Putin celebra la Grande Vittoria contro i nazisti, ma la deve all’America

Maggio 09, 2026 - 05:06
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Putin celebra la Grande Vittoria contro i nazisti, ma la deve all’America

I cuori dei putiniani doc battono idealmente, a Mosca, sulla Piazza Rossa, per celebrare, sia pure in forma più ridotta del solito, la Grande Vittoria patriottica contro il nazismo.

Quanti di loro vedono nel Piccolo Zar (Putin) la reincarnazione del Piccolo Padre (Stalin) farebbero bene a prendersi una pausa di riflessione, perché la celebrazione del 9 maggio ha sfrattato dalla Piazza Rossa quella storica del 7 novembre quando, a Mosca, si celebrava in presenza dei leader comunisti di tutto il mondo, la Rivoluzione d’Ottobre.

Quell’evento, che è stato la grande chimera della sinistra nel secolo scorso, oggi è sparito dal calendario di Vladimir Putin: come se un Pontefice avesse abolito il Natale. Nella Seconda Guerra Mondiale il contributo dell’Urss fu decisivo per la vittoria sul nazismo in Europa e impressionante fu il costo di distruzioni materiali e di vite umane – più civili che militari – che quel grande Paese dovette subire. La resistenza di Stalingrado fu un’epopea; da lì partì la controffensiva che portò l’Armata Rossa fino a Berlino dopo che a Kurks, in Ucraina, si era svolta la più grande battaglia di truppe corazzate combattuta  fino ad allora.

Furono il valore e l’abnegazione del popolo russo a riscattare una circostanza che, a suo tempo, ebbe notevole rilievo: l’Urss si trovò a combattere dalla parte giusta della storia per opera di Hitler che, proditoriamente, il 22 giugno del 1941, con l’operazione Barbarossa, ne ordinò l’invasione in violazione del Patto Molotov-Ribbentrop firmato il 23 agosto 1939. Oltre alla parte pubblica riguardante la non aggressione tra le due potenze, il patto conteneva un protocollo segreto che definiva le sfere d’influenza dei due Paesi in Europa orientale, includendo la divisione della Polonia.

Questo accordo permise alla Germania di invadere la Polonia, il primo settembre 1939, senza il rischio di un attacco sovietico, le cui armate a poche settimane di distanza andarono a riscuotere la loro parte di quella nobile e valorosa nazione. Nel 1940, quando Hitler sgominò l’esercito francese, ricevette, per il tramite delle ambasciate, un massaggio di congratulazioni da parte di Molotov, che si complimentava per la brillante operazione militare.

Non è malizia pensare che il crollo della Francia abbia avuto tra le sue cause anche il fatto che i comunisti francesi non vedevano, nei primi mesi del 1940, i nazisti come nemici ma come alleati dell’Urss. Si dice anche che Stalin per diversi giorni non riuscisse a rendesi conto  dell’aggressione tedesca nel giugno del 1941 benchè fosse stato avvertito sia dagli americani che dagli inglesi.

Ancora il 14 giugno (otto giorni prima dell’attacco tedesco) l’Agenzia di stampa ufficiale sovietica, la Tass, scriveva a proposito delle voci sull’imminente attacco: «La Germania sta osservando i termini del Patto di non aggressione tanto strettamente quanto l’Unione Sovietica. Le voci sull’intenzione tedesca di rompere il patto e attaccare l’Unione Sovietica sono prive di qualsiasi fondamento». Era emersa, peraltro, durante il conflitto sovietico-finnico, l’impreparazione dell’Armata Rossa, a causa dell’inesperienza degli alti comandi, colpiti nel periodo successivo al 1937 da una serie di epurazioni che, secondo stime di parte tedesca, avevano eliminato o messo a riposo circa trentamila tra ufficiali dell’esercito e della marina, il novanta per cento dei generali e l’ottanta dei colonnelli.

La capacità di resistenza e di controffensiva dell’Armata Rossa fu possibile grazie all’aiuto della forza e della potenza americana. Gli Stati Uniti entrarono in guerra quando subirono, il 7 dicembre 1941, l’attacco del Giappone a Pearl Harbour. Fu la Germania, la reazione americana, a dichiarare guerra agli Stati Uniti in conseguenza del patto che la legava al Giappone e all’Italia.

Ma Franklin Delano Roosevelt  era già riuscito ad aggirare le pressioni isolazioniste dell’America First (non c’è mai nulla di nuovo sotto il sole) sul Congresso facendo approvare, l’11 marzo 1941, la legge degli affitti e prestiti (in inglese Lend-Lease Act),una misura legislativa che permise agli Usa di fornire a Regno Unito, Unione Sovietica (dopo l’aggressione nazista), Francia libera, Cina nazionalista e altri Paesi alleati, grandi quantità di materiali bellici senza esigere l’immediato pagamento, come era previsto dalla legislazione previgente. 

Sfruttando questo strumento finanziario, gli Usa inviarono all’Urss, dal 1941 al 1945, 14 mila  aerei, 409.526 veicoli di cui 43.728 jeep, 3.510 mezzi anfibi, 12.161 blindati da combattimento, 136.190 pezzi d’artiglieria leggera, 325.784 tonnellate d’esplosivi, 205 torpedini, 140 cacciatorpediniere, 28 fregate. Inoltre consegnarono 35.800 postazioni radio, 3.400 km di cavi marini, 1.823 km di cavi sottomarini, un milione e mezzo di chilometri di cavi telegrafici. Oltre ovviamente agli aiuti alimentari e materiali per le popolazioni civili. Per agevolare gli spostamenti  di truppe ed armi dalla Siberia alla Russia europea, l’America consegnò all’Armata Rossa oltre duemila locomotive e più di diecimila vagoni. Il valore complessivo delle forniture fu di 11,3 miliardi di dollari dell’epoca  (circa centottanta miliardi di dollari nella valuta attuale). Forse Putin farebbe bene a ricordarsene quando celebra la Grande vittoria patriottica, senza attribuire tutti i meriti all’Urss considerata dal Cremlino come la prosecuzione sotto altro nome dell’Impero  zarista.

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