Fiamme in Sicilia, muore un vigile del fuoco. Greenpeace: «Stagione roghi sempre più in anticipo col riscaldamento globale»

24 Luglio 2026 - 11:15
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Fiamme in Sicilia, muore un vigile del fuoco. Greenpeace: «Stagione roghi sempre più in anticipo col riscaldamento globale»

Mentre dalla Francia arriva la notizia che un maxi-incendio divampato nelle ultime ore in Gironda ha già distrutto oltre 2 mila ettari di territorio e costretto all’evacuazione oltre 12 mila persone, l’emergenza fiamme in Italia non accenna a placarsi. Da giorni i roghi assediano la Sicilia, dove i vigili del fuoco sono intervenuti con oltre mille interventi e dove un caporeparto, Alessandro Machì, di 59 anni, ha perso la vita dopo essere stato colto da malore nel corso di una ricognizione a Caltanissetta. Il fuoco ha colpito anche la Calabria e la Sardegna, ma anche altre zone della penisola, con ripercussioni sulle infrastrutture di trasporto oltre che sul sistema della distribuzione dell’elettricità: soprattutto in Sicilia, le alte temperature hanno messo a dura prova la tenuta dei cavi e danni sono stati riportati alle cabine elettriche causando lunghi blackout. Le fiamme hanno causato problemi anche agli impianti di potabilizzazione dell’acqua.

Tutto ciò, segnala Greenpeace, non rientra nel normale corso degli eventi. Spiega Martina Borghi, della campagna Foreste dell’associazione ambientalista: «Gli incendi che in questi giorni stanno interessando diverse aree d’Italia sono l’ennesimo segnale di territori sempre più vulnerabili agli effetti della crisi climatica. Quella a cui stiamo assistendo non è semplicemente un’estate difficile: la stagione dei roghi sta diventando più lunga e anticipata. Gli incendi sono uno dei segnali più evidenti di un clima che cambia». In Italia, aggiunge, «l’innesco degli incendi ha spesso origine umana, ma è la crisi climatica a creare condizioni sempre più favorevoli alla loro propagazione, rendendo i roghi più intensi e difficili da gestire, con alte temperature, siccità e vento di scirocco che contribuiscono ad alimentare le fiamme e rendono più difficili le operazioni di spegnimento».

Secondo l’Effis (European Forest Fire Information System), che è il sistema europeo di monitoraggio satellitare gestito dal Joint Research Centre della Commissione europea nell’ambito del programma Copernicus, tra il 1° gennaio e il 22 luglio 2026 in Italia sono andati in fumo 36.600 ettari di territorio, circa l’80% in più rispetto alla media dello stesso periodo tra il 2006 e il 2025 (20.329 ettari). Nell’ultimo aggiornamento disponibile, riferito al 22 luglio, la superficie percorsa dagli incendi in Italia è stata di circa 19 mila ettari, un’estensione superiore all’intero territorio del Comune di Milano. Nell’Unione Europea, al 15 luglio 2026, gli ettari bruciati erano già 167.326, un’estensione superiore alla media del periodo 2006-2025.

Il Mediterraneo, ricorda Greenpeace, è una delle aree maggiormente esposte agli effetti combinati dell’aumento delle temperature, della siccità e di condizioni meteorologiche sempre più favorevoli alla diffusione degli incendi. Secondo l’organizzazione ambientalista, di fronte a questa nuova realtà non è sufficiente intervenire soltanto nella fase di emergenza, ma è necessario investire nella prevenzione e nella mitigazione del riscaldamento globale.

«Servono politiche strutturali di gestione del territorio, dalla cura dei boschi al recupero delle aree rurali abbandonate, dal rafforzamento del monitoraggio alla preparazione delle comunità locali. Ma nessuna strategia di adattamento potrà essere sufficiente senza affrontare la causa alla radice: ridurre rapidamente le emissioni di gas serra e contrastare la crisi climatica che sta amplificando fenomeni estremi come gli incendi boschivi», conclude Borghi.

Di fronte a tutto ciò non può essere liquidato con surreali spiegazioni. Antonio Nicoletti sulla sua pagina facebook pubblica un post semiserio sul fatto che «in Calabria, insieme agli ettari bruciati, crescono anche le teorie sulle cause e le responsabilità dei roghi. Sui social circolano ipotesi molto “raffinate”, con analisi puntuali che mettono in crisi la scienza applicata ed i dati ufficiali tanto da chiedersi a cosa serva EFFIS/Copernicus ed i Report che da anni testardamente produciamo». Il responsabile nazionale Aree protette e biodiversità di Legambiente scrive: «La prima delle tante tesi è stata diffusa da esponenti locali di un partito di governo, che accredita la tesi politica: siccome molti comuni interessati dagli incendi, la provincia di Cosenza la regione Calabria, il Parco del Pollino sono tutti amministrati da esponenti e sindaci di centrodestra, è evidente che si tratta di roghi politici. Nulla da eccepire, non ho prova del contrario. Anche perché l’autorevolezza della fonte induce ad aspettare le prove che inchiodano gli "antagonisti" sempre pronti a destabilizzare l’ordine costituito. Appena possibile vi aggiorno sull’evoluzione della pista politica!».

Nicoletti passa in rassegna le altre più o meno strampalate teorie, e poi conclude così il post semiserio: «Trovo inutile indugiare ancora sulle analisi sofisticate  che richiamano i report, la crisi climatica, la prevenzione del territorio, la gestione forestale preventiva etc…, e proporre due riflessioni: 1. per capire chi c’è dietro i roghi bisogna partire dai dati certi a partire dall’analisi della personalità dei 19 arrestati in Calabria lo scorso anno per capire i profili “criminali” di chi è stato arrestato. Quali storie si celano dietro questi arresti? Sono  ancora pochi gli arresti per avere un'analisi completa del fenomeno? Faremo meglio in questa drammatica stagione appena iniziata? 2. per frenare gli interessi criminali bisogna applicare i vincoli previsti dalla legge 353/2000 che, ad esempio, impedisce per 15 anni il cambio di destinazione d’uso delle aree percorse dal fuoco, la pratica del pascolo e la caccia per 10 anni, interventi di riforestazione per 5 anni. Perché i comuni calabresi (sono 187 quelli che nel 2025 hanno subito incendi) non ottemperano alla norma?  Dobbiamo rassegnarci oppure la Regione interviene con commissari ad acta, con politiche di incentivazione per i comuni virtuosi o escludendo dall’accesso ai fondi pubblici i comuni inadempienti?»

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