La maglietta rossa di Panatta e Bertolucci contro Pinochet prima della vittoria in Cile

11 Settembre 2026 - 07:40
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La maglietta rossa di Panatta e Bertolucci contro Pinochet prima della vittoria in Cile

Coppa Davis 1976

A guardar bene, si notano ancor prima dell’inizio della partita: i colletti rossi spuntano dalle giacche d’ordinanza blu di Panatta e Bertolucci, nelle foto ufficiali (bianchi sono invece quelli di Barazzutti e Zugarelli). È il giorno degli inni nazionali e delle presentazioni delle squadre: perché quel colore e non l’azzurro italiano? I due protagonisti l’hanno raccontato più volte, nei loro libri e in tante interviste. Nel 2009 Mimmo Calopresti, amico di Adriano, gira un documentario su quella scelta provocatoria: una presa di posizione, un segnale esplicito, un voler ricordare che si è lì certo per giocare a tennis ma non si dimentica. Niente discorsi o dichiarazioni, basta un colore portato addosso, lo stesso delle donne cilene che cuciono a mano i fazzoletti rossi e scendono in piazza con le foto dei figli scomparsi.

Il film La maglietta rossa si apre con l’alternanza tra le scene drammatiche del colpo di Stato a Santiago (e delle successive manifestazioni di protesta in Italia) e la figura di Panatta che rievoca quegli anni. Le cose, quel 18 dicembre 1976, sono andate così: la sera prima Adriano chiede a Paolo «Te la sei portata la maglietta rossa?». «Sì» risponde l’altro guardingo. «Bene, allora ci mettiamo quella», conclude Panatta, assertivo, e quando il suo compagno di doppio prova a ricondurlo a più miti consigli («ma no, dai, questi ci sparano, lasciamo stare») non vuole sentir ragioni. È deciso, non ci sono timori né pericoli che tengano. Entrambi giocano in rosso sotto gli occhi del numero 2 del governo cileno, il generale Gustavo Leigh Guzman, e il significato può essere solo uno per i cileni e per tutto il mondo che guarda la Davis, peraltro nella partita decisiva dopo le due vittorie nei singolari. Poi, durante la pausa prima del quarto set, Bertolucci convince Panatta a vestirsi con i colori nazionali. I festeggiamenti, la vuelta (il giro di campo che spetta ai trionfatori), le interviste non sono dunque in rosso ma poco importa. Il paradosso, però, è che in quel momento nessuno ha notato – o ha voluto notare – il messaggio dei nostri tennisti. Nessun titolo, né osservazioni (tantomeno sprazzi polemici) si leggono il giorno dopo sui giornali. La festa fa premio su tutto. Ma di quella scelta, apparentemente non colta, si parlerà moltissimo più avanti, quando i tempi saranno tranquilli per poterlo fare senza ingenerare attriti o imbarazzi diplomatici.

L’urlo di Giobbe. E di tutta l’Italia

«Passiamo la linea a Santiago del Cile per l’incontro di Coppa Davis», dice una voce compassata di Radio 2. Comincia, con lo stesso tono ma solo per un attimo, Mario Giobbe, che presto esplode:

Qui è lo stadio di Santiago, momenti di emozione, Adriano Panatta ha la palla per il successo per la Coppa Davis E L’ITALIA HA VINTO LA COPPA DAVIS, per la prima volta in 76 anni gli azzurri conquistano la Coppa Davis, i tifosi italiani invadono il campo…

L’urlo del giornalista irrompe nel crescendo di una radiocronaca al colmo dell’esaltazione.

Adriano Panatta e Paolo Bertolucci sono raggiunti da Corrado Barazzutti, Nicola Pietrangeli, Mario Belardinelli, Tonino Zugarelli, tutti in campo, tutti i giocatori sono uniti in un abbraccio […] ci sono lacrime da parte di tutti, braccia al cielo dei giocatori italiani, anche noi scusate siamo emozionatissimi […] Tutti i tifosi sono vicini agli azzurri. Pietrangeli alza al cielo la coppa – prosegue Giobbe – È stato l’anno più importante per il tennis italiano, con i successi di Panatta a Roma e Parigi… È l’ultimo punto del doppio giocato da Panatta e Bertolucci che assicura all’Italia il 3-0 e porta la nazionale nella storia del tennis mondiale.

Ho potuto rivivere questa radiocronaca grazie al libro-disco Le mani sulla Davis, registrato nel ’77, che ho ascoltato – anche questo – al Fondo Clerici. Si presenta come tutti i 33 giri in vinile usati dagli appassionati: una volta sul piatto, restituisce il racconto della Coppa del ’76 con le voci dei protagonisti. Il lato A (25 minuti) è dedicato al percorso di qualificazione – dal match con la Polonia a quello con la Gran Bretagna – e il lato B (altri 25 minuti) si concentra sulla sfida con l’Australia e sulla finale in Cile. Inutile dire che ascoltare le voci è una grande emozione. Panatta e Bertolucci introducono l’avventura, poi si sentono le interviste a caldo fatte da Luca Liguori. Il tutto si alterna con la radiocronaca di Giobbe che porta nel vivo dei match.

Il doppio all’Estadio Nacional sancisce dunque la vittoria e nonostante i cileni fossero competitivi – più che nei singolari – Paolo e Adriano vincono con relativa sicurezza perdendo un solo set e chiudendo al quarto. Spicca la prova del numero 1 azzurro che trascina a suon di rovesci – l’arma più efficace – un Bertolucci non brillante, che fatica a trovare la risposta. «All’inizio giocammo piuttosto male – ricorda Paolo –, loro vinsero il primo set 6-3» con il pubblico di casa che sentiva rinascere la speranza. «All’inizio del secondo Adriano mi disse “vai tranquillo, sono le tre, c’è luce fino alle nove, la fretta ce l’avranno loro”. Il terzo fu importante, vincemmo 9-7», in rimonta, dopo aver sciupato tre set point sul 5-3. Prima che i nostri chiudano, nel quarto parziale, i cileni annullano tre match point sul servizio di Panatta, con la panchina italiana che non sa più come contenere la tensione. Al quarto, quello buono, le racchette degli azzurri volano in aria, gli abbracci si sciolgono nella commozione. Le foto scattate da Angelo Tonelli, con un nugolo di ragazzini cileni e italiani attorno a Pietrangeli e poi a Belardinelli che brandisce l’insalatiera portato in spalla dai giocatori, fissano istanti indimenticabili.

L'anno della Davis. Il 1976 e l'Italia che cambia - Di Caro Eliana - copertina

Tratto da “L’anno della Davis. Il 1976 e l’Italia che cambia” (Il Mulino), di Eliana Di Caro, 15 euro, 152 pagine.

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