Google lancia i chip l'AI nello spazio: cos'è Project Suncatcher

25 Settembre 2026 - 12:40
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Google lancia i chip l'AI nello spazio: cos'è Project Suncatcher

Il “cloud”, a pensarci bene, è sempre stato un nome un po’ ingannevole. Delle nuvole non c’è nemmeno l’ombra… Piuttosto sono capannoni grandi come quartieri, pieni di server che ronzano, consumano elettricità come piccole città e vanno raffreddati giorno e notte. Adesso Google sembra aver preso quel nome alla lettera. E ha deciso di andare oltre le nuvole, parecchio oltre.

Data center in orbita: Google manda un satellite AI a bordo di un Falcon 9 di SpaceX

Il primo ottobre un Falcon 9 di SpaceX porterà in orbita un satellite con a bordo i processori che Google usa per l’intelligenza artificiale. Non ci saranno astronauti, né bandierine da piantare o dirette con la folla in lacrime. Solo dei chip, il sole e una domanda molto semplice: lassù questa roba sopravvive?

La missione fa parte di Project Suncatcher, un nome che sembra quello di una crema solare o di una band indie, invece è un programma sperimentale di Google che, se tutto va bene, un giorno potrebbe portare dei veri data center AI in orbita.

L’idea è che in orbita bassa l’energia solare non manca. Non ci sono bollette da pagare, né vicini che protestano per il nuovo capannone accanto ai campi. Il resto, però, è tutto da vedere. Questo primo satellite serve proprio a capire se i chip sono all’altezza delle aspettative.

A portare Google nello spazio sarà il razzo di Elon Musk, che da tempo parla di un’idea molto simile. Ne hanno parlato anche Jeff Bezos ed Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google. Solo che Big G ha fissato una data. L’obiettivo finale è una costellazione di satelliti con i chip a bordo. Il prossimo passo è già in calendario: due satelliti in orbita l’anno prossimo.

Radiazioni, scossoni e sbalzi di temperatura

A bordo ci sono le TPU, le Tensor Processing Units, i chip che Google progetta in casa per far girare i suoi modelli di intelligenza artificiale. Nella Terra sono al sicuro, chiusi in stanze climatizzate e sorvegliate. Nello spazio, secondo Google, la missione serve a misurare come reggono lo stress fisico del volo spaziale, le radiazioni e le temperature estreme.

Nei test a terra le TPU hanno resistito a forti accelerazioni e a livelli di radiazione elevati. Google però ammette che alcune cose si possono testare solo nello spazio. Il vuoto cosmico, per ora, non si può riprodurre del tutto in laboratorio. Il vero problema è il calore. Sulla Terra un server troppo caldo si raffredda con ventole, aria condizionata e a volte fiumi d’acqua. Nello spazio non c’è aria, quindi non c’è niente da soffiare sui circuiti. Il calore va portato via e disperso con altri sistemi. Google proverà in orbita un impianto di raffreddamento con tubi che trasportano il calore, e radiatori.

Travis Beals, senior director of product management di Project Suncatcher, ha spiegato al New York Times che i chip possono lavorare per circa quindici minuti. Dopo vanno spenti per farli raffreddare. Però è un test, e i test servono proprio a questo.

Google lo sa bene e non promette miracoli. Rendere lo spazio un luogo credibile per l’elaborazione AI su larga scala non succederà tutto in una volta, scrive Beals nell’annuncio ufficiale. Serve un lavoro di ingegneria metodico, a partire dalla dimostrazione che il nostro hardware può reggere le condizioni fisiche e imprevedibili dell’orbita. Questo primo lancio serve a vedere cosa funziona, individuare i punti deboli e usare quello che impareremo nelle prossime missioni.

In pratica, il satellite potrebbe anche andare fuori uso, e andrebbe bene lo stesso. A Mountain View anche un guasto in orbita sarebbe un dato prezioso.

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