I cartoni animati non sono mai stati solo per bambini

15 Settembre 2026 - 07:00
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I cartoni animati non sono mai stati solo per bambini

Sessant’anni fa, in America, c’erano bambini che apprendevano l’alfabeto guardando la televisione perché non avevano possibilità di frequentare la scuola dell’infanzia. L’idea di utilizzare l’intrattenimento come strumento educativo fu della produttrice televisiva statunitense Joan Ganz Cooney. Provò a comprendere se il massiccio numero di ore che passavano davanti allo schermo, circa venticinque a settimana, imparando sigle e jingle a memoria, potesse diventare un modo per ridurre le disuguaglianze d’accesso all’istruzione prescolare. Così, nel 1966, la Carnegie Corporation finanziò il suo studio e Cooney mise su un gruppo di educatori, psicologi ed esperti dell’età evolutiva per strutturare un programma capace di raggiungere la soglia d’attenzione dei bambini. Dopo qualche anno, nacque il Children’s Television Workshop, organizzazione senza scopo di lucro, e il 10 novembre 1969, andò in onda per la prima volta Sesame Street – da noi si chiama Sesamo Apriti – animato dai Muppet di Jim Henson.

Era un programma televisivo nato per insegnare ai bambini le nozioni di base attraverso canzoni, giochi e brevi storie. Ebbe un successo immediato e, nel giro di dieci anni, arrivò a essere seguito ogni giorno da circa nove milioni di americani sotto i sei anni. Il programma, nato per una platea prescolare, ne raggiungeva un’altra ben più estesa, quella dei genitori. «Doveva poter essere seguito anche dagli adulti che li accompagnavano, e, soprattutto, offrire a questi ultimi un modo per trovare le parole con cui affrontare anche tematiche complesse», ha spiegato Scott Cameron, responsabile dei contenuti e della strategia IP di Sesame Workshop.

È anche di questo che si è parlato a Lights! Camera! Impact!, l’incontro promosso da The Human Safety Net, la fondazione di Generali, durante la Mostra del Cinema di Venezia. Quest’anno l’evento era dedicato alla genitorialità. Quando Cameron entrò in Sesame Workshop esistevano già diverse versioni internazionali del programma, costruite per adattarsi ai contesti in cui venivano trasmesse. In Polonia, per esempio, Sesame Street accompagnò un Paese che stava uscendo dalla Cortina di ferro e, per la prima volta, si confrontava con l’idea di democrazia. «Come si insegna ai bambini di tre, quattro o cinque anni cosa significa ‘democrazia’, se gli stessi adulti, i genitori, non hanno mai avuto esperienza di una società democratica?», ha aggiunto. Da qui la necessità di trovare una lingua franca che, in questo caso, era quella parlata dai Muppet. Attraverso le loro avventure si potevano illustrare il rispetto delle regole, il valore del confronto, la possibilità di avere opinioni diverse.

Oggi Sesame Workshop lavora in oltre centocinquanta Paesi e, ogni volta, scrive personaggi e storie a partire dai bisogni delle singole comunità. È così che lo stesso linguaggio dei Muppet può raccontare esperienze molto diverse, adattandosi alle famiglie a cui si rivolge e al mondo in cui crescono i propri figli. «In Sudafrica c’è Takalani Sesame, pensato per parlare ai bambini di temi come l’Hiv e l’Aids, la prevenzione e la convivenza con la malattia; in Giordania, i contenuti si rivolgono a bambini siriani rifugiati e alle comunità che li accolgono, quindi i cartoni affrontano argomenti come la guerra, la paura, il lutto e l’importanza di ricostruire relazioni», ha elencato Cameron. In situazioni come queste, il personaggio diventa un ponte su cui una famiglia può contare per parlare di ciò che accade intorno a loro, e del perché. Anche se spesso non c’è. «È molto più facile esplorare concetti complessi con qualcuno che ami se puoi fare riferimento a un personaggio di un film o di un programma televisivo in comune. Il personaggio offre un punto di riferimento esterno, abbastanza vicino da permettere al bambino di riconoscere quello che sta accadendo e abbastanza lontano da non sentirsi subito esposto», ha detto Cameron.

Julia, la Muppet con disturbo dello spettro autistico introdotta da Sesame Workshop, è nata anche per questo. Il personaggio è comparso per la prima volta nel 2015 all’interno dell’iniziativa Sesame Street and Autism: See Amazing in All Children, sviluppata per aiutare i bambini con disturbo dello spettro autistico e le loro famiglie ad affrontare situazioni della vita quotidiana e, allo stesso tempo, per aumentare la comprensione del disturbo dello spettro dell’autismo tra gli altri bambini e gli adulti. Julia ha quattro anni, ama disegnare e giocare e vive le situazioni quotidiane a modo suo. Nel 2019 Sesame Workshop ha introdotto anche i suoi genitori, il fratello maggiore e il cane, allargando il racconto alle esperienze che possono accomunare bambini con disturbo dello spettro autistico e neurotipici. Una ricerca commissionata da Sesame Workshop e pubblicata sulla rivista Autism nel 2019 ha rilevato che il settanta per cento dei genitori di bambini senza disturbo dello spettro autistico aveva sviluppato una maggiore conoscenza e accettazione della condizione dopo aver utilizzato i materiali dell’iniziativa. «Il nostro pubblico ha bisogno di specchi, di vedersi rappresentato, e sapere che esiste», ha concluso. La rappresentazione permette, infatti, di incontrare esperienze diverse dalla propria.

Lo stesso accade quando un personaggio vive un’emozione che il bambino conosce, o che non sa riconoscere. Vederlo avere paura, arrabbiarsi, gioire significa poter osservare da fuori qualcosa che, alla sua età, spesso non ha ancora un nome. «È attraverso queste esperienze che i contenuti per l’infanzia hanno iniziato a occuparsi sempre più di alfabetizzazione emotiva, facendo del racconto uno dei primi luoghi in cui imparare a leggere quello che accade dentro e intorno a sé», ha sottolineato Emma Ursich, Ceo di Human Safety Net. Basta guardare alcuni dei titoli che negli ultimi anni hanno avuto maggiore risonanza per capire quanto sia cambiato il modo di intendere l’educazione attraverso i contenuti per l’infanzia. Daniel Tiger’s Neighborhood, prodotto nel 2012 come spin-off di Mister Rogers’ Neighborhood, realizza buona parte delle proprie storie attorno a situazioni che un bambino incontra ogni giorno e alle strategie per affrontarle. Come la separazione dai genitori, la gestione della rabbia, il chiedere aiuto. Inside Out, nel 2015, ha portato questo lavoro al cinema trasformando le emozioni di una bambina in personaggi con cui il pubblico potesse entrare in relazione. Il conflitto della storia nasce proprio dalla difficoltà di Riley e della sua famiglia nel dare un significato a quello che sta cambiando dentro di lei.

Un esempio più recente è Bluey, la serie animata australiana, trasmessa per la prima volta nel 2018, racconta la vita quotidiana di Bluey, una cucciola di Australian Cattle Dog di sette anni, della sorella minore Bingo e dei loro genitori, Bandit e Chilli. Bluey e Bingo inventano situazioni, stabiliscono regole, litigano, si riconciliano e coinvolgono continuamente i genitori, che entrano nei loro mondi e devono trovare ogni volta un modo per starci dentro. Bandit e Chilli si stancano, perdono la pazienza, hanno bisogno di tempo per sé, ma questo non li rende genitori meno presenti. «La loro autorevolezza passa anche dalla possibilità di mostrarsi vulnerabili», ha sottolineato Ursich. È la rappresentazione della famiglia che ha contribuito alla fortuna della serie presso un pubblico adulto.

Che cosa debba offrire un programma per bambini non dipende soltanto da chi lo scrive o lo produce. «Il mio lavoro consiste nel fare in modo che i programmi che commissioniamo siano realmente utili ai bambini», ha detto Joe McCulloch, produttore di Cbeebies, il servizio prescolare della BBC. Il canale propone un insieme di contenuti e servizi pensati per accompagnare le famiglie nella prima infanzia. La diffusione delle piattaforme digitali e di streaming ha eliminato, in parte, il palinsesto televisivo. E l’organizzazione che ruotava attorno all’orario di un programma specifico. Oggi un bambino può scegliere di guardare una puntata online; ricominciarla quante volte vuole; passare dal televisore al tablet; o guardare un contenuto sul telefono di un genitore. La visione è entrata a pieno titolo nei tempi della vita familiare, in momenti non negoziabili. CBeebies, in quanto servizio pubblico, ha seguito questa trasformazione. Ha sperimentato l’invio di brevi contenuti attraverso messaggi sul telefono dei genitori, con suggerimenti da utilizzare nelle interazioni quotidiane con i bambini.

La ricerca condotta su questo progetto, Tiny Happy People, ha rilevato cambiamenti nei comportamenti legati al linguaggio. Come parlare di più con il bambino durante le attività di ogni giorno e introdurre nuove parole nelle conversazioni. Il servizio televisivo non è più chiamato a produrre esclusivamente contenuti che trattengano il bambino davanti al dispositivo. Un video, per esempio, può suggerire a un bambino una domanda da fare al genitore. McCulloch ha spiegato che il servizio ha una responsabilità particolare. «È il pubblico a finanziarci, quindi il pubblico ha anche il diritto di dirci che cosa vuole da noi», ha sottolineato. L’offerta, quindi, comprende oggi materiali per l’apprendimento in età prescolare, sul benessere dei bambini e dei genitori, informazioni rivolte alle famiglie che affrontano difficoltà economiche. La logica è diversa da quella di un canale commerciale, perché l’obiettivo non è soltanto attirare un pubblico e mantenerne l’attenzione. I contenuti devono avere un’utilità per le persone a cui sono destinati.

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