Gli attacchi Houthi al petrolio saudita rischiano di portare in guerra anche Pakistan e Turchia

Speriamo che il cosiddetto “Accordo della Mecca”, al quale hanno aderito oltre all’Arabia Saudita anche la Turchia, si limiti alla sola deterrenza militare: se si passasse dalla deterrenza all'azione militare vera e propria, il quadro regionale cambierebbe parecchio e le conseguenze di un’estensione del conflitto diventerebbero inevitabili. Sappiamo che l’accordo firmato alla Mecca in Arabia Saudita, il 7 agosto 2026 stabilisce, infatti, che un attacco armato contro uno dei tre Paesi venga considerato un attacco contro tutti e tre. Ed è proprio la scelta della Mecca come sede della firma a conferire all’accordo stesso anche un forte significato politico e simbolico. Presentare lì l'accordo ha consentito ai tre governi di comunicare al mondo intero che la cooperazione non rappresenta semplicemente un'alleanza militare saudita-turca-pakistana, ma assume carattere di protezione dell'ordine e della sicurezza del mondo islamico, coi “Luoghi Santi” per l’Islam al centro della narrativa.
L'accordo in questione stabilisce che, in caso di un attacco armato contro uno dei tre membri (Arabia Saudita, Turchia e Pakistan) venga considerato un attacco contro tutti; tuttavia, il tipo di risposta rimane da decidere caso per caso. Rilievo particolare assume la posizione di Ankara, in quanto ha chiarito che il Paese attaccato dovrebbe chiedere assistenza e specificare quale tipo di sostegno vuole.
Per restare nel concreto della cronaca di questi giorni, ricordiamo che gli Houthi sono da considerare quale attore yemenita dotato di propria autonomia, anche se sono sostenuti dall'Iran. In questo caso, se Turchia e Pakistan iniziassero a colpire sistematicamente le forze Houthi, Teheran potrebbe considerarlo un attacco alla propria rete regionale e a reagire di conseguenza.
Assistiamo all’espansione delle milizie Houthi che controllano o stanno cercando di aumentare la loro influenza sulla costa yemenita del Mar Rosso e, soprattutto, nell'area strategica dello Stretto di Bab el-Mandeb. Sappiamo, infatti, che gli sviluppi recentissimi hanno già aumentato la pressione sulle esportazioni saudite e sulla navigazione internazionale con significative conseguenze sul piano economico.
In uno scenario immaginario (almeno per ora), qualora l'Iran reagisse all'intervento della triplice alleanza, Teheran potrebbe cercare di esercitare pressione sullo Stretto di Hormuz con immediate e pesanti ricadute in tutto il Golfo Persico, che inciderebbero anche su larga parte delle infrastrutture petrolifere saudite.
Per fortuna, oggi siamo ancora al livello della sola deterrenza; infatti, il 10 settembre il Pakistan ha affermato che non era stata discussa alcuna “risposta militare” agli attacchi Houthi, pur affermando che Islamabad avrebbe agito "quando sarà il momento". Questo comporta che se l'accordo dovesse davvero essere attivato, la domanda decisiva non sarebbe "Pakistan e Turchia difenderanno l'Arabia Saudita?" perché lo prevede il trattato; la vera domanda sarebbe un’altra: fino a dove sono disposti ad arrivare per difenderla?
A questo punto l’accordo della Mecca diventerebbe una sorta di Nato del Medio Oriente e quindi non solo pura deterrenza militare ma si trasformerebbe in azioni militari concrete. Del resto, non possiamo negare che gli Houthi stanno effettivamente attaccando il territorio e le infrastrutture saudite, mentre il conflitto nello Yemen si è intensificato. Il 13 settembre gli Houthi hanno attaccato la base di Khamis Mushait con missili e droni; contemporaneamente, la guerra ha iniziato a minacciare seriamente le esportazioni petrolifere e il traffico nel Mar Rosso. E proprio ieri il principe ereditario Mohammed bin Salman ha incontrato il comandante Usa di Centcom per discutere dell'escalation in atto che, purtroppo, si presenta finora inarrestabile. Sappiamo da autorevoli fonti di stampa che Riyadh avrebbe chiesto assistenza militare agli Stati Uniti, ricevendo però soprattutto “intelligence e supporto al targeting”, non un intervento americano diretto come avrebbero voluto i sauditi.
Qualora l’intensificazione degli attacchi da parte degli Houthi minacciasse direttamente la caduta di Bab el-Mandeb potrebbe esserci un radicale cambiamento, che trasformerebbe il teatro da "difesa dell'Arabia Saudita" a difesa della sicurezza delle rotte commerciali internazionali. A questo punto né gli Usa né, tanto meno, gli alleati turco-pakistani, potrebbero restare inerti.
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