Prima di accusare i medici dei Cpr si dovrebbe entrare nei Cpr

25 Settembre 2026 - 05:20
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Prima di accusare i medici dei Cpr si dovrebbe entrare nei Cpr

Camionette delle forze dell'ordine davanti al CPR di corso Brunelleschi - Torino, Italia - Cronaca - sabato 18 maggio 2025 - ( Photo Nicolo Campo / LaPresse ) Police vans in front of the CPR in Corso Brunelleschi - Turin, Italy - Sunday, May 18, 2025 - News - ( Photo Nicolo Campo / LaPresse )

C’è qualcosa che non torna nell’indagine della Procura di Ravenna sui certificati di inidoneità al trattenimento nei Cpr, ed è l’origine dell’indagine. Se i medici accusati delle certificazioni ritenute false  avessero agito clandestinamente e fossero stati scoperti dalla solerte iniziativa della polizia giudiziaria, sarebbe  comprensibile. Ma tutti i medici coinvolti nell’indagine, a partire dall’infettivologo Nicola Cocco, esponente di punta della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, uno dei massimi esperti della medicina in ambienti detentivi, hanno sempre operato alla luce del sole e in adesione all’appello «per una campagna di presa di coscienza dei medici sulla certificazione di idoneità delle persone migranti alla vita nei Cpr» promosso dalla Simm in collaborazione con l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e la rete Mai più lager-No ai Cpr e  pubblicato sui siti di tutti i soggetti promotori.

L’appello, elaborato il 1º gennaio 2024, discusso in molteplici convegni ed eventi formativi, è stato diffuso nel marzo 2024 in diversi presìdi sanitari insieme con il modulo predisposto per la valutazione della non idoneità alla vita nei Cpr: uno strumento clinico in cui si riportano le circostanze che non consentono la verifica effettiva delle condizioni di salute della persona e si indica, ove possibile, lo stato dei presidi sanitari del Cpr di destinazione. Non un manifesto apologetico, dunque, ma un attestato circostanziato in relazione agli elementi che per legge sono oggetto di verifica.

È un mistero, allora, la ragione per cui la Procura di Ravenna si sia attivata a distanza di due anni dall’avvio di questa iniziativa, pubblica e pubblicamente argomentata, riscontrando, a febbraio del 2026, che in trentaquattro casi su sessantaquattro i medici del reparto di malattie infettive dell’Ospedale di Ravenna hanno rilasciato un certificato di inidoneità al trattenimento nel Cpr. Tanto più che, appunto, non si è trattato di certificazioni generalizzate, come ideologia avrebbe voluto, ma limitate a poco più della metà dei casi esaminati.

E allo stesso tempo è incomprensibile il motivo per cui debba ritenersi falsa l’attestazione di inidoneità e veritiera, invece, quella di idoneità, formulata, nella maggior parte dei casi, con visite approssimative e la compilazione con crocette di moduli (provenienti dal ministero dell’Interno) prestampati, pure questi, ma senza la dovizia dei parametri riportati nei moduli del Simm.

Perché attestare l’idoneità alla vita in un Cpr non è esattamente come attestarla in relazione a una clinica della salute ma nemmeno a un carcere: a differenza del carcere, infatti, nei Cpr non opera il servizio sanitario pubblico, non c’è l’assistenza medica e paramedica h24, per non parlare della medicina specialistica. Nei Cpr ancora oggi i servizi sanitari sono affidati a soggetti privati assunti dal gestore della struttura e assicurano, ben che vada, solo alcune ore di servizio al giorno.

E a differenza del carcere, i Cpr sono soltanto contenitori di esseri umani, per lo più sotto forma di gabbie con un modulo di cemento all’interno, adibito alle esigenze primarie: dormire, mangiare, espletare i bisogni quotidiani (in servizi igienici senza porte) e pulirsi.

In questa sorta di zoo per umani, in cui si entra per quello che si è, non per quello che si è fatto, come accade, quando va bene, con il carcere, le persone trascorrono il tempo nell’inattività totale, a parte fumare sigarette: e questo tempo completamente vuoto può durare fino a diciotto mesi, con la legge attuale. Un anno e mezzo di vita sospesa nel nulla. Un tempo pure del tutto sprecato per molti, se si considera che dei cittadini stranieri trattenuti ne viene rimpatriato in media circa il quaranta per cento ogni anno, come ha documentato, nella sua opera di monitoraggio dei rimpatri, il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà che ha operato tra il 2016 e il 2024.

Allora, la valutazione di compatibilità con la vita in queste strutture è ragionevolmente più complessa di altre, se eseguita in scienza e coscienza e con il rispetto di tutta la deontologia a cui ogni medico deve attenersi.

Del resto, che i Cpr siano luoghi patogeni è un fatto affermato, ormai, da ogni osservatore indipendente, cioè insospettabile di posizioni ideologiche di parte: oltre alle evidenze scientifiche rese dall’Oms nel 2022 e ancora quest’anno, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, dopo la visita compiuta nell’aprile 2024 in alcuni dei centri italiani, ha riportato il degrado delle condizioni materiali e della qualità della vita in tali strutture, evidenziando l’inadeguatezza delle pratiche sanitarie e valutando la sommarietà della maggioranza delle visite preliminari di idoneità.

In questo quadro di complessiva grave criticità, sfugge ragionevolmente il motivo per cui un medico dovrebbe abdicare alla propria deontologia e alla propria missione, che è quella di tutelare la salute altrui, non di operare da  agente di pubblica sicurezza, e rilasciare attestati di idoneità senza procedere alla  necessaria e puntigliosa verifica delle condizioni psico-fisiche della persona e dell’adeguatezza a esse del luogo in cui dev’essere trattenuto.

Il rischio che il sanitario si travesta da automatico certificatore delle volontà contenitive dello Stato è che una persona con traumi fisici e psichici, come era Moussa Balde dopo il violento pestaggio subito, venga comunque catapultato in un Cpr e lì muoia.

In altre parole,  le esigenze di applicazione di misure restrittive non possono essere riversate in un atto medico: questo deve mantenere l’autonomia di giudizio finalizzata esclusivamente alla tutela della salute e non tradursi in un atto autorizzativo, come ha sottolineato la Federazione nazionale degli Ordini dei medici che già nel 2025 ha recepito l’appello diffuso dalla Simm.

Si dice che i medici sotto accusa agiscano per contrapposizione ideologica ai Cpr. A parte il fatto che un’idea del genere può venire a chi ci metta piede, è augurabile che non sia questo il fondamento dell’accusa e in particolare di quella di associazione per delinquere che ha recentemente colpito Nicola Cocco. Sarebbe molto utile, piuttosto, seguire il noto richiamo di Piero Calamandrei e applicare quel «bisogna aver visto» ai Cpr: fatevi un giro in quei luoghi, voi che dovete giudicare. E poi prendete i due moduli, quello di idoneità e quello di non idoneità e dite quale dei due vi sembra più predisposto a certificare la verità.

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