“Carissimo” Covid: l’Italia pagò le mascherine più di Francia e Spagna? Conte non chiarisce…

25 Giugno 2026 - 14:56
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“Carissimo” Covid: l’Italia pagò le mascherine più di Francia e Spagna? Conte non chiarisce…

Giuseppe Conte

Un’analisi pubblicata sulla rivista “Juridica International”, basata sui dati ufficiali della Commissione europea, ha rilevato che tra marzo e maggio 2020 Parigi e Madrid riuscirono ad acquistare mascherine FFP2 spendendo circa la metà rispetto al miglior prezzo ottenuto dalla struttura commissariale italiana. scrive Libero in un lungo articolo.

Francia e Spagna…purché se magna

Il motivo? Francia e Spagna- spiega il quotidiano- avevano una maggiore capacità di trattare direttamente con l’industria senza i broker tra i piedi. In Italia, invece, la presenza di intermediari e amici degli amici ha contribuito a gonfiare i prezzi. “E fa ridere- dice sempre Libero– chi adesso finge di non sapere, come i grillini e i piddini che, nella Commissione d’inchiesta sul Covid, fanno i pretoriani di Giuseppe Conte e Roberto Speranza per impedire che vengano interrogati dal centrodestra su quel che hanno fatto”.

La maxi commessa

Un caso su tutti: la maxi commessa da 800 milioni di mascherine cinesi pagate 1,25 miliardi di euro. Mascherine-scrive Libero-, accerteranno le analisi, “pericolose per la salute”. Una storiaccia che travolse pure l’allora Commissario all’emergenza Domenico Arcuri, accusato di aver favorito le aziende asiatiche “concedendo anticipazioni dei pagamenti a carico di merce in Cina prima di ogni verifica in Italia sulla qualità delle forniture e validità dei documenti di accompagnamento”. Contestazioni che sono rimaste, tuttavia, senza riscontro: l’ex supermanager sarà assolto perché l’abuso d’ufficio non è più previsto dalla legge come reato, mentre il Tribunale di Roma scagionerà l’intera filiera dei mediatori lasciando in piedi solo un filone minore per riciclaggio, dopo una contestata rivisitazione del reato di traffico illecito di influenze.

L’acquisto dei dispositivi

Il verdetto giudiziario non cancella, però, che il meccanismo di acquisto dei dispositivi salvavita era truccato alla radice, e quasi tutti sapevano. L’allarme sui prodotti fallati era già scattato da un pezzo e fluttuava pericolosamente tra i corridoi del commissariato e dalle parti di Palazzo Chigi, Giuseppi regnante. Le Dogane- si legge sempre su Libero- avevano persino preparato una “white list” delle ditte cinesi affidabili, ma quel report venne ignorato. Al contrario, sotto il pressing continuo degli Arcuri boys, gli uffici di frontiera chiusero un occhio, lasciando passare montagne di casse con il marchio “Ce” contraffatto. Merce scivolata indisturbata verso i reparti ospedalieri grazie a un’autocertificazione inserita nel decreto “Cura Italia” voluto dallo stesso governo Conte: bastava bollarle come “mascherina di comunità” e il gioco era fatto.

Il consorzio di Hong Kong

Il bello è –  si legge sempre su Libero – che, mentre sul tavolo della struttura piovevano le proposte di 550 aziende più economiche e specializzate, si scelse di premiare l’oscuro consorzio Wenzhou-Luokai di Hong Kong. L’ex prefetto Giulio Cazzella lo ha confermato in Commissione: l’affare col Dragone andò in porto senza uno straccio di controllo preventivo. Dietro il business si muovevano broker fantasma che, benché usciti indenni dall’inchiesta, sono l’emblema del capitalismo made in Italy: uno dei registi dell’operazione, l’ex giornalista Mario Benotti (poi deceduto), portò i cinesi a Roma grazie ai buoni uffici con Arcuri: la rubrica telefonica al posto del Cv. Lui e gli altri sodali, c’è scritto nelle carte della Procura, avrebbero spuntato dall’affare una commissione – leggasi “cresta” – da 71 milioni di euro, anche se i calcoli della Finanza parlano di un bottino reale vicino addirittura ai 120 milioni.

Il buco dei dazi

Oltre al danno delle provvigioni, la beffa per i contribuenti è stata doppia. Lo sdoganamento allegro- prosegue l’articolo di Libero- ha generato un buco nero da 288 milioni di euro in dazi e Iva mai versati, un ammanco su cui ora sta indagando la Corte dei Conti. E tutto questo è accaduto perché il Paese si è trovato a navigare nella tempesta a fari spenti. Quando il virus ha picchiato duro, l’Italia si è accorta di non avere le istruzioni per l’uso: il Piano pandemico nazionale era fermo al 2006. Per 15 anni l’amministrazione si era limitata a pigiare il tasto copia-incolla, lasciando sguarnite le terapie intensive e ignorando monitoraggi, piani regionali.

Il disastro organizzativo

Questo disastro organizzativo era stato messo nero su bianco persino dagli esperti dell’Oms di Venezia coordinati dal ricercatore Francesco Zambon. A inizio maggio 2020, il team pubblicò il dossier “An unprecedented challenge: Italy’s first response to Covid-19”, analisi che fotografava la nostra reazione come caotica e improvvisata, costruita giorno per giorno dal primo Paese occidentale travolto dalla malattia, lo stesso Paese che Conte, in tv, aveva definito “prontissimo” ad affrontare l’emergenza. Il report svelava la vergogna del piano fermo al 2006, ma il testo fu fatto sparire a poche ore dalla pubblicazione online. Quel passaggio scottante era brace sotto la poltrona del ministro della Salute Speranza e di Ranieri Guerra, che della Prevenzione era stato direttore fino al 2017 prima di traslocare ai vertici dell’Oms. Zambon decise di rispondere alla sua coscienza di scienziato resistendo alle pressioni di chi voleva sbianchettare il dossier per coprire le mancanze ministeriali, e pagò la scelta col posto di lavoro.

 

L'articolo “Carissimo” Covid: l’Italia pagò le mascherine più di Francia e Spagna? Conte non chiarisce… sembra essere il primo su Secolo d'Italia.

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