Trump da Xi, un incontro che non avrà né vincitori né vinti

Ieri sera Donald Trump è atterrato a Pechino, prima tappa di un vertice atteso da mesi e già rinviato ad aprile per via della guerra in corso in Iran. Stamattina, intorno alle dieci ora locale, l’incontro nella Grande Sala del Popolo con il leader Xi Jinping: sei incontri previsti in trentasei ore, una cena di Stato questa sera, una colazione di lavoro domani, poi il rientro a bordo dell’Air Force One nel pomeriggio. Al fianco di Trump ci sono il segretario di Stato Marco Rubio (sanzionato da Pechino nel 2020, con la Cina che ha però chiarito che le misure riguardavano il suo ruolo di senatore, non quello attuale di capo della diplomazia americana) e il segretario alla Difesa Pete Hegseth. Il segretario al Tesoro Scott Bessent è arrivato a Pechino dopo una tappa a Seul, dove ha tenuto i colloqui preparatori con il vice premier cinese He Lifeng. Con Trump è arrivata anche una delegazione di amministratori delegati: Tim Cook di Apple, Elon Musk di Tesla, Kelly Ortberg di Boeing, David Solomon di Goldman Sachs, Michael Miebach di Mastercard. La presenza massiccia di figure del mondo industriale e finanziario dice già molto sulla natura di questo incontro: più che un vertice strategico tra grandi potenze, somiglia a una fiera commerciale con ambizioni geopolitiche.
Nove anni dopo
È la prima visita di un presidente americano in Cina dal 2017, quando fu lo stesso Trump a recarsi a Pechino. Joe Biden non ci andò mai. Da allora il mondo è cambiato in modo sostanziale: la pandemia, la guerra in Ucraina, la corsa tecnologica, le guerre commerciali e il conflitto in corso in Medio Oriente hanno ridisegnato i rapporti di forza tra le due potenze in modo difficilmente reversibile.
Trump non è più il falco di una volta, come scrive Rishi Iyengar su Foreign Policy. Porta con sé aspettative ridotte rispetto alla retorica con cui aveva aperto il suo secondo mandato. Aveva promesso dazi al 60 per cento o oltre sulle merci cinesi, aveva parlato di revocare le condizioni commerciali preferenziali in vigore dall’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio. Quello che è successo dopo lo ha costretto a ridimensionare drasticamente queste ambizioni.
La lezione delle terre rare
La svolta è avvenuta nella primavera del 2025, quando Pechino ha risposto all’escalation tariffaria americana con un asso che Washington non aveva messo in conto: il blocco delle esportazioni di terre rare e magneti permanenti. Materiali essenziali per tutto, dai microchip ai caccia F-35, ha ricordato Christina Lu sempre su Foreign Policy. La mossa ha fatto tremare le fabbriche americane e messo in discussione l’intera catena di approvvigionamento militare e industriale. L’amministrazione ha cercato un’uscita di sicurezza e l’ha trovata nell’accordo di Busan, in Corea del Sud, nell’ottobre scorso.
Quell’accordo ha però un prezzo alto. Come analizza Henrietta Levin su Foreign Affairs, Washington ha di fatto concesso a Pechino una voce in capitolo su alcune misure di sicurezza nazionale americane legate ai controlli sulle esportazioni tecnologiche. In cambio di un allentamento sulle terre rare, gli Stati Uniti hanno rinunciato a nuove restrizioni verso entità cinesi. «Un tale accordo sarebbe stato impensabile un anno prima», scrive Levin. La Cina ha ottenuto qualcosa di strutturale: non solo una concessione commerciale, ma un precedente diplomatico.
Né vincitori né vinti
Eppure sarebbe sbagliato concludere che Pechino stia vincendo questa partita. Il politologo David Shambaugh, tra i principali esperti mondiali di politica cinese, propone su Foreign Affairs una lettura più sfumata: la competizione tra le due superpotenze non è a somma zero. «Ovunque nel mondo, i Paesi stanno cercando di ridurre la propria esposizione sia agli Stati Uniti che alla Cina», scrive. Uno non guadagna necessariamente da quello che l’altro perde. E oggi entrambi stanno perdendo influenza contemporaneamente.
La Cina ha un’enorme presenza diplomatica: ambasciate in 182 Paesi, migliaia di funzionari, una partecipazione attiva nelle organizzazioni internazionali che contrasta con il ritiro americano da decine di istituzioni multilaterali. Ma la sua capacità di attrarre alleati rimane strutturalmente debole: nessun Paese guarda a Pechino per protezione militare, il modello politico cinese non esporta consenso, la potenza economica genera dipendenza ma non amicizia. L’immagine della Cina nel mondo rimane prevalentemente negativa, con l’eccezione di alcune aree dell’Africa e del Medio Oriente.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, stanno dissipando decenni di credibilità. La guerra in Iran – non condivisa con gli alleati, mal pianificata – ha consumato risorse militari, alzato i prezzi del carburante in Asia, svuotato i magazzini di missili Patriot che Taiwan aspettava. Ryan Hass scrive sull’Atlantic che Pechino si posiziona come «la scelta pronta quando gli Stati Uniti si bruceranno da soli», puntando sulla pazienza più che sul confronto diretto.
Taiwan, la vera posta in gioco
Tra i temi sul tavolo, Taiwan è quello che Pechino considera prioritario. Xi vuole che Trump sposti la posizione americana, anche solo sul piano verbale: da «non sostengo l’indipendenza di Taiwan» a «mi oppongo all’indipendenza di Taiwan». Una differenza che può sembrare minima, ma che nella grammatica diplomatica della questione taiwanese pesa moltissimo. Cambierebbe la percezione di Washington a Taipei, rafforzerebbe le forze politiche taiwanese più favorevoli a Pechino, e manderebbe un segnale ai Paesi della regione su dove si sta spostando l’asse americano.
Trump ha già detto pubblicamente che intende discutere con Xi le vendite di armi all’isola – una novità che rompe con consolidate convenzioni diplomatiche. Un pacchetto da tredici miliardi di dollari è stato rinviato. Secondo l’Economist, i funzionari cinesi sperano anche che Trump si impegni ad approvare pacchetti più piccoli in futuro e ad aspettare mesi prima del prossimo. Il risultato, anche senza un accordo scritto, sarebbe un vincolo implicito che condizionerebbe la politica americana verso Taiwan per i mesi a venire.
Il governo di Taipei guarda a questi sviluppi con crescente preoccupazione. La principale forza di opposizione, il Kuomintang, sta cercando avvicinamento a Pechino in vista delle elezioni locali di novembre. Il parlamento taiwanese sta bloccando un aumento della spesa per la difesa da quaranta miliardi di dollari. In questo scenario, qualsiasi cedimento retorico di Washington avrebbe effetti concreti sulla disponibilità dei taiwanesi a investire nella propria sicurezza.
Iran, il laboratorio di Pechino
Il conflitto iraniano cambia le coordinate del vertice in modi non previsti quando l’incontro fu pianificato. Pechino è il principale acquirente del petrolio iraniano e ha fornito supporto politico a Teheran. Washington vorrebbe che Xi usasse questa influenza per spingere verso un accordo. Ma come osserva Elisa Ewers per il Council on Foreign Relations, quello che la Cina ha visto nel conflitto mediorientale non è solo una distrazione americana: è un manuale operativo. L’Iran ha dimostrato che non è necessario vincere militarmente per mettere in difficoltà una grande potenza; basta sopravvivere e imporre costi economici. Una lezione che i pianificatori di Pechino applicano mentalmente già allo scenario di Taiwan.
La guerra ha anche indebolito concretamente la posizione americana: tre gruppi da battaglia con portaerei sono impegnati in Medio Oriente, uno solo è presente nell’Asia orientale. I depositi di armi si stanno svuotando. Il tempo di ricostituzione delle scorte sarà lungo.
Il partito prima di tutto
C’è però un elemento che complica il quadro dell’uomo forte che arriva al vertice con il vento in poppa. Neil Thomas e Shengyu Wang analizzano su Foreign Affairs la campagna disciplinare interna con cui Xi sta cercando di trasformare il Partito comunista cinese dall’interno, quella che lui stesso chiama «auto-rivoluzione». L’anno scorso le autorità disciplinari del partito hanno aperto più di un milione di casi contro funzionari: quasi sette volte il dato dell’anno in cui Xi prese il potere. In gennaio ha rimosso due generali di vertice, svuotando ulteriormente una Commissione militare centrale già indebolita da anni di purghe. Tre membri del Politburo sono caduti nello stesso mandato quinquennale: non accadeva dalla fine dell’era maoista.
I due autori propongono una lettura che rovescia il senso comune: un leader ossessionato dalla disciplina interna e dalla sopravvivenza del partito è probabilmente meno incline a scommettere su avventure esterne ad alto rischio. «Solo pochi mesi fa», scrivono, «Xi ha detto al Comitato centrale che la corruzione è la minaccia più grande che il partito si trova ad affrontare – non gli Stati Uniti, non Taiwan, non l’economia». Le recenti purghe militari, aggiungono, «renderebbero qualsiasi guerra più difficile da combattere nel breve termine», il che rivela quanto Xi rimanga preoccupato da lealtà, efficienza istituzionale e controllo interno più che da proiezione di potenza verso l’esterno.
Commercio: il menù delle aspettative basse
Sul fronte economico, entrambe le parti cercano stabilità più che trasformazione strutturale. La Cina dovrebbe acquistare aerei Boeing e prodotti agricoli americani come soia, manzo, etanolo, sorgo. Si discute di un organismo commerciale bilaterale che supervisioni gli accordi. La tregua tariffaria siglata a Busan scade in autunno e dovrà essere rinnovata o sostituita.
Myron Brilliant, consulente senior alla DGA-Albright Stonebridge, ha sintetizzato il clima con una formula che vale più di molte analisi: questo vertice è «alto sulla sfiducia strategica e alto sul simbolismo, ma basso sull’ambizione», ha detto al New York Times. È probabilmente la descrizione più onesta di quello che Trump e Xi stanno cercando di costruire: non una partnership, non un confronto aperto, ma una gestione ordinata del disordine. Il problema è che il disordine, nel frattempo, si sta espandendo. E gestirlo costerà a entrambi.
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