La frammentazione della politica, e la fine dello spazio pubblico

Maggio 09, 2026 - 05:06
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La frammentazione della politica, e la fine dello spazio pubblico

La polarizzazione presuppone un asse. Due poli, per quanto distanti, stanno sulla stessa linea e condividono uno spazio che li separa tanto quanto li unisce. Destra e sinistra, progressisti e conservatori, rivoluzionari e reazionari: tutto il vocabolario del conflitto politico otto-novecentesco deriva da questa geometria che inesorabilmente finisce col produrre un noi e un loro, i buoni e i cattivi, gli amici e i nemici. Si può essere più o meno lontani dal centro, più o meno vicini a un estremo e più o meno sodali, ma si è sempre da qualche parte lungo lo stesso continuum. Nella polarizzazione si abita la medesima realtà, attraverso prospettive differenti e tutto sommato comparabili.

Questa geometria ha una proprietà che tendiamo a dimenticare perché ci sembra ovvia: tutti i punti sono connessi. Per quanto un estremo sia lontano dall’altro e ci possano essere montagne, abissi, crepacci, esiste sempre un cammino che in qualche modo li unisce. Il conflitto può essere feroce ma avviene giocoforza in uno spazio assodato. Anche se tra i due estremi c’è una distanza enorme, chi sta a un polo può guardare verso l’altra parte e vedere, in lontananza, l’avversario. Lo vede male, certo. Brutto, distorto dalla distanza, deformato dall’ostilità, più grossolano, mediocre e forse anche ridicolo di quel che è davvero, ma lo vede. Lo odia, ne è disgustato, sovente ricambiato, ma sa che è lì e, fatto non da poco, se vuole può muoversi verso di lui. Di solito non vuole, ma potrebbe. È molto.

Più che una descrizione geometrica questa è un’antropologia politica, il presupposto implicito dell’intera modernità. La visione illuministica di spazio pubblico è costruita sull’idea di una superficie condivisa in cui gli attori possono avanzare tesi e antitesi che, pur massimamente antagoniste, restano commensurabili perché inscritte nello stesso foglio di calcolo della realtà. La sfera pubblica di Jürgen Habermas, il confronto delle idee di John Stuart Mill, la dialettica hegeliana, la lotta di classe marxiana, per fare qualche esempio, sono forme diverse di conflitto accomunate dalla certezza che incontri e scontri avvengano su un terreno comune. Il continuum è la sostanza implicita della democrazia liberale. Il dibattito, la deliberazione, il compromesso, la persuasione: tutte queste pratiche sono possibili solo in uno spazio in cui il cammino tra due punti esiste anche quando è lungo, tortuoso, faticoso.

[…]

L’idea che si possa “ragionare insieme” presuppone che il ragionamento abbia un piano su cui procedere; l’idea che si possa “convincere l’altro” presuppone che l’altro sia raggiungibile attraverso un cammino argomentativo. È utile immaginare un paese che si estende lungo un’unica via: chi abita a un estremo può vivere senza spingersi mai dall’altra parte, può odiare con tutto se stesso chi è insediato laggiù, ma nel fondo del proprio cuore saprà di essere sempre e comunque parte dello stesso luogo. Tutto il lessico politico moderno (dibattito, compromesso, mediazione, consenso) è costruito su questa premessa topologica. […] Gli estremi hanno smesso di essere le parti conclusive della stessa corda e ora appartengono a corde diverse.

In geometria piana due rette o si intersecano o sono parallele; a ogni modo abitano lo stesso piano. Su un piano bidimensionale, se due rette non sono parallele prima o poi si incontreranno. Nello spazio, invece, esistono rette che non si intersecano e non sono parallele: passano senza toccarsi mai, senza alcuna possibilità teorica di un punto d’incontro. Hanno un punto di massima vicinanza, e niente più. Si chiamano rette sghembe. Questa condizione le colloca in una sorta di limbo geometrico: non si incrociano, ma non hanno nemmeno la grazia dell’andare insieme tipica del parallelismo. Sono nella stessa realtà, ma in piani diversi. Non sono opposte, perché l’opposizione necessita di un asse comune. Sono semplicemente altrove l’una rispetto all’altra, irraggiungibili per struttura.

Questa è la condizione dei frammenti in cui si è diviso il campo sociale: mondi che si sfiorano senza mai toccarsi, che occupano ancora la stessa estensione nominale, vale a dire lo stesso paese, la stessa lingua, le stesse istituzioni, ma che non condividono più lo stesso spazio di senso.

[…]

La distinzione va marcata con precisione; come detto, in uno spazio pubblico polarizzato il dissenso presuppone comunque un mondo comune. Si discute, ci si oppone, si cerca di convincere e di vincere. In uno spazio frammentato c’è invece eterogeneità radicale; siamo l’un l’altro stranieri topologici che non fanno parte dello stesso sistema di riferimento perché non hanno un punto di proiezione comune. Le grandi parole continuano a circolare (libertà, verità, giustizia, democrazia) ma diventano meri omonimi, i cui significati sono in realtà incommensurabili. La polarizzazione è metrica perché riguarda distanze, posizioni relative, gradi di lontananza. In linea di principio può sempre essere ridotta. La frammentazione, invece, è topologica e irriducibile.

In parole più chiare, in uno spazio polarizzato ma connesso il dialogo era difficile ma pensabile. In uno spazio frammentato ma disconnesso non c’è più dialogo da tentare, perché manca il tavolo che ci unisce e ci separa di cui parlava Hannah Arendt, per la quale «vivere insieme nel mondo significa essenzialmente che esiste un mondo di cose tra coloro che lo hanno in comune, come un tavolo è posto tra quelli che vi siedono intorno».

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