Lo Stato nazionale non basta più a governare le sfide del presente

24 Settembre 2026 - 05:30
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Lo Stato nazionale non basta più a governare le sfide del presente

Bandiera UE

Per tre volte, nel 2006, nel 2014 e nel 2016 come ministro e come presidente del Consiglio ho giurato sulla Costituzione di fronte ai presidenti Napolitano e Mattarella. Poi nel 2019 ho prestato giuramento sui Trattati dell’Unione di fronte alla Corte di Giustizia di Lussemburgo. Nel giuramento del governo ci si impegna ad agire «nell’interesse esclusivo della Nazione», i commissari europei giurano invece di agire «nell’interesse generale dell’Unione […] senza accettare istruzioni da alcun governo nazionale». Già oggi, dunque, l’Unione Europea contraddice l’esclusiva della sovranità in capo agli Stati-nazione. Il punto è proprio questo: come riuscire a far convivere diversi livelli di sovranità.

In pratica, una sovranità condivisa è già un dato di fatto.

Le decisioni prese a livello europeo invadono ampiamente il campo di quelle che un tempo erano decisioni nazionali sovrane. In primo luogo, le decisioni di politica monetaria che, in presenza dell’euro, sono appannaggio esclusivo della BCE. Ma non solo quelle. La narrazione di molti governi è che partecipano alle riunioni europee per strappare risultati nazionali, mentre la realtà è che in queste riunioni si prendono, su proposta della Commissione, decisioni comuni alle quali i governi nazionali sono giuridicamente vincolati. Se pensiamo ad esempio a questi anni Venti, in sede europea si è deciso sul Covid (vaccini e Next Generation EU); in sede europea si è decisa la risposta all’invasione russa dell’Ucraina; in sede europea la BCE ha modulato la politica monetaria di fronte al picco di inflazione del 2022; in sede europea si sono varate le strategie sulla transizione climatica; europea è stata la risposta alla guerra commerciale iniziata da Donald Trump. Perfino sulla difesa, alcune prime decisioni sono maturate a livello europeo.

E in virtù di queste decisioni, le norme che regolano buona parte delle nostre attività sono ormai di origine europea. Il quadro normativo italiano per circa i due terzi ha origini europee, ossia deriva da direttive recepite, da regolamenti di diretta attuazione, o da sentenze interpretative degli organi giurisdizionali dell’Unione. Anche in settori nei quali la fonte normativa è abitualmente nazionale, come il Codice penale o il sistema scolastico, la presenza di fonti europee esiste ed è crescente. In generale, il diritto dell’Unione prevale sul diritto di ciascun Paese membro.

Più semplicemente, è la nostra stessa vita quotidiana a testimoniare il continuo superamento dei confini nazionali. Le informazioni che riceviamo, i prodotti che consumiamo, i luoghi che frequentiamo sono sempre meno costretti nella dimensione nazionale. «Il “popolo municipale” è altra cosa dal “popolo regionale” il quale a sua volta è altro dal “popolo nazionale”» osservavano Mario Monti e Sylvie Goulard «e questa evidenza è comunemente accettata e non pone alcun problema. Perché allora dovremmo temere l’emergenza di un “popolo europeo”?»

Questa coabitazione della sovranità nazionale con quella europea, di cui vediamo i riflessi decisionali, normativi e addirittura comportamentali è una distorsione? Un’invasione di campo da ricondurre nei giusti binari dello Stato-nazione? Oppure siamo di fronte a un’evoluzione del modello di sovranità non solo inevitabile ma auspicabile? Ecco il punto.

Per rispondere si deve partire da una discussione sull’idea stessa di questa invenzione europea che è l’idea di nazione, e del nesso inevitabile e secondo alcuni esclusivo tra nazione e democrazia. Le idee di nazione innanzitutto sono storicamente diverse: «Le sue interpretazioni ottocentesche erano state in realtà molteplici» avverte lo storico Aldo Schiavone «e soltanto in una, interna al romanticismo tedesco, […] si sarebbe insistito sulle componenti del sangue e del suolo piuttosto che sulla volontà popolare». Habermas rafforza il concetto con un paragone storico con l’Ottocento: «Anche allora la consapevolezza di un’appartenenza nazionale oltre al villaggio alla città e alla regione non si sviluppò in una qualche forma “naturale”. Le identità nazionali furono piuttosto create dalle élite dirigenti. […] Oggi le popolazioni nazionali sono sopraffatte dagli imperativi di un capitalismo globale politicamente incontrollabile e guidato da mercati finanziari non regolati. Rifugiarsi spaventati dietro ai confini nazionali non può essere la risposta corretta a questa sfida».

Insomma, per quanto possa apparire paradossale in una stagione in cui si riaffacciano spinte nazionalistiche nella nuova versione del populismo sovranista, la verità è che la dimensione delle sfide che abbiamo davanti – da quella climatica all’intelligenza artificiale, dalla finanza alle biotecnologie – trascende sempre più i confini degli stati nazionali.

Questo paradosso riporta d’attualità l’aspirazione a una democrazia universale verso la quale devono orientarsi le diverse identità nazionali. Le nazioni non come fine assoluto ma, nella visione ad esempio di Giuseppe Mazzini, come mezzo, tappa intermedia verso una democrazia universale. Perché «lo Stato-nazione non è più in grado di essere l’unico custode dei valori liberali» ha osservato in un saggio recente Rana Dasgupta.

Certo, i due sentimenti patriottici non saranno mai equivalenti, almeno non per le generazioni del Novecento. L’amore per la patria italiana, per i suoi simboli e per la sua storia, resterà su un piano diverso dall’appartenenza all’Europa. Un identico sentire è impossibile. Ma questo non rende meno necessaria una sovranità europea, un impianto istituzionale capace di riflettere una Europa nazione. La discussione su un modello «federale» europeo non è dunque più astratta o velleitaria. È un obbligo imposto dalla realtà.

© 2026 Rizzoli

Tratto da “Diventare una potenza. Istruzioni per una rivoluzione europea ” (Rizzoli), di Paolo Gentiloni, 19 euro, 192 pagine.

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