La rinascita di Slow Food Usa

«Con la pandemia la condotta di New York (chapter in inglese) si era praticamente dissolta. C’è voluto un po’ di tempo, ma ora siamo partiti a pieno regime» racconta a Linkiesta Gastronomika Barbara Torasso, da gennaio membro del board newyorkese. L’abbiamo incontrata nel giorno Earth Mother Day quando Slow Food ha organizzato una cena da Osteria 57, nel West Village, per celebrare l’Earth Day (22 aprile). Un’occasione per una raccolta fondi per Norwich Meadows Farm, una delle imprese agricole che lavora con molti ristoranti a New York, sempre presente all’Union Square Greenmarket e appena insignita della chiocciola Slow Food, così come Osteria 57. È la prima volta che la chiocciola viene assegnata a un produttore qui a New York.
Norwich Meadows Farm fa un importante lavoro di ricerca sulle sementi, spesso su indicazione di qualche chef; in dicembre un incendio ha bruciato due capannoni con un grave danno, per questo la raccolta fondi.

Slow Food Usa ha quasi quattromila associati, una piccola parte sui centomila nel mondo, ma ovviamente vuole crescere: sicuramente la cultura alimentare degli Stati Uniti – che in molte parti del Paese non distingue tra junk food e healty food – è un ostacolo, ma qualcosa si sta movendo. New York per fortuna è un caso a parte.
«Quando sono arrivata sono rimasta sconvolta da quello che trovavo nei supermercati» racconta Barbara Torasso, «sono piemontese e sono crescita nell’orto della nonna nel Canavesano, sono di Borgomasino. Mio nonno e mio bisnonno erano i macellai del paese, prima che la buona cucina c’era una cultura della qualità degli ingredienti. Altro che cibo ultra processato».
Barbara Torasso è arrivata negli Stati Uniti nel 2011, prima a Boston e poi a New York, mandata da Adidas, azienda tedesca che produce scarpe e abbigliamento sportivo: una posizione importante. Oggi lavora per Basic Net, azienda torinese attiva sempre nello sportswear, e Luisaviaroma (settore moda).

«La passione per il buon cibo che aveva caratterizzato per tanti anni la mia vita con gli anni era passata in secondo piano, qui mi è tornata forte, proprio perché gli ingredienti di qualità ci sono, ma non sono immediati, li devi scoprire, è un po’ come una caccia al tesoro. Slow Food Usa lavora per promuovere la ricerca degli ingredienti di qualità e i ristoranti che li preparano. Ho cominciato come volontaria e oggi ho una posizione importante. Il mio lavoro resta su base volontaria, non siamo pagati, e Slow Food Usa si mantiene con le donazioni. Conoscevo Slow Food, ma in Italia non avevo mai frequentato l’organizzazione, da quando mi sono impegnata qui ho scoperto di più sulla realtà italiana e sono stata anche all’università di scienze gastronomiche di Pollenzo».
Nell’area di New York ci sono tre condotte, quella della città di cui Barbara è membro del direttivo (New York City), poi East End e Hudson Valley: lo stato è molto grande e non era possibile comprenderlo in un’unica condotta. Tutti i mesi le condotte si confrontano online sul lavoro in progress, una riunione ovviamente online. Slow Food è sbarcato negli Stati Uniti nel 2000, ci sono ottanta condotte sparse sul territorio statunitense, non ci sono presidi, ma ci sono le chiocciole che si trovano sulla mappa sul sito: un indubbio aiuto quando si viaggia e si vuole scoprire dove fermarsi. Sparse nel Paese ce ne sono 345, nella citta di New York quindici. Tutte le condotte sono tenute a ospitare almeno un evento gratuito e aperto al pubblico ogni anno.
Slow Food Usa coltiva programmi a livello nazionale attraverso le condotte locali, ospita eventi educativi e campagne di tutela. Uno degli obiettivi principali negli Stati Uniti è lo smantellamento dei sistemi alimentari oppressivi per ottenere cibo buono, pulito ed equo per tutti. «Le politiche alimentari degli Usa mantengono uno squilibrio di potere che colpisce in modo sproporzionato i neri, gli indigeni e le persone di colore (Bipoc), le comunità a basso reddito e le donne. Il furto di terra e acqua, lo sfruttamento dei lavoratori, la mancanza di accesso a cibi nutrienti, l’apartheid alimentare e i problemi di salute legati alla dieta sono radicati nel razzismo, nel classismo, nella discriminazione di genere e in altre pratiche oppressive». Questo è scritto a chiare lettere nel sito di Slow Food Usa.

«Il mio percorso di ricerca del buon cibo è cominciato nei ristoranti, dove mi sono fatta consigliare dove fare la spesa» continua il racconto Barbara Torasso. «Così ho scoperto il Farmers’ Market di Union Square, ma ci ho impiegato più di dieci anni. Oggi so che lì si trovano primizie che uno pensa siano introvabili, come gli agretti o la valeriana. Io personalmente mi occupo della ricerca dei locali cui assegnare la chiocciola. Ho i miei ristoranti preferiti. Al primo posto senza dubbio nella fascia alta metto Blue Hill at Stone Barns che si trova Upstate, vicino a Terrytown, un posto incredibile, con i suoi orti i suoi allevamenti e fornitori esclusivi. Una cena impegnativa dal punto di vista economico (siamo pur sempre nella città più cara del mondo), ma che vale tutti i soldi spesi. Lo chef Dan Barber è un genio visionario. In città vengo sempre volentieri da Osteria 57, ma il locale dove mi sento a casa, anche perché è vicino a dove abito e ha ottimi prezzi, è Il Posto Accanto, nell’ East Village: Beatrice, la chef, oramai è un’amica. Per una t-bone steak come si deve vado da Keens, se ho voglia di cucina giapponese, non sushi perché non mangio pesce, vado da Sake No Hana».

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