Lepore, Calabresi, e il mistero di tutti quelli che vogliono fare il sindaco

Non so da dove cominciare. Dalla biblioteca di Quarto Oggiaro? Dalla trasformazione del sindaco di Bologna in Donald Trump? Dal minuto di video più imbarazzante che ci sia sull’internet? Dall’autobus a due piani? Sì, dai, cominciamo da quello.
La settimana scorsa Beppe Sala e Roberto Gualtieri, l’uno prendendosi una pausa dal mettersi in posa con Anna Wintour l’altro dal suonare la chitarra con Jovanotti, sono andati a New York, a farsi le foto con l’unico sindaco-star di questo momento storico, Zohran Mamdani. (La convinzione che la polvere di stelle ti resti attaccata è antica, ma è peggiorata da quando esistono i cellulari con la telecamera).
Mamdani, che come tutti quelli di buona famiglia è sprezzante coi provinciali, li ha portati su quegli autobus che ci sono anche a Roma, quelli che sopra sono scoperti, così puoi vedere la città dall’alto, se sei un turista di second’ordine. Un turista di quelli che i tassisti di Bologna chiamano «turismo straccione», quelli che vanno al risparmio, sei notti sette giorni con albergo a Times Square.
Stavano lì sopra, il Bob e il Beppe, con l’aria felice dei bambini a Natale, e io li guardavo allibita che non gli suonasse in testa quel motivetto sull’autobus a due piani, e morire al tuo fianco è un piacere e un privilegio. Li guardavo e li ho ritrovati in una risposta di Matteo Lepore a un giornalista alla festa dell’Unità di Bologna: quello gli ha detto stupito che è pieno di gente che vuol fare il sindaco, e il sindaco, con l’aria serena di chi non è il più detestato d’un intero codice postale, ha risposto garrulo «io gli do ragione, è un bel mestiere».
Poco dopo ha detto che quelli che lo insultano sui social «non esistono, sono tutti bot finti», e che quel pomeriggio l’avevano fermato venti persone e nessuno l’aveva insultato, che è uguale precisa pittata la cosa che dice da tre anni Chiara Ferragni, che a questo punto forse dovrebbe candidarsi anche lei a sindaco: neanche hanno dovuto metterle la scorta, è evidentemente più benvoluta di Lepore. (Non solo la polvere di stelle che ti resta attaccata, ma anche la convinzione che se ti chiedono una foto significhi che sei stimato, non che sei famoso della stessa fama sì di Gianni Morandi ma anche di Annamaria Franzoni: la fama è un indifferenziato).
Aveva ragione il giornalista a trasecolare, perché fare il sindaco è il mestiere più infelice che ci sia: ti farai pure le foto con la gente famosa, ma tutti proprio tutti ti odiano. Non c’è nessuna città italiana di questo tempo il cui sindaco non sia detestato sia da chi l’ha votato sia da chi non l’avrebbe votato mai. Non so perché, temo c’entri il fatto che le città sono le stesse di quand’ero ragazzina ma la popolazione mondiale è raddoppiata.
Siamo troppi, ci stiamo addosso, e si sono moltiplicati i poveri (a Bologna c’è un numero di mendicanti e persone che dormono per strada che fino a qualche anno fa dovevi andare a San Francisco per vedere) e i turisti: le città le ha rovinate RyanAir.
«Un leader odiato lascia il posto a qualcun altro. Quella persona a sua volta stabilisce nuovi record d’impopolarità. Iniziano le speculazioni circa un altro avvicendamento, poiché è più facile cambiare persona che mettere in discussione la fondamentale fattibilità del lavoro»: lo scriveva ieri Janan Ganesh sul Financial Times, a proposito della Germania ma più in generale di quella che in tutto il mondo, dice, appare come una crisi di leadership, ed è invece una crisi di followership. Siamo incontentabili, dice – e non sa quanto lo siamo rispetto ai sindaci.
Ogni volta che qualche regista che conosco viene a Bologna a presentare un suo film, io sono lieta d’informarlo che la macchina che la Cineteca manda a prenderlo in stazione la paga lui: i fondi per la cultura a Bologna vengono dalla tassa di soggiorno, quei soldi in più che paghi quando te ne vai dall’albergo anche se la stanza è già pagata. Ieri sui giornali c’era Lepore che diceva che Bologna ha diritto di avere la tassa di soggiorno più alta, Firenze ce l’ha di dieci euro e noi cos’abbiamo di meno? Non so, Matte’: loro hanno il David di Michelangelo e la Primavera del Botticelli, noi abbiamo i tortellini.
A proposito di costi per la cultura, ricopio da “Bologna non è un’isola felice” di Salvatore Papa (lo pubblica DeriveApprodi, esce oggi) alcune righe su quella volta che a Bologna misero in mostra La ragazza con l’orecchino di perla. «Costò diversi milioni di euro – sulla cifra non è mai stata fatta chiarezza per via di alcune clausole di riservatezza – e, nonostante il grande successo di pubblico, andò in rosso di 550mila euro. Quasi tutti si concentrarono, però, sull’indotto turistico dei 342.626 visitatori. “Dopo tanti anni Bologna è riuscita a tornare sulle mappe delle relazioni internazionali e del turismo”, dichiarò l’assessore Matteo Lepore». Ancora non era diventato sindaco, ancora non aveva cominciato a vantarsi dell’aumento dei turisti (per sfamare i quali la principale istituzione culturale di Bologna sono diventati i taglieri di mortadella).
A Beppe Sala almeno i soldi per la cultura glieli danno gli stilisti: l’altroieri ha comunicato tutto felice che Vogue World ha raccolto tre milioni di euro che saranno destinati a «riqualificare» (quando parlavamo la lingua italiana dicevamo: ristrutturare) la biblioteca di Quarto Oggiaro. Scusate, io non voglio fare la vegliarda che dice che sono sei miliardi di lire e con tutti quei quattrini una biblioteca neanche la costruisci ma la ristrutturi.
Quindi farò la moderna, e farò presente al sindaco che si fece fotografare mentre leggeva il suo stesso libro che una biblioteca, nel tempo in cui non leggono più neanche i bibliotecari, nel tempo in cui il nutrimento intellettuale massimo sono i video verticali di quaranta secondi, una biblioteca è utile come una piantina di basilico messa in piazza per fare ombra (adesso arrivano quelli che dicono «LA CULTURAAAA», convinti che l’aspirante spacciatore se gli metti una biblioteca nel quartiere diventerà aspirante supplente di latino). L’unica utilità d’una biblioteca è, se ci metti l’aria condizionata, quella di offrire riparo dal caldo estivo, però se tocca stare in silenzio mi sembra comunque impraticabile per una popolazione urbana che è usa a guardare YouTube senza cuffie.
Poi ci sarebbe la questione, ricopio sempre da Salvatore Papa, del «tagliare alberi e spendere denaro pubblico per realizzare opere pensate per utenti occasionali e non per i cittadini», che mentre guardo la registrazione dell’incontro di Lepore quasi mi fa venire un ictus. Come tutte le città, Bologna ha un problema di alberi: la manutenzione (loro direbbero: riqualificazione) costa, e quindi i comuni li tagliano. Il risultato è che ci sono piazze che sono colate di cemento e si crepa di caldo.
In piazza Maggiore a Bologna l’estate scorsa hanno messo lì due sparuti alberelli in vaso, una delle cose più ridicole che si siano mai viste. Lepore, davanti a sette giornalisti muti, fa la parte di quello che sarebbe per il verde, ma quando mette un albero «che sia piantato per terra o in vaso, c’è chi non è d’accordo». Come si dice in bolognese «hai un bel coraggio?».
Stupende anche le parti in cui finge che il caldo sia imprevisto, gli esperti hanno detto che «il caldo che è venuto quest’estate doveva venire tra dieci anni», e comunque nelle scuole non ci va mica l’aria condizionata, «non è adeguata e sana», bisogna invece, tenetevi forte e prendete appunti, costruire «una scuola nuova a zero consumi energetici e raffrescata grazie all’architettura moderna». Non solo neologismi, ma anche avanguardia edilizia: ne esiste dunque una i cui ambienti, senz’aria condizionata, non si surriscaldano. Ce l’ha svelato Matteo Lepore, che in attesa di rifare il sindaco può comunque contare sul premio Pritzker per l’architettura.
Il fatto è che il sindaco è un palloso mestiere fatto di far tappare le buche nel manto stradale e far raccogliere la spazzatura (entrambe attività in cui Lepore ha fallito). Invece le opposizioni parlano come se dai sindaci dipendesse la sicurezza, e gli aspiranti sindaci parlano come se si candidassero a essere ministri del Lavoro, segretari della Cgil, presidenti del Consiglio: a Radio24 Mario Calabresi, quasi candidato sindaco di Milano, ha detto che è sua intenzione alzare gli stipendi per adeguarli al costo della vita a Milano.
Nessuno comunque batte Matteo Lepore nella vocazione ad allargarsi, e anche nell’essere disposto a imitare chiunque per vincere. L’altra sera ha detto che aprirà il microcredito per i cittadini in difficoltà economica, fino a diecimila euro garantiti dal comune; e che la destra parla tanto ma i rimpatri mica li fa. Anche Bologna ha il suo Trump, chissà se è altrettanto imbattibile.
Nel frattempo a Parma si è svolta una scena che potete vedere in un minuto di video che sta sul sito del Corriere, sconsigliato ai deboli di cuore. Elly Schlein doveva venire intervistata da Enrico Mentana, e quando è arrivata nel retropalco ci ha trovato Mario Calabresi, che per puro caso si era attardato dopo essere stato intervistato. C’è questo minuto che sembra venire da un Woody Allen degli anni Ottanta, o da “Piccole donne”: Meg alla festa con un solo guanto, Amy che organizza il brunch al quale non si presenta nessuno.
Ci sono Mentana e la Schlein che parlano, di tre quarti, e Calabresi lì come appeso, senza che nessuno dei due finga anche solo per cortesia d’includerlo nella conversazione, lui lì che non dice niente perché che deve dire, si guardano tra di loro, guardano per terra, lui lì che vorresti leggere il fumetto dei pensieri come nella scena della terrazza in “Io e Annie”, cosa si starà chiedendo, se sia più dignitoso fingere d’aver ricevuto una telefonata e allontanarsi? Se ormai tanto valga restare e sperare che prima o poi se lo filino? È il minuto più lungo della storia dell’internet, e non c’è persona normale che guardandolo non pensi: ma perché vogliono tutti fare il sindaco?
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