I soldi non ci sono, c’è solo altro debito da decidere come spendere

17 Settembre 2026 - 06:40
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I soldi non ci sono, c’è solo altro debito da decidere come spendere

Euro monete

Ogni autunno torna il tesoretto. Cambia il governo, cambia la cifra, non cambia la parola. Ed è una parola scelta benissimo. Tesoretto è il diminutivo di tesoro, e i diminutivi in italiano servono a rendere le cose innocue. Un tesoro fa paura, bisogna decidere che farne. Un tesoretto no: è una cosetta, un piccolo colpo di fortuna. Nella parola c’è già il baule in soffitta, la moneta sotto il divano, lo scontrino vincente. Soprattutto c’è una cosa che non c’è: qualcuno a cui restituirla.

Il nostro invece ce l’ha. Perché sotto quella parola stanno due cose diverse, e nessuna delle due è un tesoro. La prima è il permesso di fare più debito. E a rigore non ce l’hanno ancora dato: il governo ha chiesto ad agosto di attivare la clausola di salvaguardia, la Commissione sta esaminando la richiesta e il passaggio formale è atteso in ottobre. Quando arriverà, comunque, l’Europa non ci avrà mandato denaro. Ci avrà detto che, per alcune spese e per un periodo definito, possiamo sforare più di quanto le regole consentirebbero. In termini che conosciamo tutti, è come quando la banca alza il fido. Nessuno, in famiglia, torna a casa e annuncia di aver trovato un tesoro perché la banca gli ha allargato lo scoperto. Sa benissimo che quei soldi vanno restituiti, con gli interessi, e che nel frattempo restano di qualcun altro.

Il paragone, semmai, è generoso. Quando la banca alza il fido, chi concede il limite e chi presta il denaro sono lo stesso soggetto. Qui no. Il limite lo alza Bruxelles. I soldi li prestano i mercati. L’autorizzazione europea ci dice quanto possiamo indebitarci senza violare il percorso concordato, non quanto ci costerà farlo: quello continuano a deciderlo i mercati.

La seconda è ancora più sfuggente. Da due anni l’Italia è sottoposta alla procedura europea per disavanzo eccessivo. In pratica siamo tenuti a correggere i conti lungo il percorso concordato con le istituzioni europee, ogni anno, finché la procedura dura. Se i conti tornano, quell’obbligo decade, e col tempo il debito potrà anche costarci un po’ meno. Non perché lo decida Bruxelles, ma perché chi compra i nostri titoli potrebbe chiedere qualcosa in meno per farlo. È una buona notizia, ma non è un incasso. È come quando la banca smette di chiederti di rientrare dallo scoperto più in fretta. Non hai guadagnato nulla, il debito è ancora tutto lì. Hai soltanto smesso di dover trovare ogni anno quella somma. Uscire da una procedura non produce risorse. Smette di obbligarti a trovarle.

C’è poi un particolare che rende la faccenda ancora più curiosa. Come la prima metà, neanche la seconda si è realizzata: da quella procedura non siamo ancora usciti. Il deficit del 2025 si è fermato al 3,1 per cento del prodotto, appena sopra la soglia. Il 22 settembre l’Istat rivedrà i conti dell’anno scorso, ma non sarà quella revisione a farci uscire. La raccomandazione europea chiede all’Italia di correggere il disavanzo entro il 2026: serviranno quindi i conti consuntivi di quest’anno e la verifica che il deficit sia sceso stabilmente sotto il tre per cento. Il percorso programmatico del Governo indica il 2,9 per cento quest’anno e il 2,8 il prossimo, ma una previsione non è un consuntivo. Stiamo insomma discutendo, nell’autunno del 2026, come spendere anche i benefici di un’uscita che nella migliore delle ipotesi potrà essere certificata soltanto nel 2027.

E le due cose, sommate con entusiasmo nelle stesse settimane, tendono a escludersi. Se utilizziamo la flessibilità concessa dalla clausola, il termine per correggere il disavanzo eccessivo può essere prorogato. Più spendiamo la prima metà del tesoretto, più rischiamo di perdere la seconda.

Non sorprende, a questo punto, che nessuno sappia quanto valga. Nel giro di poche settimane la stessa cosa è stata quantificata in sei miliardi, in dieci, in quattordici, in trentacinque, in quaranta. Quando una cifra oscilla di sei volte senza cambiare nome, il problema non è la precisione della stima. È che stiamo chiamando con lo stesso nome cose diverse. E stiamo litigando su come spenderle prima di aver stabilito che cosa siano.

C’è però una domanda che nel dibattito di queste settimane non compare mai, ed è la più importante: perché quel margine ci è stato concesso. Non per generosità. La clausola nasce per consentire agli Stati di aumentare in modo strutturale la spesa per la difesa, ed è stata estesa a giugno alle misure che riducono la dipendenza dai combustibili fossili importati, purché adottate dopo il febbraio scorso. Non è nemmeno spazio aggiuntivo: la quota energetica viene ricavata dentro il tetto già previsto per la difesa. L’Italia ha indicato lo 0,9 per cento del prodotto per la difesa e lo 0,6 per l’energia. Stiamo dunque discutendo se impiegare per trasferimenti di pochi mesi uno spazio aperto perché il continente ha cambiato idea sulla propria sicurezza, dopo aver impiegato tre anni a capire quanto gli costava non averla.

Lo stiamo discutendo proprio nella prima legge di bilancio interamente fuori dal Pnrr. E questa coincidenza cambia la domanda. Il Pnrr non ci ha dato soltanto denaro. Ci ha imposto una grammatica. Per ottenere una risorsa bisognava dire prima che cosa si sarebbe fatto, entro quando e con quale risultato verificabile. E il denaro arrivava solo dopo che qualcuno aveva controllato. Si può discutere all’infinito di quanto quella grammatica abbia funzionato in concreto, ma il principio era chiaro: prima l’obiettivo, poi i soldi.

Adesso rischiamo di fare l’esatto contrario. Finisce il denaro europeo legato ai risultati e comincia uno spazio di debito nazionale del quale stiamo discutendo anzitutto la distribuzione. È un modo curioso di tornare sovrani: liberarsi del controllore e, insieme, del controllo.

Il debito ha chiuso il 2025 al 137,1 per cento del prodotto ed è previsto ancora in aumento, mentre l’economia cresce attorno allo zero e mezzo. In una situazione così la domanda non è quanto possiamo distribuire, ma quale risultato compriamo con ogni euro di debito in più e chi sarà chiamato a verificare se lo abbiamo ottenuto. Perché è lì che si decide il resto. Se il debito di oggi aumenta la capacità produttiva, rende più sostenibile il welfare di domani. Se produce soltanto consenso, no. Tutto si tiene, o niente regge.

Peraltro non si tratta di importare in uno Stato la prudenza di un’impresa. La nostra legge di contabilità prevede già che uno scostamento dagli obiettivi sia autorizzato dal Parlamento, sulla base di una relazione che indichi a quali finalità saranno destinate le maggiori risorse. La norma dunque esiste. Il punto è se vogliamo trattarla come un adempimento o come una domanda: che cosa compriamo con questo debito?

Sappiamo però già come andrà a finire, e non perché qualcuno sia in malafede. Una misura che arriva in busta paga a gennaio si vede subito e si vede prima del voto. Un investimento che cambia la vita di una provincia si vede fra otto anni, e a beneficiarne politicamente sarà qualcun altro. Questa è l’ultima legge di bilancio completa della legislatura: il debito contratto adesso sarà ancora lì fra dieci anni, la gratitudine per un trasferimento scade molto prima. I due calendari non coincidono, e la politica sceglie quasi sempre quello più corto.

Il Pnrr ci obbligava a dire che cosa avremmo costruito prima di darci i soldi. Finito il Pnrr, stiamo decidendo a chi dare i soldi prima di sapere che cosa costruire.

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