I combustibili fossili gonfiano l’inflazione in tutta l’Ue. In Italia? Ogni aumento del prezzo del 10% fa salire il caro vita dello 0,26%

Giusto pochi giorni fa la presidente della Bce Christine Lagarde, spiegando le motivazioni alla base della decisione di alzare al 2,50% i tassi d’interesse, aveva sottolineato il problema della dipendenza dell’Europa dall’import di combustibili fossili, evidenziato il legame tra aumento dei prezzi di gas e petrolio e l’inflazione complessiva nell’eurozona e dichiarato che a questo punto per l’Ue è «essenziale accelerare la transizione energetica». Il problema riguarda il Vecchio continente in generale, ma anche e soprattutto un Paese come l’Italia, che è fortemente dipendente dalle importazioni di gas dall’estero. E oggi un nuovo studio della New economics foundation (Nef) fornisce un’ulteriore prova, l’ennesima, di tutto ciò. In una trentina di pagine ricche di dati, grafici, tabelle e riferimenti a numerose altre opere scientifiche dedicate alla questione, i ricercatori segnalano che i combustibili fossili rimangono una delle principali minacce per l’inflazione in tutta Europa, con l’Italia che non fa eccezione, anzi, considerando che ogni aumento del prezzo del 10% di gas e petrolio incrementa l’inflazione nel nostro Paese fino a 0,26 punti percentuali.
Dal report emerge anche che un mercato dell’energia fossile più caro del 50% potrebbe significare un extra di 1,8 punti percentuali di inflazione in tutta Europa nell’anno successivo a tale aumento. Non è però casuale che i ricercatori segnalino il fatto che l’esposizione ai combustibili fossili comporta un rischio d’inflazione significativo proprio in Italia e che la diffusione di energia eolica e solare è fondamentale per contenere l’inflazione.
In totale, i ricercatori del Nef hanno modellizzato un balzo del 50% nei prezzi di petrolio e gas in 26 Paesi dell’Ue, riscontrando che questo potrebbe aumentare l’inflazione europea fino a un ulteriore 1,8 punti percentuali in aggiunta ai livelli di inflazione esistenti. Per fare un confronto, i prezzi del petrolio sono aumentati di circa il 47% tra giugno 2025 e 2026, e del 67% da giugno 2021 a 2022.
La ricerca ha inoltre rilevato che nei 13 Paesi dell’Ue per i quali sono disponibili dati storici completi, un aumento dei prezzi dei combustibili fossili rappresenta il maggior rischio di inflazione in tutti tranne due, ed è rimasto tra i primi cinque maggiori fattori su tutta la linea. Sebbene l’Italia non sia inclusa in quello specifico set di dati sulla volatilità storica, la modellizzazione più ampia della catena di approvvigionamento mostra che l’economia italiana rimane fortemente esposta a questi shock di prezzo.
Il fatto che il Nef abbia deciso di pubblicare oggi questo studio non è casuale. Domani Ursula von der Leyen terrà il discorso sullo Stato dell’Unione. Si prevede che affronterà la questione climatica a seguito delle ondate di calore estremo e della siccità di quest'estate. In questo contesto, il report evidenzia che la diffusione di energia eolica e solare prodotta internamente per scongiurare la crisi climatica è fondamentale anche per contenere l’inflazione, riducendo l’esposizione alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili.
A differenza di petrolio e gas importati, le rinnovabili sono risorse domestiche, geopoliticamente sicure e protette dalle speculazioni finanziarie. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha rilevato che ogni punto percentuale extra di quota di energia rinnovabile riduce i prezzi dell'elettricità all’ingrosso in media dello 0,6%.
Sottolinea Maike Schmidt, che è assistant researcher presso la New economics foundation: «Il prezzo dei combustibili fossili è stato l'innesco della maggior parte dei principali picchi d'inflazione europei nell'ultimo mezzo secolo, dall'embargo Opec degli anni '70 all'invasione russa dell'Ucraina fino agli attacchi di Stati Uniti e Israele all'Iran. Con l'inflazione si moltiplicano le persone in tutto il continente che faticano a permettersi i beni di prima necessità, come l'affitto, la spesa alimentare e i trasporti pubblici. Spezzare la nostra dipendenza dall'instabilità di petrolio e gas è l'unico modo per limitare l'inflazione in tutto il continente».
Il report raccomanda alla Banca centrale europea di fissare un tasso di interesse separato e più basso per gli investimenti verdi, come l’energia eolica e solare. In questo modo, spiegano i ricercatori, la Bce potrebbe alzare il tasso di interesse di riferimento senza rendere il ricorso al credito per gli investimenti verdi troppo costoso da risultare insostenibile.
Si legge nelle conclusioni del report Nef: «La maggior parte dei principali episodi inflazionistici in Europa nell’ultimo mezzo secolo ha avuto origine dal prezzo dei combustibili fossili, e quello attuale non fa eccezione. Il quadro di politica monetaria istituito in risposta agli anni ’70 ha affidato il problema a una banca centrale indipendente, che ricorreva principalmente ai tassi di interesse per gestire l’inflazione, partendo dal presupposto che l’inflazione fosse fondamentalmente una questione di cattiva gestione da parte del governo e di eccesso di domanda. Gli shock degli anni 2020 hanno messo a nudo i limiti di tale accordo. Uno shock dal lato dell’offerta affrontato con un tasso rigido produce una debole disinflazione a un costo elevato e asimmetrico, frenando proprio quella transizione verso l’abbandono dei combustibili fossili importati e volatili che proteggerebbe l’Europa dal prossimo shock. Ciò che uno shock energetico richiede è una serie di strumenti più intelligenti, e il rischio che l’Europa ora affronta non è un’inflazione che si mantiene temporaneamente al di sopra dell’obiettivo, ma un circolo virtuoso di dipendenza dai combustibili fossili e inasprimento monetario che rafforza entrambi».
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