La guerra in Iran è già costata agli Usa 37,5 miliardi di dollari, il Pentagono ne chiede altri 67. Trump a picco nei sondaggi

Donald Trump è stato alla base aerea di Dover per ricevere i militari statunitensi caduti nella guerra in Iran. Si tratta della terza volta, da quando a fine febbraio sono cominciati i bombardamenti americani e israeliani in Medio Oriente. Ma il conto del conflitto, per gli Usa, ovviamente non è solo in termini di vite umane. La guerra condotta dagli Stati Uniti contro l’Iran sta pesando enormemente sulle casse di Washington, raggiungendo cifre ben superiori alle stime finanziarie elaborate solo due mesi fa (29 miliardi di dollari). Durante un’audizione al Congresso, il segretario alla Difesa Pete Hegseth (assurto agli onori della cronaca pochi giorni fa per aver fatto sapere che ai militari con bassi livelli di testosterone verrà offerta la possibilità di sottoporsi volontariamente a una terapia ormonale sostitutiva) ha rivelato ufficialmente che il conflitto è già costato agli Usa ben 37,5 miliardi di dollari. L’importo, che include le spese dirette per le operazioni militari quotidiane, i raid aerei condotti nella regione e le proiezioni di spesa fino alla fine del mese di settembre, testimonia un’escalation bellica e logistica senza precedenti che sta prosciugando le risorse della Difesa con un ritmo che appare decisamente insostenibile per i contribuenti americani.
Di fronte all’imminente esaurimento dei fondi operativi, i vertici militari hanno lanciato un vero e proprio allarme di fronte alla commissione del Senato. Hegseth, affiancato dal generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore congiunto, ha presentato una richiesta d’urgenza al Congresso per uno stanziamento supplementare di 87,6 miliardi di dollari, di cui oltre 67,5 miliardi destinati direttamente a coprire le esigenze impellenti del conflitto in Medio Oriente. Secondo i vertici del Pentagono, questi finanziamenti straordinari sono indispensabili per rimpiazzare le scorte di armamenti e missili ad alta tecnologia consumate nelle ultime settimane, potenziare la difesa aerea, investire in intelligenza artificiale e garantire la prontezza operativa complessiva delle forze armate sul campo.
La richiesta di nuovi fondi ha scatenato una durissima battaglia politica a Washington, alimentando aspre polemiche tra l’amministrazione Trump e l’opposizione dei Democratici. Durante l’audizione parlamentare, la senatrice Jeanne Shaheen ha contestato apertamente la richiesta del segretario alla Difesa, rilevando come il Pentagono disponga ancora di circa 75 miliardi di dollari già stanziati dal bilancio federale ma non ancora spesi. La senatrice ha chiesto con fermezza perché si stia chiedendo al popolo americano di farsi carico del costo di una guerra non sostenuta dall’opinione pubblica invece di riallocare i fondi giacenti: «Se ha ancora 75 miliardi di dollari a disposizione, perché chiede al popolo americano di farsi carico dei costi di una guerra che non sostiene, invece di richiedere l’autorizzazione a trasferire i fondi non spesi della procedura di riconciliazione, soprattutto se non riesce nemmeno a erogare 400 milioni di dollari destinati all’Ucraina?», sono state le sue parole. Hegseth ha tuttavia replicato che quelle somme sono già vincolate a progetti strategici prioritari voluti dal presidente Trump, come l’American Golden Dome, e non possono essere stornate.
I costi tutt’altro che irrilevanti delle operazioni in Medio Oriente non si limitano ai soli bilanci contabili, ma stanno compromettendo la sostenibilità operativa e la prontezza a lungo termine dell’esercito statunitense nel suo complesso. Secondo indiscrezioni del Washington Post, i tagli al bilancio e le tensioni finanziarie stanno costringendo le forze armate a ridurre drasticamente le sessioni di addestramento e i programmi di manutenzione ordinaria dei mezzi, elementi vitali per mantenere la prontezza delle truppe. Inoltre, le cifre presentate al Senato non tengono conto dei danni ingenti causati dai raid e dagli attacchi con missili e droni condotti dall’Iran contro le basi statunitensi in Giordania, Bahrein e Kuwait, la cui complessa ricostruzione richiederà ulteriori risorse miliardarie.
L’impatto economico e umano del conflitto sta producendo contraccolpi significativi sull’opinione pubblica americana e sulla popolarità di Trump, che col passare dei mesi non fa che diminuire. Se già a giugno le rilevazioni dell’American Research Group davano il tasso di gradimento del presidente al 30%, con un 66% degli americani che non approvava il suo operato, con la ripresa delle ostilità in Iran dopo la breve pausa dei bombardamenti ottenuta con il memorandum d’intesa Washington-Teheran ora i più recenti sondaggi nazionali indicano un aumento al 67% degli americani che bocciano in toto Trump, mentre sono il 70% quelli che non approvano in particolare la gestione dell’economia da parte del presidente. Anche nel fronte dei conservatori il gradimento nei confronti del tycoon si assottiglia sempre più. Come rileva un’analisi effettuata da Limes, lo zoccolo duro del movimento Maga continua ad approvare le politiche del tycoon, ma anche a destra tra gli under 35 meno ideologizzati la convinzione va via via scemando, complici soprattutto le questioni economiche e il costo della vita che non fa che aumentare (un dato per tutti, i prezzi di benzina e gasolio, che stanno stabilmente sopra, rispettivamente, i 4 e i 5 dollari al gallone).
Intanto, le elezioni di mid-term si avvicinano. Mentre la situazione in Medio Oriente non sembra avviarsi verso un miglioramento e anzi ora si rischia la chiusura anche dello Stretto di Bab el-Mandeb e nuovi scontri con gli Houthi, mentre l’inflazione in patria continua a mordere e mentre i rapporti con l’Europa non sono più tornati sul giusto binario, ora il rischio di un prolungato stallo finanziario al Congresso sui fondi della Difesa costringe la Casa Bianca a navigare a vista tra un’escalation militare senza via d’uscita immediata, una politica delle alleanze inesistente salvo strizzatine d’occhio a qualche potente famiglia saudita e un malcontento interno che cresce mese dopo mese. Novembre è alle porte, e quel voto di metà mandato potrebbe compromettere definitivamente i sogni di gloria di Trump.
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