Il piano dell’Ue sull’intelligenza artificiale si arena davanti agli Stati Uniti

23 Maggio 2026 - 05:28
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Il piano dell’Ue sull’intelligenza artificiale si arena davanti agli Stati Uniti

La Commissione europea ha rinviato ancora una volta il suo grande piano per la sovranità tecnologica europea. Ufficialmente perché il testo non è pronto. Ufficiosamente, racconta Politico Europe nella sua newsletter Brussels Playbook, perché diversi funzionari temono che possa irritare Washington proprio mentre l’Ue cerca di mantenere aperto il negoziato commerciale con gli Stati Uniti.

Si parla di un pacchetto di quasi quattrocento pagine che dovrebbe ridefinire la strategia industriale europea sull’intelligenza artificiale e tutte le infrastrutture digitali (si chiama (Tech Sovereignty Package). Il cuore del progetto è il cosiddetto “Cloud and AI Development Act”, una delle iniziative principali del nuovo AI Continent Action Plan presentato dalla Commissione ad aprile 2025.

L’obiettivo ufficiale è semplice da descrivere e molto più difficile da realizzare: ridurre la dipendenza europea dalle infrastrutture tecnologiche straniere, soprattutto americane, proprio mentre l’intelligenza artificiale trasforma cloud, data center e capacità computazionale in asset geopolitici. La Commissione parla di «sovranità tecnologica» e della necessità di costruire una capacità europea autonoma per l’intelligenza artificiale.

Negli ultimi anni Bruxelles si è costruita una posizione e un’immagine soprattutto come soggetto favorevole alla regolamentazione dell’industria digitale e dei suoi prodotti. Gdpr, Digital Services Act, Digital Markets Act, AI Act: l’Europa si è specializzata nel limitare il potere delle piattaforme digitali tramite pacchetti di regole più o meno stringenti, più o meno efficaci. Ma il nuovo AI Continent Action Plan segna un cambio di approccio molto più ambizioso. Perché oltre a disciplinare le aziende tecnologiche esistenti punta acostruire un’infrastruttura industriale europea.

Secondo i documenti preparatori del piano, la Commissione vuole almeno triplicare la capacità europea di data center nei prossimi cinque-sette anni, accelerare le autorizzazioni per nuove infrastrutture cloud, incentivare investimenti energetici e creare una rete europea di “AI factory” e “AI gigafactory” dedicate all’addestramento dei modelli più avanzati.

Una “AI factory” è un’enorme infrastruttura computazionale pubblica o semi-pubblica destinata all’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale avanzata.  La Commissione le definisce come «ecosistemi aperti e dinamici» costruiti attorno ai supercomputer europei EuroHPC, pensati per mettere insieme capacità computazionale, dati e talenti necessari allo sviluppo di modelli IA europei. Le gigafactory invece rappresentano il livello successivo, con strutture gigantesche dedicate all’addestramento dei modelli di nuova generazione, dotate – secondo i documenti europei – di oltre centomila processori IA avanzati, circa quattro volte la capacità delle attuali AI Factories. Creare una rete capillare di “AI factory” e “AI gigafactory” potrebbe essere un’ambizione fuori scala per le possibilità dell’Unione europea.

Al momento è interessante notare che il linguaggio usato nei documenti ufficiali a Bruxelles è molto diverso da quello che aveva caratterizzato il dibattito europeo sull’intelligenza artificiale fino a pochi anni fa. Prima il dibattito politico europeo era molto “alto”, si parlava di etica e trasparenza, o diritti digitali. Oggi invece si entra nel fabbisogno dell’industria più importante del presente del futuro, che ha bisogno quindi di capacità computazionale, supply chain, hyperscaler, data center e autonomia strategica.

Probabilmente a Bruxelles devono essere suonati alcuni allarmi alla lettura del rapporto Draghi sulla competitività europea, dove l’ex presidente del Consiglio e della Banca centrale europea sostiene che l’Europa rischia un ritardo strutturale rispetto a Stati Uniti e Cina proprio sulle infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il passaggio più delicato riguarda però il cloud pubblico e gli appalti governativi. Perché i piani dell’Unone europea prevedono la possibilità che governi e amministrazioni europee vengano progressivamente spinti a privilegiare fornitori europei rispetto agli hyperscaler americani come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud.

Politicamente potrebbe essere un problema in un mercato dominato quasi interamente da aziende americane: Amazon, Microsoft e Google controllano gran parte della capacità cloud europea, mentre i principali modelli di intelligenza artificiale avanzata continuano a essere sviluppati negli Stati Uniti.

Oggi l’Unione europea prova a costruire sovranità tecnologica mentre gran parte dell’ecosistema tecnologico globale è già controllato da aziende americane o asiatiche. E soprattutto prova a farlo senza rompere davvero con Washington – considerato un alleato troppo importante, nonostante l’atteggiamento da bullo di Donald Trump. È questo il paradosso che raccontava Politico Europe: l’Europa vuole emanciparsi dalla dipendenza tecnologica americana, ma ogni volta che tenta di trasformare quella retorica in politica industriale finisce per temere le conseguenze diplomatiche ed economiche dello scontro con Washington.

Per anni l’Europa ha dato per scontato – perché poteva farlo – che tecnologia americana e interessi occidentali fossero perfettamente sovrapponibili. Ma l’intelligenza artificiale sta cambiando anche questo equilibrio. Gli Stati Uniti considerano il settore sempre più determinante nella competizione strategica con la Cina; l’Europa rischia invece di ritrovarsi schiacciata tra infrastrutture americane e dipendenze industriali asiatiche senza controllare davvero nessuna delle due. È probabilmente questo il significato politico più profondo del Tech Sovereignty Package: provare a costruire una forma minima di autonomia industriale europea prima che l’intelligenza artificiale renda irreversibile l’attuale dipendenza tecnologica del continente.

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