Trump attacca Big Oil, mentre Krugman spiega perché l’accordo Usa-Iran non lo salverà da una débâcle al voto di novembre

24 Giugno 2026 - 13:42
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Trump attacca Big Oil, mentre Krugman spiega perché l’accordo Usa-Iran non lo salverà da una débâcle al voto di novembre

«La resa all’Iran allevierà i dolori da benzina di Trump?». Si può più o meno tradurre con queste parole la questione posta da Paul Krugman nella sua ultima riflessione pubblicata su Substack. Mentre il presidente americano, con un post sul social Truth che ha dell’eccezionale, se la prende per la prima volta con Big Oil - «Le grandi compagnie petrolifere non stanno abbassando i prezzi alla pompa in proporzione al drastico calo dei prezzi del petrolio che stanno pagando. I prezzi stanno crollando a picco! In altre parole, i consumatori vengono derubati. Ho dato istruzioni al Dipartimento di Giustizia di avviare immediatamente un'indagine. I prezzi della benzina devono assolutamente iniziare a scendere molto più velocemente di quanto stia accadendo! Presidente DJT» - il premio Nobel per l’Economia analizza i risvolti economici e politici del potenziale accordo di pace – da molti, soprattutto negli Usa, descritto come una vera e propria resa strategica – tra la Casa Bianca e l’Iran per porre fine alle ostilità nel Golfo Persico.

«La resa di Trump non ha nulla di misterioso: vuole a tutti i costi porre fine alla guerra perché sta pagando un prezzo politico molto alto a causa dei prezzi elevati della benzina, e mancano solo quattro mesi e mezzo alle elezioni di medio termine», scrive Krugman. L’annuncio della riapertura dello strategico Stretto di Hormuz è stato venduto alla stregua di un successo immediato in grado di ristabilire la normalità economica. Tuttavia, l’economista smonta questo ottimismo in chiave elettorale argomentando che i mercati energetici globali non rispondono a dinamiche immediate o a semplici annunci mediatici e che le speranze di un rapido sollievo economico per i consumatori americani sono destinate a essere brutalmente disattese.

Sostenendo la sua tesi anche con diversi grafici, Krugman scrive che «è vero che, grazie alla revoca del blocco statunitense, si è verificato un’impennata delle esportazioni di petrolio iraniano» e che ciò contribuirà ad aumentare l’offerta globale di petrolio, «ma rafforzerà anche il regime»: «Tuttavia – aggiunge – nonostante questa impennata delle spedizioni iraniane, i prezzi dei futures sul petrolio, contratti che prevedono l’acquisto o la vendita di petrolio in date prestabilite, indicano che i mercati petroliferi prevedono un calo dei prezzi del petrolio a un ritmo solo lento per il resto dell’anno».

Il primo ostacolo segnalato dal premio Nobel è rappresentato dagli ingenti danni materiali subiti dalle infrastrutture petrolifere del Golfo Persico, la cui riparazione richiederà mesi se non anni di complessi lavori. In secondo luogo, la complessa logistica delle rotte marittime globali è stata profondamente stravolta: moltissime navi cisterna si trovano attualmente nei porti sbagliati e ricollocarle richiederà tempo, senza contare il persistente pericolo delle mine vaganti che minacciano i canali navigabili. Inoltre, il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz ha innescato uno shock dei costi collaterali nel settore chimico e dei fertilizzanti (come l'urea, il cui prezzo è temporaneamente schizzato del 75%), i cui effetti inflazionistici a catena devono ancora trasferirsi del tutto sui prezzi finali dei beni di consumo.

Krugman sottolinea che i prezzi del greggio sono di 10-15 dollari al barile più alti rispetto a prima della guerra, il che indicherebbe un aumento dei prezzi della benzina compreso tra 0,25 e 0,37 dollari per gallone, eppure la benzina costa attualmente quasi 1 dollaro in più al gallone rispetto a prima della guerra. Quindi, se il modello «razzi e piume» perseguito da Trump continuerà ad applicarsi, scrive Krugman, «i prezzi della benzina rimarranno elevati per i mesi a venire, vanificando le speranze dei sostenitori di Trump di ottenere un rapido sollievo politico dalla capitolazione nei confronti dell’Iran». Inoltre, come si può vedere in un altro grafico pubblicato a corredo della riflessione, la guerra contro l’Iran ha fatto impennare il prezzo del gasolio in misura significativamente maggiore rispetto a quello della benzina. «A differenza della benzina, che viene acquistata principalmente dai consumatori, il gasolio è utilizzato soprattutto dalle imprese, per il trasporto su gomma e per usi industriali. Pertanto, l’impennata dei prezzi del gasolio ha comportato un aumento dei costi aziendali piuttosto che un onere diretto per i consumatori».

Dal punto di vista prettamente politico, la strategia della Casa Bianca rischia di trasformarsi in un clamoroso boomerang in vista del voto di novembre. Krugman sottolinea l’ironia della sorte rappresentata da un’amministrazione populista che, dopo aver negato a lungo l’esistenza stessa di una crisi economica parlando di una presunta «età dell’oro», si ritrova ora costretta ad ammettere implicitamente il fallimento pur di giustificare una ritirata geopolitica. Anche se l’operatore della rete elettrica o i mercati finanziari dovessero tentare di adattarsi introducendo misure di flessibilità, il ritardo fisiologico con cui i tagli dei prezzi alla produzione si riflettono sulle pompe di benzina impedirà a Trump di incassare i dividendi politici sperati. In conclusione, la fretta di capitolare di fronte alle pretese di Teheran non produrrà alcun miracolo economico immediato, lasciando l’elettorato americano scontento per l’inflazione, oltre all’opinione pubblica internazionale sconcertata di fronte al ridimensionamento dell’influenza globale degli Stati Uniti.

La conclusione di questa analisi del premio Nobel, guardando alle elezioni di mid-term: «Quindi la resa di Trump nei confronti dell’Iran salverà lui e il suo partito dall’ondata blu di novembre? È molto improbabile. Suggerisco loro di procurarsi dei giubbotti di salvataggio».

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