La farsa delle elezioni parlamentari nella Russia di Putin

Questo fine settimana in Russia si voterà per rinnovare la Duma di Stato, la camera bassa del Parlamento russo, anche nei territori ucraini che Mosca occupa e sostiene di aver annesso. Il Cremlino presenterà il rituale del voto come prova di normalità costituzionale. Il contrasto con il dibattito ucraino mostra invece la differenza tra aprire i seggi e difendere la democrazia.
In Russia ogni autentica competizione politica è stata soffocata. La Corte Suprema ha escluso la lista federale di Yabloko, unico partito registrato contrario alla guerra. Gli altri partiti della Duma operano entro i limiti stabiliti dal Cremlino. Mosca non ha invitato gli osservatori dell’Osce, sottraendosi ancora una volta al monitoraggio indipendente.
Si voterà anche su territorio sovrano ucraino sotto occupazione militare. L’Unione europea ha già dichiarato che non riconoscerà queste “elezioni” né i loro risultati. Un voto non diventa legittimo solo perché si aprono le urne e si contano le schede, tanto meno se è imposto da una potenza occupante.
In Ucraina le elezioni restano sospese in base alla legge marziale, mentre il Paese lotta per sopravvivere. Dopo la destituzione da ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov ha chiesto di votare durante la guerra. La proposta è stata discussa pubblicamente e respinta persino dagli organizzatori delle proteste contro la sua rimozione. Questo dissenso non segnala un fallimento democratico: dimostra che la politica democratica resiste a una pressione straordinaria. Un ex ministro può contestare il presidente; la società civile può sostenerlo su un tema e dissentire su un altro; autorità elettorali, parlamentari ed esperti possono discutere come e quando tornare alle urne.
Si potrebbe concludere che, poiché la Russia vota, anche l’Ucraina dovrebbe farlo al più presto, se non altro per sottrarre a Mosca un argomento propagandistico. Sarebbe la lezione sbagliata. La democrazia non è una gara a chi annuncia per primo una data elettorale. Un voto credibile richiede sicurezza, pluralismo, informazione indipendente, autentica competizione, amministrazione imparziale, controllo e libera partecipazione. La Russia viola questi principi mentre usa i rituali elettorali per legittimare la guerra.
L’Ucraina rischierebbe di compromettere quegli stessi principi affrettando il voto. Milioni di cittadini sono sfollati nel paese o rifugiati all’estero; molti prestano servizio nelle forze armate, altri vivono sotto occupazione. Missili e droni minaccerebbero elettori e personale dei seggi, mentre campagna elettorale e accesso ai media sarebbero profondamente squilibrati.
Ma rinviare il voto non può significare rinviarne la preparazione. I poteri d’emergenza sono legittimi proprio perché eccezionali e temporanei. Chi li esercita deve preservare le condizioni per il ritorno della piena competizione politica non appena la situazione lo consentirà.
La Commissione elettorale centrale ucraina e un gruppo di lavoro parlamentare hanno già elaborato proposte per le prime elezioni dopo la guerra. Questo lavoro tecnico dovrebbe confluire in un confronto nazionale che coinvolga governo e opposizione, società civile, forze armate, autorità locali e informazione indipendente.
Il confronto dovrebbe riguardare sicurezza, partecipazione dei militari e dei cittadini all’estero, registro elettorale, finanziamento delle campagne, pluralismo dell’informazione, voto nei territori liberati e garanzie contro le ingerenze russe. Occorre cercare un accordo prima di fissare la data delle elezioni e prima che gli attori politici sappiano quali regole potrebbero avvantaggiarli.
L’obiettivo di Mosca potrebbe non essere la vittoria di un candidato gradito. Dopo anni di aggressione, potrebbe essere impossibile. Potrebbe invece cercare di convincere settori diversi della società ucraina che il processo sia stato manipolato o che l’elezione sia stata rubata. Costruire in anticipo un ampio consenso non è quindi una questione meramente organizzativa: è sicurezza nazionale.
L’Europa dovrebbe rendere più netta questa distinzione: respingere il voto illegale imposto dalla Russia nei territori occupati e aiutare l’Ucraina a creare le condizioni per un ritorno credibile alle urne. L’adesione dell’Ucraina all’Unione europeaa non riguarda soltanto riforme legislative e integrazione economica: rafforzarne la democrazia significa anche rafforzare la sicurezza europea.
La Russia cerca di dimostrare che un’elezione può legittimare una conquista. L’Ucraina deve dimostrare che un rinvio conforme alla legge e limitato nel tempo, accompagnato da una preparazione aperta, può proteggere la sovranità democratica.
La differenza è già visibile: in Ucraina il voto è sospeso, ma il dibattito democratico resta aperto; in Russia si aprono i seggi mentre si chiude ogni possibilità di scelta.
Matteo Mecacci è direttore del neocostituito European Policy Institute in Kyjiv (Epik) ed ex direttore dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’Osce a Varsavia (Odihr).
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