Il governo Meloni usa dati veri per presentare risultati migliori di quelli reali

09 Settembre 2026 - 08:00
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Il governo Meloni usa dati veri per presentare risultati migliori di quelli reali

Da venerdì il governo Meloni è il governo repubblicano più longevo della storia. Repubblicano, non ancora repubblichino, con buona pace dei nostalgici. Ma il primato ha comunque fatto partire la stagione dei bilanci, e a chi vuole tenere il conto delle favolose riforme di questi anni, Linkiesta ha già dedicato il suo taccuino e Luigi Di Gregorio ha dato il suo contributo professionale sul Tempo del 3 settembre. Su quelle stesse cifre si può però fare un’operazione complementare: prendere sul serio il lavoro dei commentatori più compiacenti e verificare i loro numeri uno per uno. A cominciare dal più sistematico. Sedici. Tanti sono i numeri record che Di Gregorio mette in fila per dimostrare che la destra sa fare: occupazione ai massimi storici, disoccupazione ai minimi, spread sotto controllo, Borsa mai così in alto, export e turismo da primato, sanità finanziata come non mai, reati e sbarchi in calo. Elencati uno dietro l’altro, fanno una certa impressione.

Che non siamo al cospetto di un cronista qualsiasi lo dice il suo curriculum. Di Gregorio è politologo, ma soprattutto è uno spin doctor: da quasi vent’anni consiglia e costruisce campagne elettorali per il centrodestra, e nel 2024 ha scritto un libro, War Room, sulla comunicazione politica nell’epoca della campagna permanente. Non scrive quindi come chi riferisce i fatti, ma come chi sa esattamente come si confeziona un messaggio efficace. E infatti il suo articolo, più che un bilancio, è un ragionamento su come comunicarlo: la destra «sa fare», titola il quotidiano diretto da Daniele Capezzone, ora deve «farlo sapere». Ed è proprio questo a renderlo interessante oltre il caso singolo: un pezzo così può essere letto come l’anteprima del modo in cui la maggioranza racconterà se stessa nella lunga campagna verso le elezioni del 2027.

Verificare sedici numeri con un puntuale fact-checking richiede un metodo, e il mio è stato semplice. Ogni cifra è passata da due prove. La prima: il numero è vero? Cioè se corrisponde al dato ufficiale, quello di Istat, Banca d’Italia, Viminale, agenzie di rating. La seconda, più insidiosa: il modo in cui viene raccontato è altrettanto vero? Perché un numero può essere esatto e nello stesso tempo messo lì per far dire alla realtà più di quanto dica.

L’asticella per la prima prova, lo riconosco, è bassa. Ho deciso che se il numero è vero la rivendicazione le supera: non si può accusare di mentire chi cita una cifra corretta. Alzarla, bocciare come falso un dato che falso non è, avrebbe voluto dire piegare i numeri a una tesi, la stessa operazione alla quale qui si fanno le pulci. Il punto non è se il governo e i suoi sostenitori abbiano lavorato bene, ma se raccontino in modo onesto. Fa eccezione un solo caso, che resta fuori da entrambe le prove: una delle sedici rivendicazioni non poggia su alcun dato verificabile e quindi non c’è nulla da mettere alla prova.

Il risultato, in sintesi, è questo: quasi tutti i numeri verificabili sono veri, e sei rivendicazioni su sedici superano anche la seconda prova. Una non supera nemmeno la prima. «Gli sbarchi calano dell’80 per cento», dice l’articolo: confronta però il dato parziale del 2026, fermo a fine estate, con il totale di un anno intero, otto mesi contro dodici. Con gli anni per intero, dal picco del 2023 al 2025, il calo reale è del 58 per cento e sul dato più recente si scende al 54. Altre rivendicazioni un dato vero ce l’hanno, ma lo raccontano in modo da fargli dire più del dovuto. La forzatura più ricorrente è la scelta del momento che conviene. «Nel maggio scorso -si legge- la disoccupazione aveva toccato il 5,0 per cento», minimo storico. Ed è vero. Ma a luglio, con un dato già pubblicato due giorni prima dell’articolo, era risalita al 5,8, e a giugno al 5,7. Si cita il mese migliore e si tace la risalita successiva.

Un altro modo di forzare è dare per record un primato solo nominale. La Borsa «supera il record del 2000», il finanziamento della sanità è «il più alto di sempre»: cifre esatte in euro correnti, che però dimenticano l’inflazione. Rivalutato, il massimo del 2000 varrebbe oggi oltre 81.000 punti: l’indice, che oggi ne vale  circa 52.000, in termini reali è ancora lontano da quel record. Un limite che riguarda ogni euro confrontato a distanza di anni senza correggere per il potere d’acquisto.

C’è infine il contesto omesso: si cita il dato che lusinga e si tace quello accanto che ridimensiona. Il tasso di occupazione è al massimo storico, vero. Ma nel contesto europeo, confrontando dati omogenei, l’Italia resta l’ultima della UE: 67,6 per cento contro una media del 76,1. Il primato nazionale c’è, il confronto che lo relativizza no.

Il tema non è solo di chi la politica la commenta. La stessa logica, con esempi in parte diversi, si ritrova nel comizio di Bari con cui la premier ha celebrato il suo traguardo. Là dove non ci sono numeri da inquadrare, si lavora sull’attribuzione. La riforma della giustizia, per esempio: Meloni ha detto che il governo l’ha scritta, approvata in Parlamento e portata fino in fondo, e che se non è legge è solo perché i cittadini hanno votato no al referendum. Il fatto è esatto, ma il racconto trasforma una sconfitta in un merito, con la colpa spostata sugli elettori. Rispetto all’articolo del Tempo, cambia lo strumento, ma resta la grammatica: un fatto formalmente vero piegato a farne propaganda.

Allora vale la pena di soffermarsi sul conteggio per evitare che possa sembrare qualcosa di diverso da quello che è in realtà. Dire che solo una rivendicazione su sedici, il 6,25 per cento, è stata bocciata come smaccatamente falsa può sembrare un’assoluzione. Ma dipende dall’asticella bassa fissata fin dal principio, e dal motivo per cui l’abbiamo scelta. Per superare la prima prova bastava che un numero fosse esatto, un criterio generosissimo, che salva chiunque non menta apertamente. Con un metro così indulgente, il fatto che poco più di un terzo delle rivendicazioni passi anche la seconda prova, quella dell’onestà del racconto, è un dato severo. La combinazione dei due giudizi non misura quanto bene abbia lavorato il governo, ma quanto poco di quel lavoro regga senza l’aiuto dello spin giusto.

C’è un ultimo artificio, il più raffinato. Di Gregorio ammette che sui nodi veri (crescita, produttività, salari) l’Italia resta indietro, ma li chiama «sintomi della stessa patologia strutturale» e sottolinea che le cause di quella patologia (la frammentazione del tessuto produttivo, i bassi investimenti, il declino demografico), vengono da lontano. Le cause sono reali, ma attribuire loro i risultati mancati serve a spostare la responsabilità dal governo a un’eredità che nessuno avrebbe potuto risolvere in pochi anni. In più, sostiene, quelle cause il governo le starebbe già aggredendo con misure come il taglio del cuneo, Transizione 5.0, gli incentivi della ZES unica. Peccato che non emerga un solo dato di efficacia. Là dove servirebbero i numeri, non ce ne sono: il risultato è promesso, non mostrato.

Ma la chiave dell’intero atteggiamento sta in un’excusatio. A un certo punto l’articolo ammette che il governo soffre di un «deficit di percezione»: i cittadini non sentono i risultati che i numeri proclamerebbero. È un’ammissione che si ritorce contro chi la fa. Perché se i dati sono così buoni e la gente non se ne accorge, delle due l’una: o gli italiani sono distratti, oppure quei numeri non pesano nella vita reale quanto sulla carta.

Di fronte a questo scarto tra ciò che i dati dicono e ciò che le persone sentono, la comunicazione politica ha due strade. Una è chiedersi se i risultati siano davvero all’altezza di come vengono raccontati. L’altra è dare per scontato che i risultati ci siano, e concludere che il problema è farli percepire meglio. Chi imbocca la seconda non sta più facendo un bilancio: sta preparando una campagna. Il deficit di percezione non è un problema da risolvere governando, è un problema da risolvere comunicando.

La seconda strada dà per ovvio che il problema sia degli italiani. Ma se le persone non sentono i risultati, forse è perché nella vita di tutti i giorni li misurano su altro: sullo stipendio che non segue i prezzi, sull’ospedale con le liste d’attesa, sul lavoro che se c’è non basta. Il fact-checking vero, gli italiani se lo fanno da soli, sulla propria pelle, ed è più severo del mio.

Resta la domanda da cui parte ogni bilancio di questi giorni: com’è che un governo con risultati così discutibili tiene un consenso tanto solido? La risposta, almeno in parte, è in questo scarto. Non conta solo ciò che si fa, conta ciò che si riesce a far percepire, e su quel terreno la destra dimostra di avere un’attrezzatura che agli avversari manca. La rivendicazione dei presunti record serve a questo: non a informare, ma a costruire la sensazione di una nazione che finalmente funziona. Che poi le misure siano anche efficaci è un’altra questione, e non la si decide a colpi di comunicati. Il consenso misura i voti, non la ragione.

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