dentro un vigneto significa invece accettare un orizzonte temporale che supera la generazione di chi decide e lavorare per un beneficio che forse vedranno i figli o i nipoti.

Anche per questo il progetto Mosnel colpisce. Non nasce da una strategia di marketing verde, ma da una memoria familiare. Giulio Barzanò ha raccontato un episodio dell’infanzia che vale più di molti disciplinari ambientali. Da bambino chiese alla madre perché nei loro vigneti non si usasse il diserbo chimico come altrove. Lei gli spiegò che le lepri, passando sull’erba trattata, avrebbero contaminato il latte con cui allattavano i piccoli. Una risposta che oggi definiremmo ecologica, ma pronunciata cinquant’anni fa da una donna appassionata di caccia che girava per i vigneti con il fucile in spalla. In questa frase c’è tutta la differenza tra ambientalismo ideologico e cultura contadina. La seconda non nasce da un manifesto, ma dall’osservazione continua delle relazioni tra esseri viventi.
Il rischio, naturalmente, è che l’agroforestazione venga ridotta a estetica rurale e diventi una moda estatica che porta a filari romantici, qualche albero ben fotografato, molta narrazione. Per evitare questa deriva modaiola, la parte scientifica sarà decisiva. Nei prossimi anni il progetto Vitis Silvae monitorerà microclima, sviluppo radicale, biodiversità e risposta fisiologica della vite in diversi contesti agroforestali. Solo dati solidi potranno dire se questa strada è davvero replicabile su larga scala.
Grazie a questa nuova prospettiva, possiamo cambiare la percezione umana del paesaggio agricolo, costruendo luoghi capaci di produrre benessere psicologico e sensoriale, e riportandoci, come ricorda il neuroscienziato Andrea Bariselli, agli ambienti naturali su cui il nostro cervello è biologicamente calibrato nonostante la nostra vita si svolga sempre più spesso dentro ecosistemi artificiali e digitali. In questo senso il vigneto agroforestale non è soltanto un sistema agricolo più resiliente ma anche un paesaggio che modifica l’esperienza di chi lo attraversa, portandoci a meno monotonia visiva, più biodiversità sensoriale, più variabilità biologica, più ombra, più suoni naturali, più complessità: tutti elementi che incidono sul benessere cognitivo delle persone oltre che sulla salute dell’ecosistema.

Per anni abbiamo immaginato la sostenibilità come un insieme di rinunce: dobbiamo consumare meno, produrre meno, limitare l’impatto. L’agroforestazione suggerisce invece una prospettiva diversa: aumentare la complessità per aumentare la resilienza. È una logica opposta a quella che ha dominato l’agricoltura industriale, dove la semplificazione ha reso tutto più controllabile nel breve periodo, ma più fragile nel lungo. La biodiversità, al contrario, introduce variabilità, relazioni, interdipendenze. Complica, di una complessità che però può diventare una forma di protezione.
In fondo il vigneto agroforestale assomiglia più a un organismo che a una fabbrica agricola. E forse è questa la sfida vera della viticoltura dei prossimi decenni: smettere di considerare il paesaggio come uno sfondo produttivo e tornare a leggerlo come un sistema vivente.
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