Che cosa sappiamo finora dell’Hantavirus (e perché dobbiamo stare tranquilli)

Al momento sono tre le persone morte di hantavirus nel focolaio collegato alla MV Hondius, una nave da spedizione partita da Ushuaia, nella Patagonia argentina, con circa 147 persone tra passeggeri ed equipaggio. I casi segnalati sono otto, cinque dei quali confermati: numeri piccoli, ma sufficienti a far scattare una risposta sanitaria internazionale. La nave viaggiava nel Sud Atlantico quando a bordo sono comparsi diversi casi di malattia respiratoria severa.
Non è l’inizio di una nuova epidemia globale come il Covid. È una situazione grave, ma circoscritta. I punti ancora aperti sono l’origine esatta del primo contagio, l’eventuale ruolo della trasmissione a bordo e il numero di persone che potrebbero sviluppare sintomi durante il periodo di incubazione. Se i nuovi casi resteranno confinati a passeggeri, equipaggio e contatti già identificati, il focolaio confermerà il profilo indicato dalle autorità sanitarie.
Gli hantavirus sono una famiglia di virus presenti in diverse parti del mondo, mantenuti in natura soprattutto da roditori selvatici. Gli animali infetti eliminano il virus attraverso urina, feci e saliva. L’uomo si contagia di solito respirando minuscole particelle contaminate che vengono sollevate nell’aria, per esempio in rifugi, capanni, case rurali, magazzini, legnaie, ambienti poco ventilati o luoghi dove siano presenti nidi ed escrementi di roditori. Il morso di un roditore può trasmettere l’infezione, ma non è la via più frequente. Il rischio tipico è più banale e più difficile da percepire: entrare in un ambiente contaminato e respirarne la polvere.
Le morti recenti sono state causate dall’Andes virus, un hantavirus presente in Sud America che colpisce in modo particolarmente aggressivo i polmoni e il sistema cardiovascolare. È anche il ceppo più delicato da gestire sul piano della sanità pubblica, perché è l’unico hantavirus per cui sia stata documentata una trasmissione limitata da persona a persona. Questo non significa che l’Andes virus si diffonda come l’influenza o il coronavirus. Nei casi conosciuti, la trasmissione tra esseri umani è stata associata a contatti stretti e prolungati: familiari conviventi, partner, persone che assistono un malato, compagni di cabina o operatori sanitari esposti senza protezioni adeguate.
La malattia può cominciare in modo poco riconoscibile. I primi sintomi sono spesso febbre, forte stanchezza, dolori muscolari, mal di testa, nausea, vomito, diarrea, dolore addominale e tosse. Sono segnali compatibili con molte infezioni comuni, e proprio per questo possono ritardare il sospetto clinico, soprattutto se il paziente è in viaggio o non sa di essere stato esposto a roditori. Nei casi più gravi, dopo questa fase iniziale, compaiono difficoltà respiratoria, calo dell’ossigeno nel sangue, accumulo di liquido nei polmoni, pressione bassa, shock e insufficienza cardiopolmonare.
L’hantavirus uccide perché altera la funzione dei piccoli vasi sanguigni. I capillari diventano più permeabili, il liquido passa nei tessuti e nei polmoni, la respirazione diventa insufficiente e il cuore fatica a mantenere la circolazione. Un paziente può peggiorare rapidamente dopo una fase iniziale che sembrava relativamente ordinaria. Purtroppo non esiste un antivirale specifico contro l’Andes virus e non esiste un vaccino disponibile per l’uso corrente. Le cure consistono nel sostenere il paziente durante la fase critica, con ossigeno, ventilazione, farmaci per la pressione, monitoraggio cardiaco e nei casi peggiori: terapia intensiva.
Il tempo di incubazione complica la sorveglianza sanitaria. Una persona esposta può restare senza sintomi per giorni o settimane, viaggiare, prendere voli internazionali e rientrare nel proprio paese prima di ammalarsi. Per questo un test negativo eseguito troppo presto non chiude sempre il caso, e per questo molti contatti vengono monitorati anche quando stanno bene. Se nelle prossime settimane emergeranno nuovi pazienti tra persone già collegate alla MV Hondius, non significherà automaticamente che il virus si stia diffondendo ora: potrebbero essere infezioni già avvenute e rimaste in incubazione.
Il focolaio è diventato internazionale perché alcune persone avevano già lasciato la nave prima che il rischio fosse definito. Due residenti di Singapore collegati al viaggio sono risultati negativi ai test, anche per l’Andes virus, ma sono stati comunque messi in quarantena e sottoposti a ulteriore monitoraggio. La Spagna è diventato uno dei paesi da monitorare attentamente perché la nave Hondius è diretta verso le Canarie. Le autorità hanno preparato un arrivo controllato nell’area di Tenerife, senza uno sbarco ordinario, con valutazioni sanitarie a bordo, trasferimenti organizzati e rimpatri gestiti in modo da ridurre al minimo i contatti non necessari. La complessità dell’operazione non dipende dal numero assoluto di malati, ma dalla distribuzione internazionale delle persone coinvolte.
Il rischio per l’Europa viene considerato basso anche per due ragioni. Primo gli hantavirus più frequenti in Europa e in Asia tendono a provocare soprattutto febbre e danni renali. Secondo, l’Andes virus ha bisogno di specifici roditori serbatoio per mantenersi stabilmente nell’ambiente. L’arrivo di una persona infetta non basta a creare una circolazione permanente in un nuovo territorio. Senza il serbatoio animale adatto, la possibilità che il virus si radichi nei roditori europei e produca una trasmissione autonoma da roditori a esseri umani è ritenuta limitata.
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