Tiziodellinternet che non accetti che io non usi l’IA, ma mi hai presa per Pagnoncelli?

Maggio 13, 2026 - 05:21
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Tiziodellinternet che non accetti che io non usi l’IA, ma mi hai presa per Pagnoncelli?

Di norma, l’algoritmo di Twitter (o come si chiama ora) mi propone ventinovenni che ci tengono a farsi dire che è normale essere vergini o trentatreenni che ci tengono a farsi dire che è normale vivere ancora coi genitori.

Un paio di settimane fa, le sue impenetrabili convinzioni circa il mio essere interessata agli argomenti che meno m’interessano al mondo hanno preso una nuova deriva, giacché un paio di settimane fa Walter Veltroni ha intervistato Claude. Non Lelouch: l’intelligenza artificiale di Anthropic.

Non ho potuto per almeno una settimana aprire Facebook o Twitter senza essere costretta a leggere indignati attacchi e goffe difese di un’intervista sulla quale era inspiegabile tutti si accalorassero.

Veltroni chiedeva a un cervello elettronico che età sentisse di avere, e io pensavo ai miei amici che fanno articolati discorsi al gatto o al cane, mentre io li guardo pensando: non parla l’italiano, non ti capisce.

Lo sapevo, che WV aveva chiesto l’età a Claude, perché dopo una settimana che i miei algoritmi non mi parlavano d’altro ero andava a leggermi questa benedetta intervista, continuando a non capire perché ci si accalorassero. Dipende dal fatto che la gente fa vite di silenziosa disperazione e pur di distrarsi cinque minuti dalle discussioni da ufficio sui piani ferie e da quelle casalinghe su chi porta giù l’umido è disposta a scaldarsi un po’ su tutto?

Probabilmente sì. Mesi fa ho commentato su Instagram il post d’un tizio indignato perché qualcuno in aereo aveva appoggiato i piedi sulla parete davanti alla prima fila, e da allora non c’è giorno che non mi arrivi una calorosa notifica di qualcuno che ritiene il suo compito sia ristabilire la verità sull’appoggiare i piedi sulla parete di fronte in aereo. Credo che prendere a cuore cose inconcepibili sia la vera e più profonda natura dell’internet.

Dell’intelligenza artificiale so le quattro o cinque cose che è impossibile non sapere. Che la generazione che si stende per terra in autostrada perché è preoccupata per il cambiamento climatico, quella che toglie il saluto ai genitori se non chiudono il rubinetto mentre si spazzolano i denti, non è però preoccupata per l’impatto ambientale causato dal chiedere quanti minuti debba bollire un uovo o come si faccia a farsi rispondere dal tipo che ti piace, dal chiederlo a giocattoloni per raffreddare i quali serve assai più acqua di quella con cui sciacqui il dentifricio.

Che sostituirà tutti voi imbecilli dalle mansioni lavorative riproducibili, e poi a quel punto nessuno riesce a spiegarmi con quali fondi senza fondo vi pagheremo per respirare, visto che non avrete più un mestiere: con le tasse di noi quattro che continueremo a lavorare?

Che la fessaggine è più che mai al potere, e ieri il Financial Times riportava che Amazon ha degli incentivi per l’uso da parte dei suoi impiegati dell’ia, e il risultato è che quelli le fanno fare cose inutili che facciano punteggio, tipo me quando compro cose all’Esselunga solo per i punti fragola.

Che non si possono più usare i trattini – uno dei miei segni di interpunzione preferiti – perché poi arriva qualche saperlalunghista ti dice eh ma è chiaro che è scritto con l’intelligenza artificiale, e io non credevo sarebbe mai successo a me, perché ehi, io ho uno stile che neanch’io saprei riprodurre, figuriamoci un robot, e poi l’altro giorno il direttore di questo giornale mi ha detto che il mio articolo su Giuli e Buttafuoco sembrava scritto con l’ia e io ancora gli parlo e il mio Nobel per la Pace dov’è.

Che forse prenderà il potere – l’intelligenza artificiale, no il direttore di questo giornale – e ci ucciderà tutti, quindi fammi spendere tutto quel che ho perché detesterei l’idea di morire col conto in banca non in rosso.

Ho registrato un podcast, per promuovere un libro in cui si dice che i podcast sono «il nuovo Anteo, il nuovo Parenti, la nuova Dandini, la nuova borsina di tela del New Yorker con cui dire al mondo che tu stavi dalla parte giusta delle scelte d’intrattenimento» (per fortuna nessun conduttore di podcast legge, e quindi non se n’erano accorti).

Neanche mi ricordavo m’avessero chiesto se uso l’intelligenza artificiale, né che avevo – come sempre faccio per pigrizia – risposto la verità: che non l’ho mai usata in vita mia, non ho neanche una app installata (anche perché ho un Blackberry, su cui c’è una grande morìa delle app: smettono di funzionare una al giorno), non so cosa farmene.

Da quando il podcast è stato pubblicato, ricevo su ogni social commenti di offesi in quanto artificiali. Non credevo mi si potesse sorprendere con la suscettibilità, è un tema che ho studiato abbastanza a lungo da sapere che la gente si offende per qualunque cosa: perché metti il parmigiano sui porcini, perché fai le orecchie alle pagine dei libri, perché non ti piace (a te, sconosciuta dell’internet) la città in cui vive l’offeso di turno o perché ritieni che Miuccia Prada sia più ispirata di Alessandro Michele.

La gente se la prende a cuore su tutto, si offende su tutto, si identifica con tutto. Una volta la nostra identità era ciò che tenevamo per noi; da quando abbiamo deciso di non voler avere più segreti e di voler vivere in pubblico, la nostra identità è quanto riusciamo a rompere i coglioni.

Formiamo due file ordinate: di qua gli offesi perché Veltroni ha intervistato Claude, di là gli offesi perché non capisci che è giusto che Veltroni intervisti Claude. Noialtri cui non frega niente se Veltroni intervista Claude veniamo schifati da entrambe le file: ignavi che non siamo altro.

Quanto mi sembri scemo appaltare il proprio ragionare (scrivere questo è: capire cosa pensi delle cose) all’intelligenza artificiale, ma pure a una segretaria, l’ho già spiegato. Io non ho neanche mai dato da sbobinare le mie interviste a qualcuno, e non certo perché non sia pigra o perché non consideri sbobinare un inferno (non ho mai incontrato nessuno che abbia fatto anche una sola intervista nella sua vita e non ritenga sbobinare la più usurante delle mansioni).

Lo faccio io perché, riascoltando la conversazione tra me e l’intervistato, mi verranno in mente delle cose. Mi ricorderò che dandomi quella risposta aveva aggiunto la terza bustina di zucchero al tè, o che cambiando discorso rispetto a una domanda sgradita aveva guardato l’addetto stampa con aria «questa me la cacci». Chi di mestiere scrive lo sa: la maggior parte delle cose che fai – dei libri che leggi, dei film che guardi, delle canzoni che ascolti – le fai perché così ti vengono delle idee.

Perché non la trovo utile o interessante io, l’ia, lo so. La domanda è: perché a Tiziodellinternet e Caiodellinternet sembra inaccettabile che io non la usi? Perché ritengono di dovermi dire con aria perentoria che sono antiquata e non ho capito che è il futuro? Perché se la prendono a cuore?

È perché non sanno scrivere e non sanno come si scrive? È perché non sanno leggere e non capiscono quel che leggono?

Uno ha scritto, in risposta a qualcuno che difendeva la renitenza di chi scrive a far fare il lavoro d’ingegno a una macchina, «Quindi la gente cui piace scrivere non compila una tabella Excel, non confronta prodotti, non trasporta dati e li unisce/riassume», e io mi domando come si possa aver mai letto due righe mie e pensare ch’esse si fondino su mansioni di questo tipo. Per chi mi avrà presa, il signore: per un ufficio marketing? Per un magazziniere? Per Pagnoncelli?

Ma non voglio che ci distraiamo dalla domanda principale: perché se la prendono a cuore? Sono essi forse Sam Altman in incognito, e ogni non utilizzatore dell’intelligenza artificiale inficia i loro profitti e mina il loro essere fantastiliardari?

O è che sono miei assidui lettori e sentono la mancanza di quelle tabelle Excel (qualunque cosa siano) che renderebbero più vivaci i miei elzeviri?

E ancora: sono le stesse ventinovenni vergini e trentatreenni che vivono coi genitori, o l’algoritmo ha deciso di variare lo zoo di vetro che mi propone per consolarmi dell’imminente fine del mondo?

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