E se gli immigrati tornassero davvero a casa loro?

25 Settembre 2026 - 05:20
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E se gli immigrati tornassero davvero a casa loro?

Un uomo cammina per strada in camice da medico. Un altro uomo lo aggredisce verbalmente e gli intima di tornarsene a casa, perché il primo uomo ha la pelle nera. E il primo uomo decide di assecondare il secondo. Ma prima passa dall’ospedale e porta via con sé infermieri, medici e personale straniero. Poi il meccanismo si allarga: se ne vanno gli immigrati che lavorano nei diversi settori e quello che sembrava uno slogan diventa improvvisamente un esperimento sulle sue conseguenze.

Il video sta circolando molto sui social francesi. Al di là della verosimiglianza della situazione rappresentata, vale la pena prendere sul serio la domanda sulla quale è costruito: cosa succederebbe se una parte consistente dei lavoratori stranieri decidesse davvero di andarsene? È la stessa questione che si pone il film “Un giorno senza messicani”.

Per il sistema alimentare italiano abbiamo abbastanza numeri per provare a rispondere. Nel 2025 in Italia lavoravano quasi 2,6 milioni di cittadini stranieri, pari al 10,7 per cento degli occupati. La percentuale, però, cambia radicalmente quando si osservano i singoli settori. Gli stranieri rappresentano il 21,5 per cento degli occupati in agricoltura, il 19,2 per cento negli alberghi e nei ristoranti, il 17,9 per cento nelle costruzioni e il 29,8 per cento nei servizi collettivi e personali. Tradotto: più di un lavoratore agricolo su cinque e quasi un lavoratore di alberghi e ristoranti su cinque è straniero. Non è una presenza marginale del mercato del lavoro italiano e soprattutto non sembra destinata a diminuire, anzi.

Nel 2025 le imprese italiane hanno programmato oltre 1,3 milioni di assunzioni di lavoratori stranieri, il 23 per cento del totale. È il valore più alto registrato finora e in circa metà dei casi le aziende hanno dichiarato difficoltà nel reperire le persone che cercavano. Nel settore primario la dipendenza dalla nuova manodopera straniera diventa ancora più evidente. Agricoltura, silvicoltura e pesca avevano programmato circa 185 mila ingressi di lavoratori stranieri: il 42,9 per cento di tutte le assunzioni previste dal settore. Nel turismo erano quasi 290 mila, il 24,8 per cento. Se si passa dalle attività alle professioni, la ristorazione arriva direttamente in cima alla classifica.

Le imprese prevedevano 231 mila ingressi di lavoratori stranieri tra esercenti e addetti alle attività di ristorazione. Seguivano 137 mila addetti non qualificati ai servizi di pulizia e circa 106 mila lavoratori non qualificati nell’agricoltura e nella manutenzione del verde. Turismo, settore primario, costruzioni, servizi operativi e logistica rappresentavano insieme il 65 per cento della domanda complessiva di personale straniero. Un’altra elaborazione, ripresa dal portale governativo Integrazione Migranti, dettaglia ulteriormente la ristorazione: 231.380 ingressi tra cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti, addetti alle pulizie e camerieri. Sono persone che coltivano, raccolgono, trasformano, cucinano, puliscono e servono e rappresentano una parte consistente dell’infrastruttura quotidiana che permette al sistema del cibo e dell’ospitalità di funzionare.

Dall’altra parte del mondo, la relazione tra immigrazione e sistema alimentare è diventata in queste settimane una questione politica, con il governo australiano ha annunciato una revisione delle politiche migratorie con l’obiettivo di ridurre la migrazione netta dall’estero, intervenendo tra l’altro sui working holiday makers, i giovani stranieri che possono lavorare temporaneamente nel Paese e che costituiscono una fonte importante di manodopera stagionale nelle campagne.

Per ottenere il secondo e il terzo anno del visto sarà introdotto un sistema a sorteggio, con rispettivamente 45 mila e 5 mila posti disponibili ogni anno e obblighi di lavoro nelle aree regionali. Il governo prevede contemporaneamente di ridurre la migrazione netta dalle 292 mila persone registrate nell’anno terminato a marzo a 245 mila nell’attuale esercizio e 225 mila nel 2027-28, come sottolinea il Guardian. Gli agricoltori hanno reagito sostenendo che la minore disponibilità di lavoratori potrebbe creare problemi già durante i prossimi raccolti.

Mike Guerin, presidente della National Farmers’ Federation, ha previsto raccolti più difficili da completare, minore disponibilità di prodotti nei supermercati e possibili aumenti dei prezzi alimentari. Il governo respinge questa previsione: il ministro Tony Burke sostiene che il settore possa ricorrere anche al Pacific Australia Labour Mobility scheme, specificamente destinato all’ingresso di lavoratori dai Paesi del Pacifico. Non sappiamo ancora quale delle due previsioni sarà confermata dai fatti, e improvvisamente la politica migratoria viene misurata non soltanto attraverso ingressi, frontiere e consenso elettorale, ma attraverso una domanda molto concreta: chi raccoglierà il cibo?

C’è una scorciatoia che conviene evitare: «gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare» perché questa è una spiegazione populista e insufficiente. Il mercato del lavoro italiano sta attraversando anche un problema demografico e le generazioni che entrano oggi nel mercato sono numericamente più piccole di quelle che ne stanno uscendo. Allo stesso tempo molti settori ad alta intensità di lavoro continuano ad avere bisogno di grandi quantità di persone. La crescita dell’occupazione straniera è già parte della risposta. Nel 2025 gli occupati extra Ue sono aumentati del 3,6 per cento e quelli comunitari dell’1,2 per cento, contro lo 0,5 per cento degli italiani. Ma c’è anche un’altra questione, ed è quella meno comoda: la concentrazione dei lavoratori stranieri nei settori meno qualificati racconta non soltanto quanto l’economia italiana abbia bisogno dell’immigrazione, ma come utilizza il lavoro degli immigrati. Agricoltura, ristorazione, pulizie, logistica, edilizia, assistenza: non è casuale che siano proprio questi i settori nei quali la presenza straniera è maggiore. Sono lavori spesso fisicamente impegnativi, con orari difficili, stagionalità elevata e retribuzioni relativamente basse. Quanti immigrati sono necessari all’economia italiana e quali condizioni siamo disposti a offrire loro?

In quest’ottica il video francese diventa meno paradossale di quanto sembri. E se il dibattito pubblico sull’immigrazione tende inevitabilmente a concentrarsi sul numero degli ingressi, sul controllo delle frontiere, sulla sicurezza, sull’integrazione e sull’accesso ai servizi, che sono questioni politiche reali, sulle quali esistono posizioni molto differenti, parallelamente esiste un dato economico altrettanto reale: nel 2025 quasi la metà delle imprese italiane del turismo aveva almeno un lavoratore straniero; nell’agricoltura, silvicoltura e pesca la percentuale era del 46,6 per cento. E mentre si discute di quanti stranieri possano entrare, le aziende italiane programmano più di un milione di loro assunzioni e dichiarano contemporaneamente di avere difficoltà a trovarli.

L’Australia sta mostrando quanto rapidamente queste due dimensioni possano incontrarsi. Una decisione sulla durata di un visto può diventare una questione di disponibilità di manodopera nei campi e, secondo le organizzazioni agricole, potenzialmente di quantità e prezzo del cibo nei supermercati; il governo sostiene invece che altri canali migratori possano coprire il fabbisogno. L’Italia parte da condizioni diverse, ma la domanda è la stessa. Se domani venisse meno una parte consistente dei lavoratori stranieri, il problema non riguarderebbe soltanto le statistiche sull’immigrazione ma l’esistenza stessa e il lavoro di aziende agricole, allevamenti, alberghi, cucine e sale dei ristoranti.

Ovviamente un Paese non deve accogliere chiunque perché serve manodopera, né ridurre le persone che arrivano alla loro utilità economica, ma non possiamo fingere di non vedere una interdipendenza fortissima dell’economia italiana dal lavoro degli stranieri. Nel video francese basta dire «tornate a casa» perché tutti se ne vadano, nella realtà italiana non sappiamo cosa accadrebbe se lo facessero. Sappiamo però già chi dovremmo cominciare a cercare il giorno dopo.

L'articolo E se gli immigrati tornassero davvero a casa loro? proviene da Linkiesta.it.

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