Come funzionano il due, il cinque e l’otto per mille e perché sono diversi

Ottopermilleallachiesacattolica ormai si pensa così, tutto attaccato, come se fosse una parola sola. Un po’ come «tuttigiùperterra» o il «tuttointornoate» di Vodafone. O se preferite la citazione colta, il «Doukipudonktan» (Macchiffastapuzza) con cui Raymond Queneau apriva “Zazie nel metrò”, stilizzando il francese popolare. Sappiamo che l’otto per mille di qualcosa può essere dato ogni anno a enti e associazioni e vagamente abbiamo capito che anche il cinque per mille e due per mille seguono la stessa traiettoria, mediata dallo Stato. Ma qual è la differenza?
Sono tutte e tre piccole quote dell’Irpef, cioè dell’imposta che si paga sui redditi. L’espressione «per mille» indica quanta parte di quell’imposta viene calcolata: due, cinque od otto euro per ogni mille euro. Non sono soldi in più da versare e non sono una donazione: il contribuente quelle tasse le deve comunque pagare. Con una firma nella dichiarazione dei redditi può solo decidere dove far andare una piccola quota: allo Stato, a una confessione religiosa, a un ente del Terzo settore, alla ricerca, al Comune, o a un partito. Le caselle si trovano nella stessa scheda, ma cambiano tre cose: i destinatari, le regole e cosa succede se il contribuente non firma.
Iniziamo dal due per mille, il più piccolo dei tre e il più politico. Vale lo 0,2 per cento dell’Irpef e può essere destinato a un partito iscritto nell’apposito registro. Ma solo se il contribuente lo indica. Senza firma non parte alcun finanziamento. Il due per mille è nato per sostituire, almeno in parte, il vecchio finanziamento pubblico ai partiti. Nel 2025 hanno scelto di destinarlo poco più di 2,2 milioni di contribuenti, su oltre 42 milioni. L’ammontare complessivo ripartito è stato di circa 32,6 milioni di euro. Il Partito democratico è stato il principale beneficiario, con circa 10,6 milioni di euro. Fratelli d’Italia ha ricevuto circa 6,6 milioni, il Movimento 5 Stelle poco più di 3,1 milioni. Seguono, con importi più bassi, Sinistra Italiana (1,69 milioni), Europa Verde (1,55 milioni), Azione (1,52 milioni), Lega per Salvini Premier (1,14 milioni), Italia Viva (1,13 milioni), Più Europa (1,03 milioni) e Forza Italia con circa 789 mila euro.
Il cinque per mille funziona in modo diverso. Vale lo 0,5 per cento dell’Irpef, cioè 5 euro ogni 1.000 euro di imposta, e può finanziare enti del Terzo settore, ricerca scientifica, ricerca sanitaria, università, Comuni per attività sociali, associazioni sportive dilettantistiche, beni culturali e aree protette. In questo caso il contribuente non indica solo un settore, ma scrive il codice fiscale dell’ente che vuole sostenere. Nel riparto pubblicato nel 2025 per l’anno finanziario 2024, 15,2 milioni di contribuenti hanno destinato in tutto 522,9 milioni di euro a quasi novantunomila benefeficiari.
La maggior parte dei soldi è andata al mondo non profit. Gli enti del Terzo settore e le Onlus hanno ricevuto più di 330 milioni di euro; la ricerca sanitaria oltre 86 milioni; la ricerca scientifica poco più di 69 milioni. Il resto si è diviso tra Comuni, università, sport dilettantistico, beni culturali e aree protette.
Fondazione Airc per la ricerca sul cancro è arrivata nettamente prima, con 1,76 milioni di scelte e 71,8 milioni di euro. Quindi da sola ha raccolto più di un euro ogni sette distribuiti. Seguono la Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro con 12,16 milioni, Emergency con 10,61 milioni, la Lega del Filo d’Oro con 9,32 milioni, Ail con 8,73 milioni, l’Istituto europeo di oncologia con 7,89 milioni, Medici senza frontiere con 7,79 milioni, la Fondazione italiana sclerosi multipla con 7,37 milioni, Save the Children con 6,76 milioni e la Fondazione dell’ospedale pediatrico Meyer con 5,23 milioni.
Il cinque per mille, però, ha un limite massimo: lo Stato non distribuisce più della cifra fissata ogni anno dalla legge. Nel 2025 quel tetto era di 525 milioni di euro. Se le scelte dei contribuenti valgono più di quella somma, gli importi vengono ridotti proporzionalmente.
Infine c’è l’otto per mille che muove le somme più grandi. Può andare allo Stato o a una confessione religiosa ammessa al riparto. Nel 2025 valeva circa 1,48 miliardi di euro. La Chiesa cattolica è il beneficiario più noto e di gran lunga il principale: nel 2025 ha ricevuto poco più di 1 miliardo di euro, dopo i conguagli comunicati alla Conferenza episcopale italiana. La Chiesa valdese ha ricevuto quasi 45 milioni, l’Unione buddhista italiana oltre 16 milioni, l’Istituto buddhista Soka Gakkai quasi 8 milioni e l’Unione delle comunità ebraiche italiane circa 4,5 milioni.
I restanti 376 milioni sono andati allo Stato, ma non è detto che tutti quei soldi siano entrati subito nelle sue casse e siano stati spesi. Una parte può essere ridotta, rinviata o riassegnata secondo le esigenze di bilancio. Quando viene usata, serve a finanziare interventi pubblici come aiuti in caso di calamità naturali, assistenza ai rifugiati, tutela dei beni culturali ed edilizia scolastica.
La particolarità dell’otto per mille è che anche chi non firma contribuisce al riparto. Nel 2025 hanno espresso una scelta valida 16,7 milioni di contribuenti, poco più del 40 per cento del totale; quasi 24,6 milioni, cioè quasi il 60 per cento, non hanno indicato alcun destinatario. Le quote di chi non sceglie non restano automaticamente allo Stato: vengono distribuite in proporzione alle scelte espresse da chi ha firmato, salvo le eccezioni previste per alcuni beneficiari. Per questo la Chiesa cattolica, indicata dal 27,95 per cento di tutti i contribuenti ma dal 69,51 per cento di quelli che hanno espresso una preferenza, ha ricevuto una somma molto più alta di quella che avrebbe ottenuto contando solo le firme dirette.
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